25 août, 2011

Marie Christine Cazals maitre connue par un des membres de l Ordre de Saint André de Caffa

Classé dans : Non classé — andreadicaffa02 @ 1:03

maitremariecristinecazals.jpg

Marie Christine CAZALS, spécialiste en droit des personnes traite particulièrement du droit des successions et donations, son Cabinet se situe entre la Place de l’Etoile et celle du Trocadéro au centre du quartier des affaires.

Il propose à ses clients un accueil personnalisé et décliné selon la nature et la complexité de l’affaire.

Le Cabinet est un choix de structure à taille humaine afin d’être disponible, interactif, proche de ses clients pour un service haut de gamme.

Le Cabinet a une clientèle de particuliers venant de toute la France et de PME qu’il conseille, assiste au cours de négociations et défend devant toutes les juridictions.

Forte d’une véritable expérience de plusieurs années au Barreau et de pratique notariale Marie Christine CAZALS a développé particulièrement le Droit Patrimonial dans tous ses aspects. Le Cabinet a ainsi une véritable expérience en Droit des Successions, il assiste ses clients dès l’ouverture de la succession, valide les déclarations de succession, négocie et saisit les juridictions seulement si nécessaire. Il peut faire appel à un généalogiste , dans le cadre de recherche d’héritiers.

En Droit Civil, le Droit Patrimonial répond aux préoccupations des particuliers ou des entreprises pour la défense de leurs intérêts mobiliers, immobiliers et financiers.

En Droit Pénal, le Droit Pénal Patrimonial est la défense des biens contre les atteintes criminelles et délictuelles.Le Droit Pénal des Affaires assure la défense des dirigeants d’entreprise et nécessite une forte réactivité ainsi q’une réelle présence de l’Avocat.

Le Cabinet a aussi décidé de traiter dans le cadre du Droit des Seniors toutes les questions nées de la gestion du patrimoine, du logement, des loisirs , du maintien des revenus.

Le Cabinet a des avocats correspondants sur toute la France et entretient des relations permanentes avec des experts extérieurs, universitaires, notaires, experts comptables.

Marie Christine CAZALS, avocat à la Cour de ParisMarie Christine CAZALS

-Elève des Maisons d’Education de la Légion d’Honneur et étudiante à PARIS II

- Prestation de serment en 1979 à BORDEAUX

- Prix d’éloquence au Barreau de BORDEAUX

-Elle a commencé comme collaboratrice du Bâtonnier Henri BOERNER, ancien Président de la Conférence des Bâtonniers.

-Elle a par la suite exercé à FORT DE FRANCE puis à PARIS.

-Elle a aussi une expérience dans le notariat de plusieurs années.

-Elle est SPECIALISTE en Droit des Personnes et traite particulièrement des dossiers complexes du droit des successions et donations ,même si sa formation de généraliste lui permet d’étendre son activité à d’autres domaines. La mention de « spécialiste » est vérifiable auprès de l’Ordre des Avocats.
maitremariecristinecazals02.gif

Quod non iretur ad Tanam Libro « Né Turchi né Ebrei ma nobili ragusei »

Classé dans : Non classé — andreadicaffa02 @ 0:36

etudededroitcoordinatestudioavvocaticaracciezamparutti.jpg

Quod non iretur ad Tanam
Libro « Né Turchi né Ebrei ma nobili ragusei »

Racconta Charles King come nel 1235 “un gruppo ambizioso di quattro frati domenicani” si mise in viaggio dall’Ungheria per scoprire l’antica patria dei magiari, che si pensava situata lungo il Volga: “[…] navigarono lungo il Danubio, poi attraversarono il Mar Nero e infine risalirono il Don […]”1.

All’epoca, le prime incursioni mongole stavano per colpire la regione (1241-42) e, anzi, fra Julian, trovò la civiltà a oriente, cioè quella ‘pax mongolica’ che, secondo l’autore, “permise al commercio e ai contatti di fiorire per un certo tempo durante il Medioevo”2.

L’opinione del rumeno Ion Bulei è, sul punto, un poco differente: “il flagello dell’invasione tartara ebbe anche l’effetto indiretto di arrestare per un certo tempo l’espansione ungherese verso l’oriente”3; dove pare di cogliere sicuramente un giudizio negativo nel sostantivo ‘flagello’ e un sottinteso positivo nell’ ‘effetto indiretto’.

Non sarebbero, comunque, stati anni facili, a considerare le molteplici sconfitte europee, e forse per ciò le grandi vie fluviali del nord al Mar Nero – Danubio, Dnestr, Dnepr, Don, Kuban – non furono convenientemente praticate, benché in specie il Danubio fosse navigabile con navi maggiori fino al cuore d’Europa e rappresentasse, quindi, una comoda direttrice di commercio.

Sicuramente , non può condividersi l’osservazione per cui i traffici “per un certo tempo” sarebbero fioriti per volontà mongola, se non altro a considerare che – per via fluviale o marittima – al Mar Nero bisognava arrivare; quindi, da quella costa settentrionale in sei mesi una carovana poteva vedere la Cina (contando, lungo la strada, sulla sicurezza offerta dalla cavalleria mongola) oppure da Trebisonda dirigersi in Persia.

Il mar Nero, tra il 1200 e la metà del XV secolo può ben dirsi “la plaque tornante” del commercio euro-asiatico [Bratianu] e quando gli Ottomani sigillarono gli stretti e distrussero le colonie genovesi di Crimea, della costa settentrionale e di Dobrugia, inibendone anche a Venezia la navigazione, si segnò la fine di un’epoca.

Le vie fluviali al Mar Nero possono essere ricordate, tra gli altri, con lo stesso C. King per cui “i fiumi del nord portavano il traffico attraverso la Polonia e la Russia fino al Mar Baltico, un’antica rotta che una volta aveva portato l’ambra al Mediterraneo e ora portava seta, pellicce e pelli di animali alle città in espansione dell’Europa del nord. I manufatti, soprattutto tessili, arrivavano dall’Europa centrale e venivano poi distribuiti da un capo all’altro della steppa euro-asiatica. I cereali e le spezie circolavano della direzione opposta verso l’Europa centrale o attraverso il Bosforo fino all’Egeo”4.

E ancora “la via valechiensis dei portolani del XIV secolo, interessava anche i magiari, che volevano stornare una parte del traffico a favore della Transilvania”5; e così, almeno, fino “all’inizio del quattrocento (quando) gli interessi dei polacchi cominciarono a volgersi verso il Baltico; quelli degli ungheresi verso l’Adriatico”6.

Tuttavia, ben più importanti delle vie fluviali furono quelle marittime al Mar Nero tracciate e garantite dall’Adriatico e dell’occidente italiano, attraverso gli stretti, da Venezia e Genova (e con minore importanza da Ragusa che per i suoi rapporti preferenziali con i Turchi frequentò il Mar Nero per tutto il XVI secolo e raggiungeva normalmente Istanbul anche via terra; e da Pisa).

Un’approfondita trattazione separata (soprattutto giuridica nel senso esposto più avanti) meriterebbero i rapporti di scambio con l’Ungheria; di grande interesse, sul punto, l’articolo di Józef Bessenyei, del 2004, per l’Associazione >7 dove bene si evidenziano le frequentazioni commerciali, il tipo di merce, la via degli scambi italo-magiari che scendendo (soprattutto) traverso la slovena Ptuj (la romana Petovium, sulla Drava) raggiungeva Venezia, benché “il primo affare di gran rilievo con il Regno d’Ungheria, in questa zona, venne messo a segno da una compagnia fiorentina, che acquisì il diritto di esportare dal regno magiaro dagli 8.000 ai 10.000 quintali d rame l’anno, diretti a Venezia per essere raffinati. Questa attività durò fino al 1391; nello stesso territorio e nello stesso periodo, si registra una notevole esportazione di oro dall’Ungheria”8.

Si tratta, quindi, di rapporti non occasionali e antichi, che soffriranno le vicende politiche, in specie i conflitti veneto-ungheresi in Adriatico, seppure un imponente rifornimento di bestiame vivo dall’Ungheria a Venezia non sia, pare, mai cessato.

La storia della ‘colonizzazione’ del Mar Nero, meglio dell’apertura del Mare Maggiore alla mercatura italiana e alla sua originale e nuova disciplina giuridica, prende abbrivio con la formazione dell’Impero Latino d’Oriente, quando Venezia navigò oltre Costantinopoli pare insediandosi allora (1206) a Tana, sull’estuario del Don, nel mare d’Azov, come naturale approdo per l’Oriente.

Così durante la diaspora delle èlite bizantine (Comneni a Trebisonda, Angeli in Epiro e, soprattutto, Paleologhi a Nicea) genovesi e pisani, sopravvissero al predominio commerciale veneziano che cresceva in Mar Nero, riuscendo anche a ottenere propri scali concorrenti; ma nel 1261 cambiò il vento di Levante, mostrando come, nonostante la ormai conclamata debolezza, l’Impero Romano d’Oriente ne fosse anche il fulcro.

Applicando la prima semplice legge della politica – il nemico del mio nemico è mio amico, già adottata dai bizantini il secolo precedente in funzione antinormanna – Giovanni Paleologo, il 13 marzo 1261, a Ninfeo, nei pressi di Nicea, perfezionava con Genova un elaborato e ampio trattato militare e commerciale con cui i liguri si impegnavano a sostenere Giovanni nella riacquisizione dell’Impero bizantino, mentre si concedevano alla Superba e ai suoi cittadini vantaggi doganali amplissimi, nonché l’esclusiva (con i pisani) della navigazione nel Mar Nero.

Il trattato veniva solennemente ratificato a Genova, con traduzione latina, il 15 luglio 1261…”iverint ad excellentissimum imperatorem Grecorum [tra l’altro, non più dei Romani, n.d.r] serenissimum dominum Michaelum, et fecerint convencionem cum ipso […]9 In primis […] et quod habebit guerram de cetero cum comuni Veneciarum et cum Veneticis omnibus, inimicis nostris, et quod non facies pacem cum ipso comuni, treguam neque concordium sine consciencia et voluntatem comunis Ianue […]” e, viceversa “sine cosciencia et voluntate nostri imperii”10 un impegno, dunque, reciproco alla guerra contro Venezia; la quale, a Costantinopoli, tanto al sicuro non doveva sentirsi da inviare, suo malgrado, la flotta a occupare una vicina isoletta strategica, la lasciando sguarnita la Città.

Così, il 16 luglio, il giorno dopo la ratifica del trattato, il generale di Nicea Alessio Strategopulo entrava in Costantinopoli senza colpo ferire, e ponendo così termine all’impostura dell’Impero Latino d’Oriente. Genova non aveva speso un ducato né conferito una goccia di sangue.

Naturalmente, i genovesi neppure discussero della piena validità del trattato del Ninfeo che, oltre a riconoscerla quale nazione più favorita, garantiva l’espulsione dei veneziani dal Mar Nero: scriveva un cronista bizantino, “il mare appartiene solo a loro”.

Curando la stesura del trattato del Ninfeo, d’altra parte, i consulenti e diplomatici genovesi dovevano avere tenuto ben presente il precedente, importante strumento internazionale risalente all’XI secolo con cui Costantinopoli favoriva analogamente Venezia (a eccezione dell’esclusiva nel Mar Nero) perché intervenisse contro i Normanni: allora (1081) fu adottata, per quello strumento, la forma unilaterale di (otto) privilegi concessi dall’Imperatore ai veneziani; le cose, come noto, si risolsero in fretta con la morte improvvisa, a Cefalonia, di Roberto il Guiscardo e l’esercito normanno si disfece; quindi, gli Imperatori succeduti a quell’Alessio II, che i privilegi aveva concesso sotto forma di “bolla d’oro” e decreto unilaterale, sostennero come la validità dei privilegi fosse venuta meno con la more di chi aveva pronunciati, provocando una violenta reazione marciana, anche armata, perché bene si intendeva in lagun la crisobolla essere “la pietra angolare dell’Impero coloniale veneziano nel Mediterraneo” (S. Ronchey).

Al contrario, il trattato (trattato, appunto) del Ninfeo è redatto in forma concettuale di piena reciprocità e non a caso, nelle molte pagine del documento, si ripetono numerose volte termini quali conventio, fecerint convencionem, e ripetendo i reciproci obblighi tra qui, da parte dell’Imperatore bizantino, “Promisit iterum et convenit quod non permittet ire de cetero negociatum intra maius mare aliquem Latinum nisi Iasnuenses et Pisanos”11.

Genova non perse tempo per dare fondamenta al proprio impero coloniale levantino.

In Crimea, (la Gazaria) dove si sarebbe sviluppata Caffa, la maggiore delle città genovesi con giurisdizione sulle altre del Mar Grande, la situazione politica era tutt’altro che pacifica e, comunque, Costantinopoli non v esercitava sovranità alcuna, perché ormai territorio mongolo e pare che Genova acquistò dall’Orda di Oran – Timur la terra necessaria nel sito antico di Teodosia, nel sud-est della penisola, protetto da una catena di monti alle spalle (da sembrare la madrepatria); pare fosse il 1266 e quesito allora chiamato Kafà; il primo console generale (Paolino Doria) si insediò a Caffa nel 1289 (l’ultimo, Antoniotto Della Gabella, nel 1475).

