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19 août, 2011

Quelques phrases de la langue néo-française .

Classé dans : Non classé — andreadicaffa02 @ 21:34

Un petit lexique :

VOCABULAIRE DE COLLÉGIENS

Ass. « Un truc comme ass » : un truc comme ça.

Bédaver. Fumer des pétards, du cannabis. Ex. : « Il bédave. »

Blase. Nom, prénom. Étym. : De l’argot qui désigne traditionnellement « nez » ou « nom de famille ». Ex. : « Sors pas mon blase » (ne dis pas mon nom).

Boucaver. Dénoncer, balancer. Ça fête.

Tu m’énerves. Syn. : Tu soules. Ça part en live. Ça part dans tous les sens, c’est du n’importe quoi. Étym. : déformation du mot anglais live (« vie », « en direct »). Syn. : Ça part en vrille, ça part en couille.

Carotter, se faire carotter. Avoir, se faire avoir. Ex. : « Il m’a carotté » (il m’a eu).

C’est qui la celle ? C’est qui celle-là ? Étym. : Verlan de « celle-là ». C’est une tuerie. C’est au-dessus de tout. C’est yes. C’est bien, c’est cool, ça assure. Syn. : Trop d’la balle. Chauffer. Énerver. Ex. : « Qu’est-ce tu me chauffes ! »

Daron, daronne. Père, mère. Ex. : « C’est ta daronne qui vient t’chercher ? »

Dégou. Dégoûté. Ex. : « J’suis dégou. »

Eins. Seins. Étym. : Verlan de « seins ». Ex. : « Eh, t’as vu les einss ! »

Emballer. Draguer. Fonce dans le mur. Va-t’en. Syn. : Casse-toi, fais ta vie. Frais ! (L’expression qui monte !) Ex. : « T’as vu Matrix ? Oh ouais ! Frais ! »

Garetteci. Cigarette.

Grave. Plus, superlatif dans tous les sens.

Gueze. Content. Étym. : vient peut-être d’une déformation du mot « gai ». Ex. : « J’suis gueze. »

Iech. Chier. Ex. : « Va iech ! » Iench. Chien. Étym. : Verlan de « chien ». Ex. : « Sale iench ! » Je m’en bats les couilles. Expression très usitée, plus couramment : « Je m’en bats les couilles de ta life (de ta vie). »

Je t’appelle à la pointe du techi. « Je t’appelle, je suis en train de fumer un pétard. » Killer. Tueur. Dans un sens négatif atténué : fou/ouf ; dans un sens positif : un gars qui assure dans un domaine.

Lago. Remplace le nom d’une personne, qu’on ne veut pas citer. Ex. : « Regarde les pompes (chaussures) à lago. »

Mytho. Menteur. Étym. : De « mythomane » ou « mythologie ». Ex. : « Sale mytho ! »

93. Ne se dit plus « neuf trois » mais « neuf cube ».

N’importe naouak. N’importe quoi.

Nuitgrave. Une cigarette. Étym. : Vient de « nuit gravement à la santé », figurant sur les paquets de cigarettes.

Ouf. « Un truc de ouf » : un truc de fou.

Poker. Taper (donner une claque).

Racaille. Un gars, un gros dur.

Se faire fumer. Se faire vanner.

Starfoula. « Qu’Allah protège. » Étym. : De l’arabe staf Allah. On emploie l’expression lorsqu’un événement accidentel ou inhabituel survient.

T’as serré ? « As-tu accosté ? » (draguer des filles).

Tshuss. « Salut », « au revoir ». Étym. : Mot allemand employé ici selon sa traduction. Voyez. Au lieu de « tu vois », ponctue la conversation.

Se faire griller. Se faire démasquer (dans ses intentions).

Se taper des barres. Rigoler.

Sur le Coran. C’est juré.

Vénère. « Il m’a vénère » : verlan de « énervé ».

Yo boy ! « Eh mec ! » Étym. : De l’anglais You Boy.

Wesh ma couille ! « Ça va pas la tête ! » « T’es fou! » Étym. : Wesh vient de l’arabe pour désigner à la fois « quoi », « qu’est-ce qu’il y a ».

Zy vas. Vas-y (verlan).

Ecumenismo e Tradizione di Padre Paisios del Monte Athos.

Classé dans : Non classé — andreadicaffa02 @ 17:09

Padre Paisios del Monte Athos

Ecumenismo e Tradizione

Si deve portare rispetto per la Tradizione «Molti santi Martiri, quando non conoscevano il dogma, dicevano: «Credo a tutto quello che i Santi Padri hanno decretato».

Se qualcuno affermava questo, veniva martirizzato.

Costui non sapeva portare delle prove ai persecutori della sua fede né sapeva convincerli, ma aveva fiducia nei Santi Padri.

Pensava: «Come posso non avere fiducia nei Santi Padri? Loro che sono stati più esperti, più virtuosi e santi! Come posso accettare una stupidità? Come posso tollerare qualcuno che insulta i Santi Padri?».

Dobbiamo avere fiducia nella tradizione.

Oggi, purtroppo, da noi è entrata la gentilezza europea e ci stanno insegnando come si fa ad essere bravi.