Caffa fu capitale, autonoma da Pera, di altre numerose città genovesi e centri commerciali minori in Crimea come in tutta la costa settentrionale del Mar Nero, senza dimenticare la forte presenza a Trebisonda.

Si garantiva, in tale modo, la regolarità dei traffici e della navigazione tra quelle città, Costantinopoli, il medioriente e Genova; in più, si era progettata una barca a fondo piatto, adatta alla navigazione fluviale che, all’occorrenza, poteva essere trasportata via terra per cui era agevole risalire un fiume e ridiscendere un altro durante la stessa spedizione. Con simili messi i Genovesi raggiunsero e navigarono anche il Mar Caspio, chiuso fino allora da leggende paurose.

Quindi, l’importante sviluppo dei traffici d’Oriente convinse il governo di Genova a istituire nel 1316 l’Ufficio degli Otto Sapienti di Gazaria, cui fu conferito potere legislativo esclusivo per le questioni marittime del levante, ultra Siciliam, a regolare il commercio fino a Tabriz (dove stabilmente sedeva un console genovese) seppure il tratto del viaggio da Trebisonda a Tabriz si svolgesse, evidentemente, a dorso di cammello e ciò a mostrare la continuità della “linea”, a cadenza semestrale, Genova – Pera – Caffa – Trebisonda – Tabriz.

Ancora oggi provvedimenti degli Otto Sapienti di Gazaria, costituiscono una sorta di “codice della navigazione” di grande importanza per le più varie questioni ivi affrontate e risolte riguardanti per esempio, la struttura della nave, il bordo libero, le rotte, la precisa navigazione a toccare sempre gli stessi porti, obbligatoriamente in convoglio è “di conserva”, cioè con equa divisione del rischio di perdita del carico tra tutte le navi.

Va detto che il trattato del Ninfeo, non riuscì a espellere conostante le intenzioni, Venezia dal Mar Nero: il leone marciano, particolarmente nei siti di Tana (mare d’Azov, sul Don) e Trebisonda (arrivo delle carovane di Tabriz) rimase ben presente a costo di scontri diplomatici e armati con Genova e talora con Bisanzio, magari con il sostegno dell’Impero di Trebisonda.

E’ ancora recente un’approfondita disamina degli aspetti politici sull’argomento da parte di Ovidiu Cristea titolata, appunto, “Venezia e il Mar Nero”12. Minuzioso anche il volume di Sergey P. Karpov riguardo l’Impero di Trebisonda e i suoi rapporti con l’Italia13.

Lex Mercatoria

Genova, sicuramente dominante dopo il 1261, non potevatrascurare il Danubio dove i liguri si insediarono nelle località di Licostomo e Chilia, costituito porto fluviale sul ramo settentrionale del delta; mentre Licostomo (un’isola del delta) pare fosse attribuita una valenza militare.

Quanto meno dal 1360 è documentata anche a Chilia e Licostomo la presenza di notai di cui sono conosciuti più di cento rogiti; senza, naturalmente compiere un’analisi tecnica, si vuol dire come quegli atti, confezionati non soltanto per mercanti italiani, stanno a testimoniare l’affermazione anche nel delta di quella nuova lex mercatoria che, tra il XII e il XVI secolo, rivoluzionò per sempre l’approccio e la regolamentazione dell’attività commerciale14.

Chilia e Licostomo, pur non conseguendo mai l’importanza di Caffa, già a metà ‘300, e quegli atti lo dimostrato, erano vivaci centri di commercializzazione delle risorse locali (miele, cera, grano) e ricchi centri finanziari; ma, soprattutto, “Chilia e Licostomo stavano (allora) straformando in empori internazionali del commercio polacco e ungherese”15

A questo punto si vuole meglio evidenziare il grande contributo offerto alla modernizzazione e alla secolarizzazione della società medievale da parte di quegli strumenti giuridici speciali, rivolti alla mercatura, che trovano fonte spontanea nei Comuni, particolarmente marittimi, e nelle corporazioni italiane; strumenti tanto efficaci da affermarsi quasi per forza propria e con un’espansione territoriale che seguiva gli insediamenti del mercante; non a caso i veneziani, genovesi, ragusei ecc., ovunque si stabilissero, si dedicavano anzitutto a ottenere dall’autorità del luogo un territorio, magari una strada soltanto, di loro esclusiva giurisdizione, non soltanto per affermazione di autonomia, ma per commerciare non secondo diritto comune o usi feudali, sebbene tramite la c.d. lex mercatoria i cui istituti soltanto apparivano funzionli alla nuova economia, non più di scambio, legata alla vita del castello, ma dotata di ben altro respiro; istituti e strumenti giuridici funzionali alla nuova figura del mercante.

Poche pagine rappresentano meglio la nuova professione regolata dal nuovo diritto, di quelle, magistrali, di Umberto Santarelli:

Nel nostro vocabolario corrente col termine mercante – col suo moderno sinonimo commerciante, voglio dire – si suol definire colui che esercita professionalmente l’attività del comprare e rivendere (tra imprenditori, nel caso del commercio all’ingrosso; da imprenditori a consumatori nel commercio al minuti). E’ un’attività, la sua, che si interpone tra due termini diversi e pur funzionalmente complementari: la produzione da una parte, e dall’altra il consumo. Ma rispetto alla produzione (agraria o industriale, questa oggi prevalente su quella) il commercio si pone in funzione strumentale, come veicolo di collegamento della produzione stessa con il consumo: per dire tutto questo con una parola sola, gli economisti parlano del commercio (e dei servizi) come di settore terziario rispetto all’agricoltura e all’industria16.

Ciò di cui si parla, invece,

[…] fu ben altro e di più che l’esercente una funzione terziaria. Fu, al contrario, colui che – per usare la nostra terminologia moderna – “analizzò il mercato” per accertare la domanda potenziale in termini di qualità e quantità prevedendone l’evoluzione. Sulla base di questa previsione provvide a commissionare il prodotto agli artigiani dirigendo le varie fasi della lavorazione affidate spesso a botteghe diverse. Immagazzinò poi il prodotto e provvide ad immetterlo sui mercati (non solo, naturalmente, su quello della propria città, ma su quelli – spesso anche lontanissimi – sui quali più vivace era la domanda e conseguentemente più pingue poteva essere il profitto).

Di tutte queste operazioni il mercante si addossava l’onere e il rischio: dall’analisi di mercato, della conseguente scelta delle merci da far produrre, dalle modalità e dei tempi di produzione, dell’ammasso del prodotto nei magazzini, del suo trasporto infine e della vendita. Le difficoltà tecniche erano, com’è evidente, diverse e gravi; e richiedevano grande perizia in chi doveva affrontarle e superarle. Non minore era il rischio economico: un errore nell’analisi di mercato e nelle previsione di vendita; un difetto nella direzione della produzione che ne avesse aumentato i costi o prolungato i tempi; un eccesso di merce in magazzino che avesse inutilmente immobilizzato masse anche ingenti di capitale, o – al contrario – una carenza delle riserve che avesse reso impossibile soddisfare con profitto un’impennata della domanda: erano tutti pericoli (e pericoli gravi) ai quali il mercante era quotidianamente esposto. Il mercante, e lui solo: non gli artigiani-produttori, che si limitavano ad eseguire i lavori loro commessi riscuotendone dal mercante il compenso pattuito e restando così estranei a quello che noi oggi chiamiamo rischio d’impresa (ma pagando – ovviamente – questa loro indennità con la perdita, a vantaggio del mercante, di una parte non trascurabile del loro potenziale compenso). Ciò significa che di tutti coloro che a vario titolo e con diversità di funzioni partecipavano al processo produttivo, il solo mercante rivestiva nel fatto la qualifica di imprenditore, perché solamente a lui competeva di pianificare prima e di dirigere poi l’intero processo produttivo delegando soltanto l’esecuzione di alcune fasi di questo procedimento a terzi (che si assumevano la funzione sostanziale di lavoranti a domicilio), e di tutto assumendosi – giusto come si conviene all’imprenditore – il rischio economico17.

Si diceva della forza modernizzatrice e secolarizzante di quello che verrà un ordinamento giuridico organico di cui il nostro mercante-imprenditori, così ben descritto, si servirà insieme ai nuovi “banchi” e alla tecnica della partita doppia; simili istituzioni non avevano allora, naturalmente, confini (come non ne aveva il diritto comune) e così la diffusione territoriale del nuovo jus mercatorum trovata negli ordinamenti feudali, aristocratici e contrari alle autonomie comunali.

Altrimenti dicendo, il nuovo diritto “espande rapidamente il suo ambito territoriale di applicazione. Si diffonde, col diffondersi dei traffici, in ogni zona dell’Europa continentale”18, ovvero “le regole del commercio vennero […] sottratte alla compromissoria mediazione della società politica; esse poterono […] varcare i confini comunali ed espandersi, come regole professionali della classe mercantile, fin dove si estendevano i mercati”19.

Lo sviluppo della società ungherese (già si è visto) può essere di particolare interesse riguardo quanto si va dicendo, sia per la presenza di mercatura italiana, soprattutto fiorentina, a Buda20; quindi a motivo dei contatti italo-magiari sul delta come sulla costa adriatica dove le città principali (Ragusa, anzitutto, Zara, Spalato e altre godevano di propri statuti di autonomia, rispettati dagli ungheresi, nonché di soldi organizzazioni di corporazione).

Uno studio comparato appare, dunque, ben meritevole di adeguata dedizione come si compie proficuamente per l’umanesimo o le belle arti anche dall’Italia si diffondevano nel nord e nell’est Europa.

Per convincersi del ‘nuovo’ rispetto alle istituzioni ormai irrigidite dal diritto comune diffuso nell’Europa tutta, è, sufficiente ricordare alcuni dei principali negozi elaborati dall’uso mercantile italiano:

- il ‘prestito a cambio marittimo’, da cui verrà l’assicurazione;

- il contratto di ‘commenda’, utilizzato per affari di terra e di mare, dal quale nascerà la società in accomandita;

i contratti obbligatori con merci assenti, magari con pagamenti tra piazza lontane, ex causa cambii, da cui gli institori, gli agenti, la cambiale;

- il moderno concetto di dissesto e fallimento21;ecc.

Tutte cartine di tornasole, insieme alla presenza in loco di ocrti consolari di giurisdizione, per ‘misurare’ la tendenza al superamento della società feudale e la volontà ad affacciarsi al mondo nuovo con approccio, si diceva, secolare.

Molti scrittori ritengono che le nuove forme contrattuali, intanto adottate e ‘lavorate’ dai notai, siano anche rivolte a dissimulare il mutuo a interesse, rigidamente proibito dalla norma canonica (e dal Corano II, 276-280).

D’altra parte, non sarebbe stata praticabile una moderna attività imprenditoriale-commerciale, altamente rischiosa, senza un adeguato apprezzamento del capitale.

Ad esempio, utilizzando uno strumento piuttosto elementare, i nostri notai del delta, dovendo provvedere a un cambio tra piazze diverse, scrivono che Tizio ha ricevuto una ‘certa’ quantità di denaro (tantum quantitatem) da Caio e gliela restituirà in valuta di Pera in una precisa somma di aspri: era, così, impossibile conoscere il tasso. (Ma ogni forma contrattuale veniva congegnata anche allo scopo sopraddetto).

Numerosi sono stati i nemici del mondo nuovo di mercatura che, ostacolandone la diffusione, hanno pagato con ritardi forse ancora incolmati, o peggio con la scomparsa dei soggetti politici più inadeguati, arretrati e dogmatici:

Tartari che della Crimea, ceduti ai genovesi territori coloniali, “guardavano con dispregio a questi stabilimenti insignificanti, chiamandoli: monumenti della follia degli stranieri […]”22.

Bizantini e la loro “sostanziale estraneità al costume e alle premesse etiche della mercatura (nel senso occidentale), il loro spirito anicapitalistico”23.

Islamici, che rinunciavano all’attività bancaria e assicurativa per proibizioni di sure redatte secoli prima, in ambiente diversissimo, (V, 92 e 93).

Antichi feudatari di razze diverse.

Comunque, a metà del ‘400, i Turchi, occupata Costantinopoli, costruirono nuove fortificazioni sugli stretti e “il lucchetto funzionava talmente bene che un viaggiatore del XV secolo, Anselmo Adorno, osservò come nessuna nave cristiana potesse entrare o uscire dal Mar Nero senza l’approvazione del sultano”24.

Benché Genova cercasse rimedio alla crisi traverso formale donazione delle colonie del Mar Nero al Banco di San Giorgio (imponente, originale, infelice tentativo di privatizzazione); e ancora Venezia fu pronta a offrire alla Porta un importante tributo annuale pur di conservare la libertà di navigazione per Tana; e assai probabile e lecito supporre come l’influenza del commercio italiano nel Mar Nero scomparve piuttosto repentinamente.

Riassunto

L’articolo vuole mostrare il ruolo e l’influenza della mercatura medievale italiana, specialmente genovese, nelle colonie di Costantinopoli (Pera) e del Mar Nero (Caffa e Chilia, anzitutte; c.a. 1261-1453).

L’autore evidenzia il contributo della lex mercatoria italiana per la modernizzazione e secolarizzazione della società feudale e l’intensificazione dei rapporti tra i popoli dell’area mediterraneo-danubiana.

Vengono indicati gli istituti principali dell’originale normativa di fonte consuetudinaria e funzionali alle nuove esigenze; si fa cenno al diritto marittimo, auspicando un approccio comparato giuridico alle questioni poste nell’are dei commerci medievali.

Summary

The purpose of the article is to highlight the role and influence of Italian mediava trading (or mercatura as it was known), particularly in the Genoese colonies of Costantinople (Pera), and the Black Sea (especially Caffa and Chilia; around 1261-1453).

The author emphasises the contribution of the Italian Lex Mercatoria in the modernisation and secularization of the feudal society and the evolution of intensified relations between Mediterranean-Danubian populations.

The main insitutions of the original customary law that are functional to the new requirements are also outlied. Reference is made to maritime law, with a view to a comparative judicial approach to the issues arising from medieval trade in the area.

1 C. KING, Storia del Mar Nero, Roma 2005, p. 99.

2 Ivi, pp. 100 e 101.

3 I. BULEI, Breve storia dei romeni, Torino 1999, p. 48.

4 KING, Storia del Mar Nero cit., p. 90.

5 G. CASTELLAN, Storia dei Balcani, Lecce 1999, p. 175.

6 S. REITERI, Atti rogati a Licostomo, in Notai genovesi in oltremare, Genova 1973, p. 193.

7 J. BESSENYEI, Merci e mercati ungheresi dalla “via dell’ombra”, in Da Aquileia al Baltico attraverso i Paesi della nuova Europa, a cura di A. Litwornia, G. Nemeth e A. Papo, Mariano del Friuli (Gorizia) 2004, pp. 15 e sgg.

8 Ivi, p. 15.

9 S. DELLA CASA (a cura di), I libri Iurium della R. di Genova, Genova 1998, vol 1/4, p. 272.

10 Ivi, p. 273.

11 Ivi, p. 276.

12 O. CRISTEA, Venezia e il Mar Nero, in >, Venezia 2006, pp. 109 e 53.

13 S.P. KARPOV, L’impero di Trebisonda Venezia, Genova e Roma, Roma 1986.

14 G. PISTARINO, Notai genovesi in oltremare, Genova 1971; REITERI, Atti rogati a Licostomo cit.

15 REITERI, Atti rogati a Licostomo cit., p.192.

16 U. SANTARELLI, Mercati e società tra mercati, Torino 1998, p. 40.

17 Ivi, p. 41.

18 G.F. CAMPOBASSO, Diritto commerciale, Torino 1993, p. 6.

19 F. GALGANO, Lex mercatoria, Bologna 1996, p. 9.

20 BESSENYEI, Merci e mercanti ungheresi cit., p.16.

21 T. ASCARELLI, Corso di diritto commerciale, Milano 19623; CAMPOBASSO, Diritto commerciale cit.

22 M. MURZAKEVIC, Storia delle colonie genovesi in Crimea, Genova 1992, p. 16.

23 S. RONCHEY, Lo stato bizantino, Torino 2002, p. 131.

24 CRISTEA, Venezia e il Mar Nero cit., p. 118.

www.nobiliragusei.it
info@avvocaticaraccizamparutti.it

22 août, 2011

Zenit Agence de Presse Internationale au service de l’ Eglise Universelle

Classé dans : Non classé — andreadicaffa02 @ 21:03

ZENIT
Le monde vu de Rome
Service quotidien – 22 août 2011
Journées mondiales de la jeunesse

JMJ : le P. Lombardi évoque un bilan très positif
Singapour : Des jeunes évangélisent grâce aux moyens de communication

Rome

Meeting de Rimini : Avec le christianisme, l’espérance devient certitude
Abbaye de Trisulti : Le card. Piacenza ouvre les célébrations du millénaire
Dialogue avec les musulmans : Bâtir une amitié

Forum

Le pape en Espagne et la question de l’avortement

International

Somalie : Les enfants de moins de cinq ans décimés
Népal : Mobilisation contre un projet de loi anti-conversion
Abolition de la traite négrière : 23 août, journée de la mémoire
Le patriarche Bartholomée célèbre ses 50 ans au service de l’Église

Journées mondiales de la jeunesse
JMJ : le P. Lombardi évoque un bilan très positif
Au micro de Radio Vatican

ROME, Lundi 22 août 2011 (ZENIT.org) – Alors que les Journées mondiales de la jeunesse viennent à peine de se terminer, le P. Federico Lombardi, directeur de la salle de presse du Saint-Siège, évoque un « bilan très positif » de cette édition madrilène. Il faut maintenant penser à l’avenir, a-t-il affirmé sur Radio Vatican, en invitant les jeunes envoyés en mission par le pape à s’engager concrètement.

« Naturellement c’est un bilan très positif car la participation a été très nombreuse », « convaincue et profonde », a-t-il rapporté à la rédaction française de Radio Vatican. « Il ne faut pas seulement penser aux 4 jours de la présence du pape, il faut penser aussi à la préparation, au temps du jumelage, de la présence des jeunes dans les différents diocèses d’Espagne avant l’arrivée à Madrid. Et il faut aussi évoquer l’avenir, l’engagement, car le pape a donné une mission à ces jeunes ».

Comme Benoît XVI l’a dit dans l’avion en arrivant, ces JMJ sont « une étape sur un long chemin » dont « Jésus Christ est la racine, le fondement de notre foi, de notre témoignage chrétien ».

Il faut maintenant regarder vers l’avenir : « On a reçu une grâce, on a fait une expérience, on a reçu le soutien des jeunes croyants ou essayant de croire vraiment. On a eu le soutien du pape, de centaines d’évêques, de prêtres, d’amis dans la foi et ça c’est quelque chose qui marque profondément une expérience d’une jeune vie ».

« A chacun, maintenant, de trouver sa vocation, son engagement chrétien », en fonction de sa situation, a-t-il ajouté. « Le pape a donné des principes d’orientation généraux. Les concrétisations quotidiennes, c’est à nous de les trouver ».

Revenant enfin sur les quatre jours passés par Benoît XVI à Madrid, le P. Lombardi a estimé que l’adoration eucharistique, lors de la veillée du samedi soir, avait été l’événement le plus marquant pour le pape.

« Ce moment de silence profond en adoration devant Jésus Christ présent dans le sacrement de l’Eucharistie : c’était assez impressionnant », a-t-il témoigné. « On avait passé le moment difficile de l’épreuve de l’orage. Et dans un temps très bref, on a retrouvé la concentration d’une prière profonde et d’adoration devant le Saint-Sacrement. Retrouver ce silence, cette tranquillité et cette paix de l’âme dans la prière dans une grande communauté de jeunes, ce fut pour le pape un moment assez exceptionnel ».

Marine Soreau

Je souhaite envoyer cette information á un ami

Retour à la page initiale
Singapour : Des jeunes évangélisent grâce aux moyens de communication
L’expérience de la JMJ comme source pour renouveler la mission

ROME, Lundi 22 août 2011 (ZENIT.org) – Des jeunes de Singapour décident d’évangéliser grâce aux moyens de communication sociale, rapporte l’agence vaticane Fides.

L’expérience de la JMJ comme source pour renouveler la mission : telle est l’intention des jeunes de Singapour en conclusion de l’inoubliable Journée mondiale de la Jeunesse de Madrid. Les 200 jeunes de Singapour ont célébré avec immense joie et intensité spirituelles, les journées de la JMJ à Madrid, ne les vivant pas comme « leur expérience exclusive » mais la partageant avec les jeunes restés à Singapour et avec l’ensemble de la communauté catholique. Les réseaux sociaux et les nouvelles technologies ont facilité le partage des contenus, des histoires et des émotions avec les autres jeunes présents dans le diocèse ainsi qu’avec l’ensemble des autres fidèles.

Les jeunes de Singapour se sont également organisés au travers d’une initiative visant à « évangéliser par l’intermédiaire des moyens de communication de masse », produisant une vidéo – circulant dans toute la communauté et diffusée sur Internet par l’intermédiaire de Youtube et des réseaux sociaux – qui raconte comment a été vécue la préparation de la JMJ, offrant surtout des sujets de réflexions aux jeunes de leur âge. Répondant à la question : « Qui est Jésus pour toi ? », les jeunes catholiques affirment : « Il est mon meilleur ami », « Il est mon rock », « Il est la lumière de ma vie », « Il est ma maison », manifestant la joie de vivre et de célébrer les valeurs de la foi chrétienne. La vidéo a été réalisée par la « Walk on water » (Marche sur les eaux), une société de production énergique et créative formée par un groupe de jeunes catholiques désireux de diffuser dans le monde la Parole de Dieu.

La vidéo, envoyée à l’Agence Fides par le bureau chargé des communications de l’archidiocèse, se conclut sur un message vidéo de l’archevêque, S.Exc. Mgr Nicholas Chia, adressé aux jeunes de Singapour Dans son message il affirme : « Chers jeunes, vous et moi avons reçu le don de la foi. Notre vie se joue dans une triple relation entre moi-même, Dieu et nos frères. C’est pourquoi Jésus a dit : aimez Dieu de tout votre cœur, de toute votre âme et de toute votre force et votre prochain comme vous-même. Vous êtes l’avenir de l’Eglise et avez une grande mission à accomplir. Que le Seigneur vous bénisse et qu’Il vous guide sur les routes de la vie ».

Anita S. Bourdin

Je souhaite envoyer cette information á un ami

Retour à la page initiale
Rome
Meeting de Rimini : Avec le christianisme, l’espérance devient certitude
Message du pape pour l’ouverture de la 32ème édition du Meeting de Rimini

ROME, Lundi 22 août 2011 (ZENIT.org) – « L’espérance qui ne déçoit pas est la foi en Jésus Christ ». C’est ainsi que le pape Benoît XVI, dans son salut envoyé à Mgr Francesco Lambiasi, évêque de Rimini, a commenté le thème du 32ème Meeting de Rimini : « Et l’existence devient une immense certitude ». Le Meeting s’est ouvert par une célébration eucharistique à laquelle plus de 11.000 personnes ont participé.

Cette année encore, les chiffres sont impressionnants : 115 rencontres, 26 spectacles, 10 expositions, 11 manifestations sportives, 332 intervenants, 170.000 m2 d’espaces couverts, 3270 volontaires. Des jeunes qui viennent d’Italie, d’Égypte, de Russie, de Grande-Bretagne, du Brésil, du Cameroun, du Canada, du Chili, du Costa Rica, de France, du Kosovo, de Lituanie, du Mexique, du Nigeria, d’Espagne, des Etats-Unis, de Suisse et d’Ukraine. 800 personnes (notamment des universitaires) qui, durant le pré-Meeting (du 11 au 20 août) ont travaillé gratuitement à l’organisation de la rencontre.

Le message d’inauguration du pape, transmis par le cardinal Tarcisio Bertone, secrétaire d’Etat, explique la donnée anthropologique selon laquelle l’origine de l’homme est voulue par quelqu’un vers lequel il tend naturellement. Comme l’indique Mgr Luigi Giussani, ce « quelqu’un » aime l’homme comme des parents aiment leurs enfants, et c’est la certitude de l’amour des parents qui rend forts les enfants.

« Il ressort de l’histoire du peuple d’Israël – écrit le pape -, surtout dans l’expérience de l’exode décrite dans l’Ancien Testament, comment la force de l’espérance dérive de la présence paternelle de Dieu qui guide son peuple ».

« L’homme ne peut pas vivre sans la certitude de son propre destin », soutien Benoît XVI, et c’est « par l’avènement du Christ » que « la promesse qui alimentait l’espérance du peuple d’Israël atteint son accomplissement ».

« En Jésus Christ – souligne le pape – le destin de l’homme a été définitivement arraché à l’obscurité qui l’entourait » et « à travers le Fils dans la puissance de l’Esprit Saint, le Père nous a définitivement dévoilé l’avenir positif qui nous attend ».

Selon Benoît XVI, « le Christ ressuscité, présent dans son Église, dans les sacrements et par son Esprit, est le fondement ultime et définitif de l’existence, la certitude de notre espérance », parce que « seule, la certitude de la foi permet à l’homme de vivre de manière intense le présent et en même temps de le transcender, en entrevoyant en lui les reflets de l’éternité dont le temps est ordonné ».

« Les drames du siècle dernier – a précisé Benoît XVI – ont largement démontré que quand on perd l’espérance chrétienne, quand on perd la certitude de la foi et le désir des ‘fins ultimes’, l’homme se perd et devient victime du pouvoir ». Ainsi, « une foi sans espérance a provoqué l’apparition d’une espérance sans la foi ».

Le message du pape se termine par la citation du père Festugière, selon lequel « l’immortalité chrétienne a pour caractère propre d’être l’expansion d’une amitié » et le paradis n’est autre que « l’accomplissement définitif de l’amitié avec le Christ et entre nous ».

« L’existence donc – affirme le père Festugière – n’est pas un cheminement aveugle, mais c’est aller à la rencontre de celui qui nous aime. Nous savons donc où nous allons, vers qui nous nous dirigeons et cela oriente toute notre existence ».

Antonio Gaspari

Je souhaite envoyer cette information á un ami

Retour à la page initiale
Abbaye de Trisulti : Le card. Piacenza ouvre les célébrations du millénaire
Mille ans de monachisme dans le Latium

ROME, Lundi 22 août 2011 (ZENIT.org) – Les célébrations pour le millénaire du monastère Saint-Dominique de Sora, ont été présidées ce matin par le cardinal Mauro Piacenza, préfet de la Congrégation pour le clergé.

Le monastère a été fondé par saint Dominique de Foligno, prêtre et moine bénédictin (951-1031). Il quitta le monastère bénédictin de Saint-Barthélémy de Trisulti pour lancer cette nouvelle fondation monastique, avec l’appui du gouverneur de Sora, Pietro di Rainiero.

S’inscrivant aujourd’hui dans la tradition cistercienne, l’abbaye de Sora représente un centre important de référence spirituelle et culturelle pour le territoire du bas-Latium et des Abbruzzes.

Des initiatives liturgiques et culturelles sont programmées pour l’anniversaire de cette fondation. Le monastère est un « monument national » et fait partie des biens culturels de l’Italie.

Il se trouve sur les hauteurs du village de Collepardo, à 825 m d’altitude, dans une vaste forêt des monts Ernici (Latium, Italie).

Re-fondé en 1204, à l’initiative du pape Innocent III, et devenu une chartreuse, le monastère a été relevé en 1947, par des moines cisterciens de l’abbaye de Casamari. Il est connu comme«abbaye de Trisulti ».

Anita S. Bourdin

Je souhaite envoyer cette information á un ami

Retour à la page initiale
Dialogue avec les musulmans : Bâtir une amitié
Entretien de Radio Vatican avec le cardinal Tauran

ROME, Lundi 22 août 2011 (ZENIT.org) – Alors que le Conseil pontifical pour le dialogue interreligieux vient d’adresser, comme chaque année, un message de vœux aux musulmans pour la fin du ramadan, le cardinal Jean-Louis Tauran, président du dicastère, a rappelé que le dialogue avec les musulmans consistait avant tout à bâtir une amitié.

« Le dialogue interreligieux – a-t-il expliqué – est une activité essentiellement religieuse. Ce ne sont pas des religions qui dialoguent, ce sont des croyants qui se rencontrent même s’ils sont de cultures et de traditions différentes ».

« Loin de justifier les barrières, les divisions », le dialogue doit « pousser les fidèles à surmonter les barrières de l’incompréhension et des préjugés en favorisant l’ouverture aux autres dans un respect réciproque ».

Tout en admettant certaines « difficultés » dans le dialogue avec les musulmans, le cardinal Tauran a rappelé l’importance de « privilégier les relations humaines, les contacts ». « Le dialogue interreligieux repose d’abord sur l’estime mutuelle qui commence par le respect et doit finir par l’amitié. Pour le moment, ce qui est important, c’est de bâtir l’amitié », a-t-il ajouté.

« Pourquoi les musulmans font peur ? », a-t-il interrogé. « D’abord parce qu’on ne les connaît pas. On vit un peu à partir des clichés qui sont répandus dans les médias ». Il faut dire – a-t-il ajouté – que « l’islam est une réalité très complexe : c’est à la fois une civilisation, une religion, un système politique. Il s’agit d’une réalité qui ne correspond pas aux schèmes mentaux et à la manière dont nous nous comportons en société. Et on ne peut pas nier que le terrorisme pour des motifs religieux fait peur ».

Mais « on ne doit pas avoir peur de l’islam dans la mesure où nous sommes des chrétiens convaincus », a-t-il expliqué. « Si nous sommes des chrétiens tièdes, alors oui on peut avoir des craintes. Cette crainte est salutaire dans le sens où elle est un appel à un christianisme beaucoup plus raisonné, qui sait vraiment pourquoi il croit et en qui il croit. Aujourd’hui, nous sommes obligés de présenter le christianisme dans toute sa rigueur ».

Interrogé sur l’esprit de la prochaine rencontre d’Assise organisée en octobre prochain, 25 ans après la rencontre historique voulue par Jean-Paul II, le cardinal Tauran a expliqué que ce serait une occasion, selon le désir du pape, « de réfléchir dans le silence, dans la prière non commune, mais chacun selon sa tradition, de voir un peu ce que comme croyants nous pouvons apporter à la société ».

« Et de répéter que la paix est possible », a-t-il ajouté. « Dieu a créé l’homme pour qu’il soit heureux. Il s’agit de faire de notre société un lieu où il est bon de vivre ensemble, d’être heureux ensemble. On ne peut pas être heureux les uns sans les autres ».

Le thème de la liberté religieuse devrait être abordé, a-t-il conclu. « Quand la liberté religieuse est menacée, ce sont les autres libertés qui sont menacées. Il est inconcevable qu’en 2011 il y ait encore des croyants qui, parce qu’ils sont croyants, sont l’objet de discriminations et même d’exécutions. Essayons, là où nous sommes, de découvrir ce que nous pouvons faire ensemble pour le bien de la société ».

Je souhaite envoyer cette information á un ami

Retour à la page initiale
Forum
Le pape en Espagne et la question de l’avortement

ROME, Lundi 22 août 2011 (ZENIT.org) – Dans le cadre des JMJ de Madrid, le cardinal Antonio María Rouco Varela, archevêque de Madrid, a accordé à tous les prêtres pouvant légitimement administrer le sacrement de la confession, présents dans l’archidiocèse de Madrid entre le 15 et le 22 août, la faculté de remettre, à travers le sacrement de pénitence, l’excommunication latae sententiae correspondant au délit d’avortement, aux fidèles sincèrement repentis. En annonçant la décision du cardinal, l’archevêché a expliqué que cette initiative visait à permettre à « tous les fidèles venus participer aux célébrations de la 26e Journée mondiale de la jeunesse à Madrid, d’accéder plus facilement aux fruits de la grâce divine qui leur ouvre les portes d’une vie nouvelle ».

Dans ce contexte, nous publions ci-dessous une réflexion de Flora Gualdini, fondatrice de « Casa Betlemme » à Arezzo en Italie, sur le thème de l’avortement.

La presse mondiale semble soudain prendre conscience que l’Eglise catholique est mère et pas seulement éducatrice sur des thèmes brûlants comme l’avortement. La clinique d’obstétrique est un “confessionnal” spécial, et après plus de cinquante ans d’expérience, je puis témoigner de la puissance du cœur de Jésus miséricordieux, qui se penche sur nos misères. Le regard de la transcendance est véritablement l’unique médicament capable de guérir le cœur d’une femme blessée par l’avortement. Comprenons que même si nous brisons le futur d’une créature dès sa conception, nous ne faisons rien d’autre que la « renvoyer à l’expéditeur ». Et Lui, de toute façon, conduira cette personne à son achèvement, là où mille ans sont comme un jour.

Nous chrétiens croyons, en effet, en le Dieu de l’amour, qui a vaincu la mort et qui ne laisse inachevée aucune de ses œuvres : tôt ou tard, il y aura une rencontre, l’étreinte. Mais la réconciliation avec cet enfant doit commencer maintenant même : le sentir vivant, lui donner un nom, savoir qu’il t’attend et que, peut-être, il prie pour toi : il t’aime. C’est le chemin sur lequel j’ai accompagné une multitude de femmes jusqu’à la guérison, des femmes de tout niveau culturel. C’est un long chemin, scandaleux pour les bioéthiciens du “personnalisme empirique”, mais qui nous comble d’espérance devant toutes ces jeunes pousses coupées, qui dans l’indifférence morale et dans les ténèbres de notre civilisation, se comptent comme les étoiles du ciel.

Mais je suis tout aussi convaincue que les jeunes ont d’abord besoin aujourd’hui d’une formation approfondie dans ce domaine : ils doivent savoir exactement ce qu’est l’avortement et comment les versions pharmacologiques rendent toujours plus floue sa frontière avec la contraception. Ils doivent savoir combien de milliers de petites vies humaines sont sacrifiées en éprouvette. Ils doivent savoir ce qu’est le péché et être responsabilisés sur la grandeur du geste sexuel. A Madrid, Benoît XVI, à la suite de son prédécesseur, embrasse les jeunes en les invitant à une réflexion exigeante. André Frossard disait que l’on honore la jeunesse en lui demandant beaucoup, c’est-à-dire en lui administrant la vérité tout entière.

On sait que la plupart des personnes ne parle pas de ces choses dans le confessionnal, souvent parce qu’elles ne savent même pas la portée de certains comportements : dans ce cas, la grave responsabilité se déplace alors sur ceux qui avaient la tâche d’informer et de motiver (les éducateurs.)

Avant de s’occuper de morale sexuelle, il s’agit de se préoccuper en urgence d’une alphabétisation bioéthique sur les “fondamentaux” du magistère : en harmonie entre foi, discipline, science et culture. Seulement ainsi, nos jeunes pourront devenir, comme l’a dit quelqu’un, « vraiment libres et librement vrais ».

Flora Gualdani

Je souhaite envoyer cette information á un ami

Retour à la page initiale
International
Somalie : Les enfants de moins de cinq ans décimés
Rapport de la Caritas

ROME, Lundi 22 août 2011 (ZENIT.org) – « Toutes les onze semaines, 10% de la population somalienne de moins de 5 ans meurt », dénonce la Caritas en Somalie. L’agence vaticane Fides tire le signal d’alarme depuis des semaines et une nouvelle fois dans cette dépêche.

« Les structures sanitaires de Somalie cherchent actuellement à faire face à l’affluence massive d’évacués qui envahissent les centres urbains à la recherche d’assistance », affirme le rapport de situation de la Caritas Somalie.

« Dans le couloir d’Afgoye, se trouvent plus de 410.000 évacués alors qu’à Mogadiscio, où les ressources étaient déjà maigres, leur nombre a atteint 470.000. La rougeole et d’autres maladies faciles à prévenir se diffusent actuellement dans les centres d’accueil du fait de la carence de vaccination. La diarrhée est elle aussi en augmentation, causant une forte augmentation des cas de décès d’enfants de moins de 5 ans. On estime que, toutes les onze semaines, 10% de la population somalienne de moins de 5 ans meurt » affirme le document.

La Caritas Somalie soutient les partenaires locaux dans le domaine de l’assistance aux personnes les plus vulnérables et aux familles évacuées dans les plus importants centres du pays au travers de l’envoi de biens de première nécessité, de nourriture et d’assistance sanitaire. Elle coordonne également les activités des autres Caritas et de différentes organisations tant en Somalie que dans les centres d’accueil des évacués somaliens se trouvant au Kenya et en Ethiopie.

Trocaire, une organisation de l’Eglise catholique irlandaise, œuvre avec un certain nombre de partenaires locaux dans le centre-sud de la Somalie où elle apporte son aide à 220.000 personnes environ, leur fournissant nourriture et assistance sanitaire. Il s’agit d’une opération très délicate. Pour des raisons de sécurité et afin de ne pas compromettre ses activités, Trocaire préfère ne pas fournir de plus amples informations.

La Caritas Suisse/Luxembourg a lancé pour sa part un projet au Somaliland en faveur des populations les plus vulnérables (170.000 personnes), surtout dans les zones pastorales orientales de Togdheer et Sool Plateau. Le programme vise à améliorer l’hygiène afin de réduire les cas de diarrhée et d’autres maladies provoquées par l’eau contaminée, ainsi qu’à renforcer la capacité des communautés et des autorités locales à faire face aux urgences et aux catastrophes.

En Somalie, la Caritas Suisse prévoit en outre de soutenir l’activité de Trocaire et est sur le point de lancer, en septembre, un nouveau projet afin de fournir de l’eau potable et de la nourriture aux enfants de moins de 5 ans et à leurs mères ainsi qu’un soutien vétérinaire et du fourrage pour le bétail outre à lancer de petites activités commerciales permettant de donner un revenu à la population.

Anita S. Bourdin

Je souhaite envoyer cette information á un ami

Retour à la page initiale
Népal : Mobilisation contre un projet de loi anti-conversion
Des sanctions pour tout détournement de la religion hindoue

ROME, Lundi 22 août 2011 (ZENIT.org) – Chrétiens, musulmans, bouddhistes et baha’is se mobilisent au Népal contre un projet de loi anti-conversion, rapporte aujourd’hui « Eglises d’Asie ». On craint une tentative d’imposer la religion hindoue.

« Alors que le Népal tente de finaliser à marches forcées sa nouvelle constitution dont la date limite (repoussée à plusieurs reprises) a été fixée au 31 août prochain (1), les minorités religieuses se mobilisent contre un projet de loi anti-conversion actuellement débattu au parlement », écrit EDA.

Et d’expliquer : « Présenté par la commission chargée de réformer le Code pénal népalais, l’article 160 prévoit de sanctionner toute tentative de conversion ou de détournement de la religion hindoue ».

La dépêche complète se trouve à l’adresse en ligne :

http://eglasie.mepasie.org/asie-du-sud/nepal/chretiens-musulmans-bouddhistes-et-baha2019is-se-mobilisent-contre-un-projet-de-loi-anti-conversion

© Les dépêches d’Eglises d’Asie peuvent être reproduites, intégralement comme partiellement, à la seule condition de citer la source.

Je souhaite envoyer cette information á un ami

Retour à la page initiale
Abolition de la traite négrière : 23 août, journée de la mémoire
Au Brésil, la lutte contre l’esclavage moderne s’intensifie

ROME, Lundi 22 août 2011 (ZENIT.org) – A l’initiative de l’ONU et de l’Unesco, la journée du 23 août est consacrée à la mémoire de la traite négrière et de son abolition, rappelle Radio Vatican.

La date a été choisie en souvenir de l’insurrection des esclaves de Saint-Domingue dans la nuit du 22 au 23 août 1791. La journée vise aussi à attirer l’attention sur les formes modernes d’esclavage.

Des millions de personnes, en majorité des femmes et des enfants, sont victimes du trafic d’être humains, généralement dans le cadre de l’exploitation sexuelle. D’autres travaillent dans des conditions infrahumaines, dans des plantations, des usines, des mines. Les réseaux transnationaux de trafic des personnes sont florissants.

Au Brésil, un séminaire sur ce fléau a été organisé ces jours-ci par la Conférence nationale des évêques.

En juin dernier, pour Radio Vatican, Marie-Leïla Coussa a interrogé le frère dominicain français Xavier Plassat. Installé au Brésil depuis près de 30 ans, il coordonne la campagne nationale contre le travail esclave au sein de la Commission Pastorale de la Terre. Pour lui, il est urgent d’ouvrir les yeux de la population et des gouvernants sur ce crime qui se commet en plein XXIème siècle.

L’UNESCO pour sa part, dans le « Projet pour combattre la traite des personnes en Afrique », développe des recherches sur les facteurs spécifiques de l’origine de la traite des êtres humains en Afrique et organise des séminaires pour les autorités politiques, les ONG, les responsables de communautés locales et des représentants des médias, dans le dessein de sensibiliser la société civile, et d’inspirer des politiques visant à combattre les formes modernes d’esclavage.

Anita S. Bourdin

Je souhaite envoyer cette information á un ami

Retour à la page initiale
Le patriarche Bartholomée célèbre ses 50 ans au service de l’Église
Il a été ordonné diacre en 1961

ROME, Lundi 22 août 2011 (ZENIT.org) – « Je continuerai à servir l’Église de toutes mes forces » : c’est le message que le patriarche œcuménique de Constantinople, Bartholomée Ier, a adressé aux nombreux fidèles qui ont participé à la cérémonie liturgique pour son 50ème anniversaire de diaconat.

La cérémonie s’est déroulée dans l’église de la Dormition de la Vierge dans l’île turque d’Imbro, là où en 1961, Dimitrios Archontonis, nom de naissance du patriarche, a été ordonné diacre par son père spirituel, le métropolite Méliton Hadjis. Il a ensuite été ordonné prêtre en 1969 avant d’être élu vingt-deux ans plus tard, en 1991, archevêque de Constantinople et patriarche œcuménique.

Je souhaite envoyer cette information á un ami

Retour à la page initiale
ZENIT est une agence d’information internationale.

Pour annuler votre abonnement cliquez sur http://www.zenit.org/french/unsubscribe.html

Nous vous invitons à visiter notre site à l’adresse http://www.zenit.org

Pour nous envoyer une information ou un communiqué, cliquez sur http://www.zenit.org/french/information.html

Pour une autorisation de reproduction, http://www.zenit.org/french/reproduction.html

Pour changer d’adresse e-mail, cliquez sur http://www.zenit.org/french/unsubscribe.html(pour supprimer votre ancienne adresse) puis cliquez sur http://www.zenit.org/french/subscribe.html (pour enregistrer votre nouvelle adresse)

Pour offrir un abonnement à Zenit, cliquez sur http://www.zenit.org/french/cadeau.html

Pour faire un don à Zenit, cliquez sur http://www.zenit.org/french/don.html

* * * * * * * * * * * * * * * *

20 août, 2011

SNCF Cheminots qui ont le plaisir d’emmerder les pèlerins qui vont à Lourdes.

Classé dans : Non classé — andreadicaffa02 @ 19:42

VIE D’ÉGLISE
Lourdes : le bras de fer entre l’Église et la SNCF se poursuit

Sur les trains spéciaux qui emmènent les pèlerins à Lourdes, les incidents se multiplient. Malgré l’appel, publié le 30 juin par Pèlerin, la SNCF reste sourde aux inquiétudes.

« Voilà cinquante ans que je viens à Lourdes et je n’avais jamais vu cela, s’emporte Arnaud Legrez, président de la Fédération européenne d’organisations de pèlerinages (Fedop).La longueur des trajets est insupportable (près de vingt et une heures pour un Strasbourg-Lourdes au lieu de quinze heures), le manque d’informations sur les horaires est catastrophique, et les importantes augmentations du prix des billets découragent les voyageurs. Les tarifs ont augmenté de 5 % cette année, alors que la SNCF avait promis de ne pas dépasser les 2,5 %, selon les accords signé en 2006 ! »

Porte-parole de la Conférence des évêques de France, Mgr Bernard Podvin enfonce le clou : « Les fidèles sont souvent des gens modestes qui économisent toute l’année pour s’offrir le voyage. Il y a un non-respect de la personne ! »

Le prochain grand rendez-vous de Lourdes, le pèlerinage du Rosaire, se tiendra en octobre. D’ici là, une réunion entre les responsables religieux et la SNCF est prévue en septembre. Avec l’espoir de trouver une solution

► Signez la lettre ouverte à Guillaume Pepy, président de la SNCF et intitulée « Respectez les pèlerins ».

Auteur(s) : Luc Balbont , Photo © Corine Simon/CIRIC – Paru dans Pèlerin N° 6716 du 18 août 2011

Lettre ouverte à Guillaume Pépy, président de la SNCF

Respectez les pèlerins !

Monsieur Pépy, le dimanche de la Pentecôte, vous déclariez, sur une radio nationale, que la SNCF ne pourrait, dans les années qui viennent, assurer la circulation de la totalité des trains de pèlerins, en raison de contraintes multiples liées, entre autres, aux travaux sur le réseau ferré français.

Le lundi 20 juin, par communiqué à l’AFP, les directeurs régionaux Midi-Pyrénées de RFF (Réseau ferré de France) et de la SNCF s’engageaient, à l’inverse, à maintenir ces trains. Que croire ?

Les directeurs de pèlerinage, au nom des milliers de personnes qu’ils représentent, mais aussi les évêques et les élus, attendent des réponses claires qui, à ce jour, ne sont toujours pas arrivées, à leurs multiples questions. Et, au-delà des paroles, des actes concrets !

En effet, malgré des augmentations de tarifs, en 2011, qui dépassent largement les engagements pris par la SNCF lors des accords de Lourdes de 2006, avec les directeurs de pèlerinage, le service va en se dégradant et les engagements contractuels ne sont pas respectés.

Ainsi, pour ne prendre qu’un exemple, les horaires de juillet ne sont toujours pas fournis ! Nous rappelons qu’au-delà de l’impact économique pour la ville de Lourdes et sa région, les trains de pèlerins transportent des femmes et des hommes parfois malades, handicapés ou fragiles, mais qui, pour autant, méritent d’être respectés comme n’importe quel « client ».

Nous attendons donc un engagement officiel de la présidence de la SNCF vis-à-vis des trains de pèlerins.

Cet engagement pourrait prendre la forme d’un communiqué réaffirmant le respect, par la SNCF et RFF, de leur signature des Accords de Lourdes et de leur mise en œuvre effective.

Paris, le lundi 27 juin 2011.

Signataires
- Père Patrick Gandoulas, président de l’Association nationale des directeurs diocésains de pèlerinages
- Arnaud Legrez, président de la Fédération européenne des organisations de pèlerinages
- Frère Olivier de Saint Martin, dominicain, directeur du pèlerinage du Rosaire
- Père Jacques Nieuviarts, Assomptionniste, directeur du Pèlerinage national
- Alain de Tonquedec, président de l’Hospitalité de l’ordre de Malte
- Père Pierre Grosperrin, directeur du Pèlerinage montfortain
- Joseph Poirier, délégué général du Pèlerinage montfortain
- Raphaël Arenou, directeur du Frat (pèlerinage des jeunes d’Île-de-France)
- Mgr Bernard Podvin, porte-parole de la Conférence des évêques de France.

Pour signer la pétition visitez le site : http://forums.pelerin.info/viewtopic.php?f=5&t=599&sid=29ab3c42282ee324b453f24697d57a42

la cupidité humaine édifiante en action dans le monde entier et le silence des églises et communautés locales.

Classé dans : Non classé — andreadicaffa02 @ 18:24

nous savons déjà que l’humain est prêt à tout pour gagner de l’argent :
- mettre de l’antigel dans une boisson,
-des produits chimiques dans une cigarette,
- contrefaire des produits,
- pirater des logiciels,
-frelater le lait pour bébés,
- laisser les victimes d’une catastrophe chimique se débrouiller avec leurs morts, leurs malformations, leurs maladies.
j’en passe et bien d’autres, ici ou là, dans le passé, maintenant et probablement aussi dans le futur ……
à vous d ‘ écrire la suite

pour voir la vidéo visitez le site : http://www.futuris.ch/H1N1-la-cupidite-humaine-edifiante-en-action-au-Mexique_a604.html

19 août, 2011

Quelques phrases de la langue néo-française .

Classé dans : Non classé — andreadicaffa02 @ 21:34

Un petit lexique :

VOCABULAIRE DE COLLÉGIENS

Ass. « Un truc comme ass » : un truc comme ça.

Bédaver. Fumer des pétards, du cannabis. Ex. : « Il bédave. »

Blase. Nom, prénom. Étym. : De l’argot qui désigne traditionnellement « nez » ou « nom de famille ». Ex. : « Sors pas mon blase » (ne dis pas mon nom).

Boucaver. Dénoncer, balancer. Ça fête.

Tu m’énerves. Syn. : Tu soules. Ça part en live. Ça part dans tous les sens, c’est du n’importe quoi. Étym. : déformation du mot anglais live (« vie », « en direct »). Syn. : Ça part en vrille, ça part en couille.

Carotter, se faire carotter. Avoir, se faire avoir. Ex. : « Il m’a carotté » (il m’a eu).

C’est qui la celle ? C’est qui celle-là ? Étym. : Verlan de « celle-là ». C’est une tuerie. C’est au-dessus de tout. C’est yes. C’est bien, c’est cool, ça assure. Syn. : Trop d’la balle. Chauffer. Énerver. Ex. : « Qu’est-ce tu me chauffes ! »

Daron, daronne. Père, mère. Ex. : « C’est ta daronne qui vient t’chercher ? »

Dégou. Dégoûté. Ex. : « J’suis dégou. »

Eins. Seins. Étym. : Verlan de « seins ». Ex. : « Eh, t’as vu les einss ! »

Emballer. Draguer. Fonce dans le mur. Va-t’en. Syn. : Casse-toi, fais ta vie. Frais ! (L’expression qui monte !) Ex. : « T’as vu Matrix ? Oh ouais ! Frais ! »

Garetteci. Cigarette.

Grave. Plus, superlatif dans tous les sens.

Gueze. Content. Étym. : vient peut-être d’une déformation du mot « gai ». Ex. : « J’suis gueze. »

Iech. Chier. Ex. : « Va iech ! » Iench. Chien. Étym. : Verlan de « chien ». Ex. : « Sale iench ! » Je m’en bats les couilles. Expression très usitée, plus couramment : « Je m’en bats les couilles de ta life (de ta vie). »

Je t’appelle à la pointe du techi. « Je t’appelle, je suis en train de fumer un pétard. » Killer. Tueur. Dans un sens négatif atténué : fou/ouf ; dans un sens positif : un gars qui assure dans un domaine.

Lago. Remplace le nom d’une personne, qu’on ne veut pas citer. Ex. : « Regarde les pompes (chaussures) à lago. »

Mytho. Menteur. Étym. : De « mythomane » ou « mythologie ». Ex. : « Sale mytho ! »

93. Ne se dit plus « neuf trois » mais « neuf cube ».

N’importe naouak. N’importe quoi.

Nuitgrave. Une cigarette. Étym. : Vient de « nuit gravement à la santé », figurant sur les paquets de cigarettes.

Ouf. « Un truc de ouf » : un truc de fou.

Poker. Taper (donner une claque).

Racaille. Un gars, un gros dur.

Se faire fumer. Se faire vanner.

Starfoula. « Qu’Allah protège. » Étym. : De l’arabe staf Allah. On emploie l’expression lorsqu’un événement accidentel ou inhabituel survient.

T’as serré ? « As-tu accosté ? » (draguer des filles).

Tshuss. « Salut », « au revoir ». Étym. : Mot allemand employé ici selon sa traduction. Voyez. Au lieu de « tu vois », ponctue la conversation.

Se faire griller. Se faire démasquer (dans ses intentions).

Se taper des barres. Rigoler.

Sur le Coran. C’est juré.

Vénère. « Il m’a vénère » : verlan de « énervé ».

Yo boy ! « Eh mec ! » Étym. : De l’anglais You Boy.

Wesh ma couille ! « Ça va pas la tête ! » « T’es fou! » Étym. : Wesh vient de l’arabe pour désigner à la fois « quoi », « qu’est-ce qu’il y a ».

Zy vas. Vas-y (verlan).

Ecumenismo e Tradizione di Padre Paisios del Monte Athos.

Classé dans : Non classé — andreadicaffa02 @ 17:09

Padre Paisios del Monte Athos

Ecumenismo e Tradizione

Si deve portare rispetto per la Tradizione «Molti santi Martiri, quando non conoscevano il dogma, dicevano: «Credo a tutto quello che i Santi Padri hanno decretato».

Se qualcuno affermava questo, veniva martirizzato.

Costui non sapeva portare delle prove ai persecutori della sua fede né sapeva convincerli, ma aveva fiducia nei Santi Padri.

Pensava: «Come posso non avere fiducia nei Santi Padri? Loro che sono stati più esperti, più virtuosi e santi! Come posso accettare una stupidità? Come posso tollerare qualcuno che insulta i Santi Padri?».

Dobbiamo avere fiducia nella tradizione.

Oggi, purtroppo, da noi è entrata la gentilezza europea e ci stanno insegnando come si fa ad essere bravi.

Vogliono mostrarci la superiorità e, alla fine, vanno a prostrarsi al diavolo cornuto. Ci dicono: «Ci dev’essere una religione!» ma pongono tutto sullo stesso piano.

Anche da me sono venuti alcuni che mi hanno detto: «Tutti quelli che credono in Cristo devono fare una sola confessione religiosa».

Ho loro risposto: «E’ come se ora mi diceste di unire l’oro con il rame; unire un oro di molti carati con tutto quello da cui è stato separato, raccogliere nuovamente tutto e riunirlo.

È giusto mescolare tutto di nuovo? Chiedete a un orefice: ‘È giusto mischiare la zavorra con l’oro?’.

C’è stata una grande lotta, per purificare a fondo il dogma».

I Santi Padri sapevano qualcosa di più per proibire i rapporti con l’eretico. Oggi dicono: «Non solo bisogna stare con l’eretico ma pure con il Buddista e l’adoratore del fuoco. Dobbiamo pregare insieme a loro.

Gli ortodossi devono essere presenti alle loro preghiere comuni e ai loro convegni. Si tratta di una presenza».

Che tipo di presenza?

Cercano di risolvere tutto con la logica e giustificano cose ingiustificabili.

Lo spirito europeo crede che pure le questioni spirituali possano inserirsi nel mercato comune.

Alcuni tra gli ortodossi superficiali che vogliono fare delle “missioni”, convocano convegni con eterodossi, perché si faccia scalpore.

Così credono di promuovere l’Ortodossia, facendo, cioè, un’insalata sbattuta tra le cose ortodosse e quelle di chi non crede rettamente.

In seguito a ciò reagiscono i super-zeloti e si attaccano all’altra estremità arrivando pure a bestemmiare contro i Sacramenti di chi usa il nuovo calendario ecclesiastico, ecc. Tutto ciò scandalizza alquanto le anime con devozione e sensibilità ortodossa.

Gli eterodossi d’altro lato, quelli che vanno ai convegni, si atteggiano da maestri, prendono ogni buon materiale dagli ortodossi, lo filtrano attraverso il loro studio nei loro laboratori, ci appongono il loro colore e la loro etichetta e lo presentano come se fosse un prototipo originale

. Davanti a queste cose, il nostro attuale strano mondo si commuove e poi si rovina spiritualmente.

Il Signore, però, quando sarà necessario, manifesterà dei Marco Eugenico e dei Gregorio Palamas che raccoglieranno tutti i nostri fratelli assai scandalizzati, perché confessino la fede ortodossa e consolidino la tradizione con grande gioia della Madre Chiesa. Se vivessimo patristicamente, avremmo tutti salute spirituale, per la quale sarebbero gelosi anche tutti gli eterodossi al punto da lasciare i loro errori ammalati e salvarsi senza prediche.

Oggi non si commuovono della nostra tradizione patristica, perché vogliono vedere anche la nostra continuazione patristica, ossia la nostra autentica affinità di parentela con i nostri Santi.

Quello che s’impone ad ogni ortodosso è che metta una sana inquietudine anche agli eterodossi, in modo che capiscano di trovarsi nell’errore e il loro pensiero non si rassicuri in modo sbagliato venendo privati in questa vita delle ricche benedizioni dell’Ortodossia e nell’altra vita delle eterne benedizioni di Dio.

Alla mia Kalivi [= piccola residenza monastica] vengono dei ragazzi cattolici di molta buona volontà, pronti a conoscere l’Ortodossia. «Vogliamo che ci dici qualcosa, per essere aiutati spiritualmente», mi dicono.

«Guardate, – dico loro – prendete la Storia Ecclesiastica e vedrete che un tempo eravamo assieme ma poi ecco dove siamo arrivati.

Questo vi aiuterà molto. Fate questo e la prossima volta discuteremo su molti argomenti».

Anticamente si rispettavano le cose, perché erano appartenute al proprio nonno, e venivano custodite come oggetti preziosi.

Avevo conosciuto un avvocato molto bravo.

La sua casa era semplice e faceva riposare non solo lui ma anche i visitatori.

Una volta mi disse: «Padre, qualche anno fa i miei conoscenti mi prendevano in giro per i miei vecchi mobili.

Ora vengono e li ammirano come dei pezzi d’antiquariato.

Mentre usandoli mi danno gioia e mi commuovono perché mi ricordano mio padre, mia madre, i miei nonni, costoro raccolgono diverse cose vecchie, fanno dei salotti che sembrano negozi di rigattiere, in modo da dimenticarsi con queste cose e da dimenticare pure l’angoscia cosmica».

Un tempo una piccola moneta antica era tenuta come un grande patrimonio di sua madre o di suo nonno.

Oggi, se qualcuno ha da suo nonno una moneta di [re] Georgios [1922-1923 e 1935-1947] se per esempio nota che ha 100 dracme di differenza con una moneta del tempo della regina Vittoria, la scambierà.

Non apprezza e non stima né la madre né il padre. Lo spirito europeo entra a poco a poco e ci travolge trascinando con sé tutto.

Quando sono stato per la prima volta al Monte Athos, mi ricordo in un monastero di un monaco vecchietto che aveva molta devozione.

Conservava le cose “da nonno a nonno” per devozione. Dai suoi “nonni” [spirituali] e dai suoi predecessori non aveva avuto solo i kalimafchia [= berretti monastici], ma anche le forme con le quali si fanno i kalimafchia

Possedeva pure vecchi libri e diversi manoscritti e li custodiva avvolti in modo grazioso nella biblioteca, ben chiusa, perché non s’impolverassero.

Non usava quei libri; li teneva chiusi. «Io non sono degno di leggere tali libri – diceva –. Leggerò questi altri che sono semplici: il Gherondikon e la Klimaka».

Poi arrivò un nuovo monaco – che alla fine non rimase nel Monte Athos – e gli disse: «Perché raccogli qui della robaccia inutile?».

Afferrò le forme per buttarle e bruciarle.

Il povero vecchietto pianse: «Questo proviene da mio nonno – diceva –, perché ti da fastidio?

Abbiamo tante altre stanze; lasciale in un piccolo angolo!».

Per devozione non solo conservava libri, cimeli, kalimafchia, ma pure le stesse forme! Quando c’è rispetto per le piccole cose, c’è grande rispetto pure per le grandi.

Quando non c’è rispetto per le piccole, non esiste rispetto neppure per le grandi.

È stato così che i Padri hanno mantenuto la Tradizione».

Tratto dal libro: Γέροντος Παϊσίου Αγιορείτου, Λόγοι, τόμος Α’, Ιερό Ησυχαστήριο Άγιος Ιωάννης ο Θεολόγος, Σουρωτή Θεσ/νίκη, pp. 347-350.

Entretien avec mgr Serge Konovalov un témoignage qui nourrit nos âmes.

Classé dans : Non classé — andreadicaffa02 @ 11:44

var _gaq = _gaq || [];
_gaq.push(['_setAccount', 'UA-25248006-1']);
_gaq.push(['_trackPageview']);

(function() {
var ga = document.createElement(‘script’); ga.type = ‘text/javascript’; ga.async = true;
ga.src = (‘https:’ == document.location.protocol ? ‘https://ssl’ : ‘http://www’) + ‘.google-analytics.com/ga.js’;
var s = document.getElementsByTagName(‘script’)[0]; s.parentNode.insertBefore(ga, s);
})();

« Agacer la conscience du monde »
Entretien avec Mgr Serge (Konovalov), archevêque des églises russes d’Europe occidentale

- Monseigneur, parlez-nous, s’il vous plaît, de votre diocèse.

Le diocèse qui m’a été confié fut créé au début des années 20, quand le patriarche Tikhon a chargé l’archevêque Euloge (Guéorguievsky) de superviser toutes les paroisses de la diaspora russe en Europe Occidentale. Le diocèse de Mgr Euloge était très étendu : y entraient les paroisses orthodoxes des pays scandinaves, de l’Angleterre, de la Finlande, de la Tchécoslovaquie, de la Hongrie, de l’Allemagne, de l’Italie, de la Suisse, de la Belgique, de la Hollande, du Luxembourg, de France, ainsi que des possessions françaises d’Afrique du Nord : le Maroc et la Tunisie. Pendant un temps il eut même une mission en Inde, qui ensuite périclita. J’ai donc hérité des restes de cet immense diocèse.

Notre diocèse dépend du trône de Constantinople. Je dois dire que c’est un « sur-diocèse » assez unique dans l’histoire de l’Eglise, qui a des paroisses en France, en Italie, en Hollande, en Suède, en Norvège et en Allemagne. Par son origine il est russe et ses usages liturgiques sont russes, mais avec le temps de plus en plus de Russes perdent leur caractéristiques nationales ; du fait notamment des mariages mixtes, ils perdent la langue russe et, bien qu’ils continuent à être orthodoxes, les célébrations qui leurs sont destinées doivent se faire dans les langues locales. Par exemple, à Bruxelles, nous avons deux paroisses ; dans l’une, les offices sont en slavon et les sermons en russe, dans l’autre, tout est en français. Dans notre cathédrale Saint Alexandre Nevsky, l’office est en slavon et la prédication en russe, mais en dessous, il y a une communauté francophone. En Hollande, l’office est uniquement en hollandais dans toutes les paroisses.

Actuellement, nous cherchons à obtenir du Patriarcat de Constantinople l’exarchat supprimé par lui dans les années 50 [1]. En pratique, cela signifie que nos contacts avec notre centre ecclésial, c’est-à-dire avec Constantinople, s’effectueront directement et non plus par l’intermédiaire des métropolites grecs locaux.

- Comment voyez-vous l’avenir de votre diocèse et plus généralement de l’orthodoxie en Europe Occidentale ?

Je pense que nous devenons l’embryon d’une Eglise locale orthodoxe d’Europe Occidentale à venir, multinationale, célébrant en de nombreuses langues, mais qui apparemment aura tout de même une pratique liturgique russe.

Les orthodoxes de souche ont inoculé le « virus » de l’orthodoxie aux gens d’Europe Occidentale : beaucoup deviennent orthodoxes, se dirigent même vers la prêtrise, suivant au préalable les cours de théologie par correspondance de l’Institut de Saint Serge. Ainsi, il apparaît que l’orthodoxie s’enracine en Occident, devient autochtone, et n’est plus une importation de l’Orient. Il est intéressant de noter que c’est l’office russe et non pas le grec qui est le plus compréhensible et le plus naturel pour un Européen. Aussi n’avons-nous pas de craintes à avoir à propos de notre avenir. Le fait qu’avec le temps, dans deux ou trois générations, nous aurons perdu notre « russité » est, à mon sens, inévitable. Mais l’essentiel n’est pas d’être russe, mais d’être orthodoxe. Ce n’est pas la nationalité qui compte, mais la foi.

- Pouvez-vous nous parler, s’il vous plaît de la vie de vos paroisses ?

Comment vivent nos paroisses ? La main sur le cœur, elles sont extrêmement pauvres.

Nos ancêtres, une fois qu’ils eurent émigré, ont tenté de toutes les forces d’assurer la subsistance de leurs serviteurs du culte. Avec le temps, le nombre des paroissiens diminuant, les paroisses n’ont plus été en mesure de le faire à l’exception de deux trois dans tout le diocèse. Actuellement, nos prêtres sont contraints de travailler et de concilier leur travail avec le service sacerdotal. Moi-même, j’ai pendant trente ans enseigné dans une école secondaire, et je priais pour que je sois capable de me libérer à temps si un de mes paroissiens tombait gravement malade ou mourait. Je dois dire, il est vrai, que la direction de l’école catholique où je travaillais comprenait très bien ma situation, et ne m’a jamais empêché d’interrompre mes cours en donnant un travail à faire à mes élèves pour accomplir mon devoir pastoral.

Nos prêtres ne sont en réalité prêtres que les samedis et les dimanches ; les autres jours, ils sont ingénieurs, médecins, enseignants…

- Comment faire alors pendant les périodes si riches en offices liturgiques comme la Semaine Sainte ou la Semaine Radieuse ?

Ce sont les périodes les plus difficiles. Beaucoup de prêtres parviennent à prendre des congés pour ces périodes, afin d’être à l’église tous les jours. Mais dans certains endroits il n’y a pas de prêtre, et l’on est déjà bien heureux si des paroissiens musicalement doués et connaissant la rubrique, peuvent célébrer l’office en l’absence du prêtre.

Au début de l’émigration, jusque dans les années 60, la paroisse était une grande famille : on priait ensemble et on partageait la même vie. Aujourd’hui, on observe un affaiblissement des contacts entre les gens. Les gens sont trop pris par leurs occupations quotidiennes : ils viennent à l’office, puis se dispersent. N’idéalisons pas la situation : seules quelques paroisses sont restées de véritables familles, ces communautés ecclésiales. Dans la plupart, cela s’est perdu.

Lorsqu’il se trouve un peintre dans une paroisse, autour de lui naît parfois un cercle d’iconographie. À Paris, il y a plusieurs chorales orthodoxes qui ne se contentent pas d’assurer les offices, mais préparent des programmes supplémentaires et donnent des concerts. En été, il y a des camps de vacances pour les enfants et les adolescents.

Certaines paroisses organisent des écoles où l’on enseigne aux enfants le catéchisme, la langue, la littérature et la culture russes. Par exemple, chez nous, à la cathédrale, il y a une école, avec des classes parallèles pour ceux qui parlent et pour ceux qui ne parlent pas russe, où les enfants apprennent la langue de leurs ancêtres. Certains découvrent ainsi leur « russité » et commencent à s’intéresser à la culture, aux traditions, à l’histoire russes et se mettent même à propager la « russité » parmi les non russes.

- Est-ce qu’il existe des traits spécifiques distinguant les orthodoxes de l’Occident des orthodoxes russes ?

Nous avons développé ici la pratique de la communion fréquente. Beaucoup de fidèles de l’émigration en sont arrivés à la conclusion qu’assister à la liturgie sans communier, était presque absurde. Cela rejaillit parfois sur la préparation à la communion. Lorsque on communie souvent, on n’a pas toujours le temps pour se préparer réellement et je constate avec douleur que la communion devient un automatisme chez certains. Néanmoins, c’est une véritable joie que de voir qu’un grand nombre de fidèles de nos églises, enfantes et adultes confondus, communient fréquemment tout en gardant une attitude très sérieuse face à la communion et essaient de se confesser avant la liturgie.

Je sais que c’est une règle absolue en Russie : sans confession, on ne s’approche pas du calice. Nous avons une approche quelque différente : si la conscience du fidèle est suffisamment pure et qu’il n’y a aucun obstacle pour la communion, pourquoi ne serait-il pas possible de communier plusieurs fois de suit sans passer par la formalité d’une confession ?

Je pense que la pratique de la communion fréquente telle qu’elle s’est élaborée en Occident, est profitable. Cette pratique soutient les forces des fidèles. Quand un fidèle s’approche consciemment du Saint Calice, il est sanctifié par cette Présence. Il ne peut dès lors mener une vie de pécheur, et s’efforce de garder la pureté. Ainsi, dès lors que la communion devient une nécessité, le résultat d’ensemble est positif.

- Comment se développent les relations des orthodoxes vivant en Occident et les catholiques et les protestants ?

Le temps est depuis longtemps passé où les autorités ecclésiales catholiques voyaient dans tous les nouveaux arrivants de l’Est, des candidats à la conversion au catholicisme. J’enseignais dans une catholique quand vint le temps de mon ordination sacerdotale. (Avant cela, j’étais diacre, et beaucoup de mes collègues étaient au courant, comme était au courant mon directeur, un prêtre catholique, et cela ne dérangeait personne.) Avant mon ordination, je demandai à mon directeur si je devais chercher un autre travail, car il n’est pas logique qu’un prêtre orthodoxe enseigne dans une école catholique. Le directeur souhaitait me garder, mais il devait en référer à ses supérieurs ecclésiastiques, qui dépêchèrent le vicaire archiépiscopal chargé de l’éducation. Nous avons eu un long entretien, et il l’expliqua qu’il ne voulait pour rien au monde me licencier, qu’au contraire il était très important pour eux que parmi le personnel de l’école il y eût des hommes croyants. J’ai été très étonné : c’était une école catholique. Cela se passait dans les années soixante.

Voilà donc qu’elle est la situation où nous nous trouvons : le christianisme en Europe Occidentale s’est beaucoup affaibli. Et c’est pourquoi, en notre temps, au lieu de nous accuser les uns les autres d’hérésies et autres errements, nous en arrivons à une sorte d’œcuménisme « automatique », c’est-à-dire que nous essayons de former ensemble une espèce de front commun. Cela ne réussit pas toujours, parce que souvent prévaut une mentalité semblable à celle des vieux croyants qui disaient en leur temps : notre foi est véridique, parce que nos livres sont plus épais… Nous vivons pour l’essentiel dans un milieu sécularisé, athée. Il n’est plus si facile, de notre temps, de tomber sur un chrétien, et lorsque nous nous rencontrons entre chrétiens, nous avons bien entendu une langue commune.

Il y a à Paris un Conseil d’Églises Chrétiennes en France [2]. Il se réunit rarement, deux fois l’an, pour débattre des questions actuelles. Nous y prenons part nous aussi, bien sûr. Il arrive que ce conseil soit la voix de l’ensemble des chrétiens, qu’il exprime notre position commune de chrétiens.

Mais nous nous retrouvons parfois dans une position très pénible, quand des protestants essaient de nous imposer quelque chose d’étranger à l’orthodoxie lors des rencontres œcuméniques. Là, nous somme obligés de dire qu’il est très bien de lire ensemble le Notre père, mais que nous ne pouvons pas aller plus loin pour le moment. Il faut, bien entendu, éviter de blesser les gens, mais nous n’avons pas non plus l’intention de céder nos positions. Si quelqu’un doit changer ses positions, ce sont eux plutôt que nous…

- Quelles sont les relations des chrétiens d’Occident avec le monde non chrétien ?

Avec le monde non chrétien, nous n’avons presque pas de langue commune. Il y a des commissions pour le dialogue, avec le judaïsme et l’islam, et les autres grandes religions du monde, mais on en reste à de l’échange d’idées générales, et ne débouche, pour l’essentiel, sur rien.

- Quels sont les relations de votre Archevêché avec l’Eglise Orthodoxe de Russie, les autres églises locales et l’Eglise Hors-Frontières ?

En 1995, Dieu m’a permis de rencontrer le patriarche Alexis II et de concélébrer avec lui la Divine Liturgie dans la cathédrale de la Dormition au Kremlin. Ainsi a été restaurée la communion eucharistique normale avec l’EOR, bien que nous demeurions dans la juridiction du Patriarcat de Constantinople. En effet, nous sommes à la fois russes et non russes ; « sous les grecs », mais en Europe occidentale…

Avec les autres Églises locales, nous ne rencontrons aucun obstacle dans la communion eucharistique, étant donné notre lien avec le Patriarcat de Constantinople. Nous recevons des visites de prêtres, d’évêques qui célèbrent dans nos églises. Il n’y a de difficulté qu’avec l’Église Hors-Frontières, la juridiction de « Karlovtsy », dite encore synodale. Nous avons beau essayer d’établir avec eux des relations amicales, nos recevons toujours un refus. Ils nous considèrent comme des âmes vénales, traîtres à l’orthodoxie etc. etc. J’ai de mes yeux lu l’écrit de l’un de leurs théologiens qui appelait le patriarche de Constantinople d’hérésiarque, parce que le patriarche avait eu l’outrecuidance d’embrasser le Pape de Rome. Bien entendu, il y a sur le plan personnel des relations très amicales avec certains représentants de cette église. Il est très douloureux de ne pas pouvoir avoir de communion eucharistique entre nous.

- Quelles voies de dépassement des divergences entre les chrétiens vous paraissent les plus prometteuses ?

Par ma foi, je n’en sais rien. Je pense que la seule chose qui peut nous sauver est une intervention directe de l’Esprit Saint. Dans notre infirmité humaine nous sommes incapables de dépasser les divisions. Il faut que le Seigneur intervient, qu’ils nous envoient des gens supérieurement intelligents, pour qu’il puisse y avoir une véritable conversation, et non un échange de généralités et de lieux communs théologiques, pour que nous puissions mener véritablement les pourparlers jusqu’au bout. Mais cela veut dire que quelqu’un devra admettre qu’il s’est trompé pendant des siècles. Je n’imagine pas comment c’est possible.

Mon point de vue personnel est actuellement le suivant : la coexistence pacifique, chacun à sa façon, mais sans revenir aux anathèmes contre ceux qui ne pensent pas comme nous. Nous sommes capables aujourd’hui de vivre dans cet état de tolérance entre nous. Même si nous n’avons pas un accord complet, nous avons beaucoup de choses en commun. Lorsque nous nous rencontrons, parlons plutôt de ce qui nous unit, que de ce qui nous sépare.

- Qu’est ce qui dans l’héritage si abondant des années 20-40, apogée de la vie ecclésiale en France, se perpétue aujourd’hui ?

À Paris existe toujours l’Institut Saint-Serge fondé en 1925. On peut dire qu’après les grands luminaires de la pensée philosophique et théologique dont beaucoup sont morts dans les années 40 ou 50, sont restés leurs héritiers, mais il n’existe plus rien qui approche le niveau d’autrefois. Je dirais que notre Institut continue à vivre sur ses lauriers. Dernièrement, on fait quelques efforts : on publie les cours des professeurs d’avant guerre en français et en russe, y compris à Moscou, à l’Institut Saint-Tikhon.

Avons-nous besoin aujourd’hui d’un Institut théologique ? Bien sûr que oui, mais il est regrettable que si peu de prêtres sortent de notre Institut, alors que nous en manquons d’une manière catastrophique. On peut cependant se féliciter de ce que les théologiens diplômés de l’Institut soient en mesure de défendre avec compétence le point de vue orthodoxe dans le dialogue avec les autres confessions.

- Quelles sont les nationalités représentées parmi les étudiants ?

Nous avons beaucoup de roumains, de serbes, de français, d’arabes. Il y a parfois des étudiants de Pologne, de Russie, de Biélorussie, d’Ukraine. L’enseignement est dispensé entièrement en français. L’Institut organise aussi des cours par correspondance. En tout, en incluant les doctorants, nous avons actuellement autour de 50 étudiants.

- Quelle est aujourd’hui le rôle de l’Église dans la destinée de l’émigration et dans la vie du « Paris russe » ?

L’émigration est en train de se dissoudre. L’Eglise revient aujourd’hui à son rôle initial, celui d’être un lieu de prière. Il y a de moins en moins de gens, parmi ceux qui ont grandi dans l’émigration, qui possèdent les deux cultures. L’Eglise reste un lieu de prière, mais ne joue presque plus aucun rôle culturel. Quant à son rôle dans le débat public, il appartient aussi, je pense, au passé. Si l’Eglise devient un lieu de prière, un lieu de transfiguration intérieure de l’homme, elle accomplira, à mon avis, son rôle essentiel.

Mais le rôle unificateur de l’Église renaît dans de nouvelles circonstances. Beaucoup de gens arrivent de Russie. Ils sont très différents de ceux de l’ancienne émigration, c’est une autre couche culturelle. Et pour tenter de les comprendre, il faut faire preuve de beaucoup de patience. Comme l’Église attire l’ancienne émigration et la nouvelle, on peut espérer qu’au sein de l’Église les deux trouverons le moyen de se comprendre.

- Est-ce que la canonisation de mère Marie Skobtsov aura lieu ? [3]

Pendant assez longtemps, plus d’un an, Mme Hélène Arjakovsky, qui est la fille du père Dimitri Klépinine, compagnon de souffrance de mère Marie (lui aussi est mort dans un camp de concentration), a réuni des matériaux, notamment biographiques concernant mère Marie. Avec ma bénédiction elle a constitué un dossier selon tous les critères de la canonisation, que je m’apprête à soumettre très prochainement à l’examen du Synode du Patriarcat de Constantinople en lui demandant de procéder à la canonisation de mère Marie.

- Monseigneur, pouvez-vous ne parler des communautés monastiques de votre diocèse, et du type de monachisme qui est caractéristique pour l’orthodoxie d’Europe Occidentale, de votre vision du rôle du monachisme dans le monde ?

Nous avons dans notre diocèse deux monastères d’hommes et deux de femmes. Les monastères d’hommes se trouvent en Norvège et en Hollande. Chacun ne comprend que deux moines qui vivent dans le respect de la règle de prière monastique et de tout ce à quoi les obligent leurs vœux tout en desservant des paroisses.

En France, nous avons une communauté, de femmes, le monastère de la Protection-de-la-Mère-de-Dieu à Bussy-en-Othe, fondé en 1946. Elle rassemble actuellement quatorze moniales et vit selon son propre règlement. Les services y sont quotidiens.

On peut noter avec intérêt que les chants au cours des services sont exécutés en slavon, sur ces mélodies russes, mais que toutes les lectures – lectures du psautier, de l’ancien testament, des heures – sont lues par les sœurs dans leur langue d’origine : la moniale d’origine anglaise lit en français, celle qui est d’origine égyptienne en arabe etc. L’Évangile et l’Apôtre sont lus généralement dans les deux langues, en slavon et en français, et tout cela se marie très bien.

Mais le plus important est qu’en dépit de la vie spirituelle intense du monastère, on y sent un intérêt pour l’homme, une ouverture aux besoins du monde, aux problèmes des gens. Il y a toujours beaucoup de visiteurs laïcs, venus là pour se reposer spirituellement de la tension de la vie dans les grandes villes. Il y a des malades qui font de longs séjours au monastère. Certains viennent non seulement pour prier, mais aussi pour travailler pour le monastère. Des russes se sont installés autour du monastère et, à l’heure d’aujourd’hui, dans ce modeste village de Bourgogne, déjà dix-sept familles russes ont acquis des maisons, si bien que la présence du monastère a fini par changer le caractère de la population.

Mais le plus remarquable est la façon dont les sœurs accueillent les gens. On ne considèrent pas les visiteurs comme une gêne troublant le rythme habituel de la vie, comme cela s’observe, hélas, aussi bien dans les monastères russes que dans les monastères grecs. Ici, l’approche est différente : si un visiteur vient au monastère, c’est qu’une nécessité l’y pousse, c’est qu’il doit trouver un interlocuteur.

Le commandement le plus important de l’Évangile est l’amour pour le prochain. Et c’est bien cet amour et cette abnégation dont les gens sont constamment entourés dans le monastère de la Protection. Lorsqu’on a besoin de quelque chose, on n’a pas à chercher quelqu’un, on vient spontanément vers vous et on vous écoute et on cherche à comprendre, en dépit de la fatigue, comment vous consoler, comment vous aider. Selon moi, c’est là le sens principal du monachisme dans toute sa beauté. Le vrai monachisme se trouve là où l’on ne se détourne pas de l’homme. Là où l’on ne cherche que son propre salut, il y a une approche du monachisme qui me semble dangereuse.

Cela rappelle la figure lumineuse de mère Marie (Skobtsov), qui n’a jamais vraiment vécu dans un monastère, mais qui était une moniale aussi dans sa chambre qu’à l’extérieur, ayant pleinement renoncé à soi, s’étant entièrement donnée au prochain.

- Quelles sont selon vous les perspectives de l’orthodoxie dans le millénaire qui commence ?

Je ne sais pas si nous devons nous attendre à ce que le troisième millénaire voit nécessairement arriver le « triomphe de l’orthodoxie ». Ce que je sais, c’est que notre tâche est une tâche de fourmi, nous devons pas à pas construire autour de nous un monde fondé sur l’Évangile, sur l’amour, sur le respect de l’autre. Et cela doit commencer par la famille.

C’est qu’en fait, rien ne change pour nous. À toute époque, en toute circonstance, nous devons, nous, les chrétiens être en ce monde un principe irritant… Qu’on se fâche contre nous, qu’on nous batte, mais tant que le monde continuera à sentir que nous lui apportons une sorte de démangeaison morale, c’est que notre travail continue à se faire.

Nous devons être la conscience vivante de ce monde. Cela pourra paraître naïf ou grandiloquent, mais je pense que c’est véritablement là la vocation du christianisme : de toujours agacer la conscience du monde.

Comme tout chrétien, je suis un optimiste : je ne puis croire que le monde ira de mal en pis ; je crois que le monde va se développer dans le sens du bien. Il n’a pas été créé pour disparaître stupidement, il a été créé en vue du salut, et ce en dépit des faiblesses humaines. Et c’est là que se dissimule notre rôle, notre travail, qui, tel celui de la taupe, est parfois imperceptible, souterrain, mais néanmoins continu. Nous devons être quelque chose comme l’ortie, qui est urticante. Lorsqu’on approche de près un chrétien, on doit en conserver une empreinte. Si nous n’étions pas aussi tiède, aussi peureux, si ce n’était notre crainte de paraître ridicules aux yeux des autres (c’est justement ce qu’il faut craindre le moins), nous pourrions faire beaucoup plus en ce monde.

Propos recueillis par Nathalie Bolchakov – La Pensée Russe N° 4265, Paris, le 15 avril 1999

Source : http://www.la-france-orthodoxe.net/…

La Chiesa di San Michele Arcangelo di Manduria Un modello di architettura e,sopratutto,un luogo di preghiera ove una comunità di Frati vive e incarna una spiritualità che viene trasmessa da più di sette secoli.

Classé dans : Non classé — andreadicaffa02 @ 10:55

var _gaq = _gaq || [];
_gaq.push(['_setAccount', 'UA-25248006-1']);
_gaq.push(['_trackPageview']);

(function() {
var ga = document.createElement(‘script’); ga.type = ‘text/javascript’; ga.async = true;
ga.src = (‘https:’ == document.location.protocol ? ‘https://ssl’ : ‘http://www’) + ‘.google-analytics.com/ga.js’;
var s = document.getElementsByTagName(‘script’)[0]; s.parentNode.insertBefore(ga, s);
})();

servidimariachiesadimanduria.jpeg

 

La Chiesa di San Michele Arcangelo -

Manduria Immagine Articolo La chiesa di san Michele Arcangelo, voluta dai padri Servi di Maria i quali introdussero, nella città, il culto della Vergine Addolorata, ispirando anche la creazione dell’omonima Congrega, è una delle meglio tenute e ricche di un considerevole patrimonio artistico.

Lunga venticinque metri e larga dodici, la chiesa, che presenta al suo interno un ordine architettonico composito, conserva una statua dell’Addolorata, giudicata tra le migliori fra quelle presenti a Manduria, mentre ricchi sono i donativi ed i lasciti fatti in particolari occasioni liturgiche.

Non manca, tra l’altro, un organo con ampia orchestra, pulpito, grande sacrestia. L’altare maggiore, isolato, di prospetto all’unica porta d’ingresso, è dedicato all’Arcangelo san Michele, che ritroviamo, però, dipinto in un quadro situato nel secondo altare a sinistra della navata.

La tela, creata da Pietro Bianco nella metà del XVIII secolo consta, in realtà, di una copia ricavata, non senza variazioni, dal fortunato prototipo originale dipinto su seta da Guido Reni nel 1635, e conservato nella chiesa romana di santa Maria della Concezione e, sin dal 1636, riprodotto in stampe.

Il primo dei sei altari, invece, a partire dalla destra, fu eretto dalla famiglia del barone Primicerii, e custodisce un quadro raffigurante il Cristo Crocifisso che indica la ferita di s. Pellegrino Laziosi.

Sulla sinistra, invece, troviamo, nel primo altare, la tela raffigurante san Pietro Apostolo. Proseguendo, sul secondo altare a destra è presente la tela raffigurante Cristo Crocifisso ed i dolenti, pare di Gaetano Bianco, come suggerirebbero i modi attardati rispetto alla presunta data di esecuzione ed il brano paesaggistico che fa da sfondo.

Inoltre va segnalato che l’opera, datata intorno al 1691, replica, con qualche minima variante, un soggetto analogo che si trova presso la chiesa delle Scuole Pie.

Accanto a quest’opera troviamo, infine, l’altare dedicato ai Sette Fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria col quadro nel quale è dipinta l’Addolorata che veste del suo abito i primi suoi servi. La tela fu creata da Pietro Bianchi intorno alla metà del XVIII secolo; in rotta col padre Diego Oronzo, in quest’opera l’autore assume, per la prima volta, piena dignità artistica, anche se la composizione si direbbe debitrice delle invenzioni paterne come confermano le due figure dei padri fondatori, rappresentati sul lato sinistro, letteralmente desunti dall’analogo soggetto di Diego Oronzo Bianchi dipinto, nel 1734, per la chiesa dello Spirito Santo.

Inoltre, la fonte da cui è tratta l’immagine della Vergine potrebbe essere l’analogo soggetto dipinto da Agostino Masucci, nella chiesa di san Marcello al Corso a Roma, nel 1727, la cui postura si direbbe proposta in contro parte.

A completare il panorama artistico all’interno della chiesa, dopo il San Pietro, la cui prima segnalazione si deve al Tarentini, e la cui composizione, di gusto tardo manierista, potrebbe appartenere alla produzione di Gaetano Bianco, ed il quadro di san Michele, troviamo la tela raffigurante la Gloria dei santi Filippo Benizi e Giuliana Falconieri, opera di Pietro Bianchi, risalente alla metà del XVIII secolo.

Informazioni La chiesa è aperta al pubblico; l’accesso è consentito ai diversabili.

Indirizzo:Convento S. Michele Arcangelo Dei Servi Di Maria

Via Roma, 38, 74024 Manduria Taranto, Italia

Telefono +39 099 979 4405

‎ Bibliografia Tarentini, L. (1899), Manduria Sacra, ovvero storia di tutte le chiese e Cappelle distrutte ed esistenti, dei Monasteri e Congregazioni laicali dalla loro fondazione fino al presente, edizione anastatica, Manduria, Provveduto editore.

Mariggiò, M. G. (1995), I servi di Maria a Manduria dal secolo XVI al secolo XIX, Napoli, Casa editrice Servi di Maria Italia Meridionale.

Guastella, M. (2002), Iconografia sacra a Manduria, repertorio delle opere pittoriche (secc. XVI – XX), Manduria, Barbieri editore.

Brunetti, P. (2007), Manduria tra storia e leggenda. Dalle origini ai giorni nostri, Manduria, Barbieri Selvaggi Editori.

 

questo articolo é stato tratto dal sito  itriabarocco.it

NOTE LEGALI

Il materiale presente su queste pagine è pubblicato senza fine di lucro

ma è utilizzato solo come scopo divulgativo.

Tuttavia, se qualcuno dovesse ritenere di avere eventuali diritti

di proprietà o di copyright sullo stesso o parte di esso, è pregato di comunicarlo

affinché si provveda alla rimozione del materiale interessato.

18 août, 2011

symbologie: L’ arbre : Le Christ et l’ Eglise

Classé dans : Non classé — andreadicaffa02 @ 8:56

Un arbre :Le Christ et l’Eglise

C’est vrai !

la symbolique de l’arbre a été repris

maintes et maintes fois

L’arbre respecté, honoré par les druides

L’arbre chanté par Brassens

L’arbre loué par Michel Serre

qui lui-même cite Frazer

**

En s’inspirant de ces prêtres ,de ces chanteurs ,de ces philosophes

on peut aussi parler du Christ et de l’Eglise

**

Le Christ

comme un arbre

relie la terre et le ciel

Véritable lien entre la matière et spirituel

**

Le Christ

comme un arbre

est incarné ,

bien enraciné dans notre monde terrestre

Comme un arbre

il baigne aussi dans la lumière

**

L’Eglise est aussi un arbre

aux multiples branches

et ramifications

L’église est une multitude diversifiée

une communauté d’hommes aux diverses vocations

les uns sont prophètes, les autres enseignants ou au service des malades … dit saint Paul

**

L’Eglise

comme un arbre

forme un seul corps

le corps du christ

« je suis la vigne vous êtes les sarments »

**

l’Eglise

n’est pas une institution

une communauté hiérarchisée

Mais l’église comme un arbre

est une unité

comprenant une somme d’individualités

avec ses faiblesses et ses richesses

Posté dans 2 JESUS issu d’une famille de Juifs convaincus, 2a Eglise

123

Le rat noir |
Phenix Club |
zakariahammoumi |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Science pour Tous
| ekinox21
| L'individu et le groupe