Vogliono mostrarci la superiorità e, alla fine, vanno a prostrarsi al diavolo cornuto. Ci dicono: «Ci dev’essere una religione!» ma pongono tutto sullo stesso piano.

Anche da me sono venuti alcuni che mi hanno detto: «Tutti quelli che credono in Cristo devono fare una sola confessione religiosa».

Ho loro risposto: «E’ come se ora mi diceste di unire l’oro con il rame; unire un oro di molti carati con tutto quello da cui è stato separato, raccogliere nuovamente tutto e riunirlo.

È giusto mescolare tutto di nuovo? Chiedete a un orefice: ‘È giusto mischiare la zavorra con l’oro?’.

C’è stata una grande lotta, per purificare a fondo il dogma».

I Santi Padri sapevano qualcosa di più per proibire i rapporti con l’eretico. Oggi dicono: «Non solo bisogna stare con l’eretico ma pure con il Buddista e l’adoratore del fuoco. Dobbiamo pregare insieme a loro.

Gli ortodossi devono essere presenti alle loro preghiere comuni e ai loro convegni. Si tratta di una presenza».

Che tipo di presenza?

Cercano di risolvere tutto con la logica e giustificano cose ingiustificabili.

Lo spirito europeo crede che pure le questioni spirituali possano inserirsi nel mercato comune.

Alcuni tra gli ortodossi superficiali che vogliono fare delle “missioni”, convocano convegni con eterodossi, perché si faccia scalpore.

Così credono di promuovere l’Ortodossia, facendo, cioè, un’insalata sbattuta tra le cose ortodosse e quelle di chi non crede rettamente.

In seguito a ciò reagiscono i super-zeloti e si attaccano all’altra estremità arrivando pure a bestemmiare contro i Sacramenti di chi usa il nuovo calendario ecclesiastico, ecc. Tutto ciò scandalizza alquanto le anime con devozione e sensibilità ortodossa.

Gli eterodossi d’altro lato, quelli che vanno ai convegni, si atteggiano da maestri, prendono ogni buon materiale dagli ortodossi, lo filtrano attraverso il loro studio nei loro laboratori, ci appongono il loro colore e la loro etichetta e lo presentano come se fosse un prototipo originale

. Davanti a queste cose, il nostro attuale strano mondo si commuove e poi si rovina spiritualmente.

Il Signore, però, quando sarà necessario, manifesterà dei Marco Eugenico e dei Gregorio Palamas che raccoglieranno tutti i nostri fratelli assai scandalizzati, perché confessino la fede ortodossa e consolidino la tradizione con grande gioia della Madre Chiesa. Se vivessimo patristicamente, avremmo tutti salute spirituale, per la quale sarebbero gelosi anche tutti gli eterodossi al punto da lasciare i loro errori ammalati e salvarsi senza prediche.

Oggi non si commuovono della nostra tradizione patristica, perché vogliono vedere anche la nostra continuazione patristica, ossia la nostra autentica affinità di parentela con i nostri Santi.

Quello che s’impone ad ogni ortodosso è che metta una sana inquietudine anche agli eterodossi, in modo che capiscano di trovarsi nell’errore e il loro pensiero non si rassicuri in modo sbagliato venendo privati in questa vita delle ricche benedizioni dell’Ortodossia e nell’altra vita delle eterne benedizioni di Dio.

Alla mia Kalivi [= piccola residenza monastica] vengono dei ragazzi cattolici di molta buona volontà, pronti a conoscere l’Ortodossia. «Vogliamo che ci dici qualcosa, per essere aiutati spiritualmente», mi dicono.

«Guardate, – dico loro – prendete la Storia Ecclesiastica e vedrete che un tempo eravamo assieme ma poi ecco dove siamo arrivati.

Questo vi aiuterà molto. Fate questo e la prossima volta discuteremo su molti argomenti».

Anticamente si rispettavano le cose, perché erano appartenute al proprio nonno, e venivano custodite come oggetti preziosi.

Avevo conosciuto un avvocato molto bravo.

La sua casa era semplice e faceva riposare non solo lui ma anche i visitatori.

Una volta mi disse: «Padre, qualche anno fa i miei conoscenti mi prendevano in giro per i miei vecchi mobili.

Ora vengono e li ammirano come dei pezzi d’antiquariato.

Mentre usandoli mi danno gioia e mi commuovono perché mi ricordano mio padre, mia madre, i miei nonni, costoro raccolgono diverse cose vecchie, fanno dei salotti che sembrano negozi di rigattiere, in modo da dimenticarsi con queste cose e da dimenticare pure l’angoscia cosmica».

Un tempo una piccola moneta antica era tenuta come un grande patrimonio di sua madre o di suo nonno.

Oggi, se qualcuno ha da suo nonno una moneta di [re] Georgios [1922-1923 e 1935-1947] se per esempio nota che ha 100 dracme di differenza con una moneta del tempo della regina Vittoria, la scambierà.

Non apprezza e non stima né la madre né il padre. Lo spirito europeo entra a poco a poco e ci travolge trascinando con sé tutto.

Quando sono stato per la prima volta al Monte Athos, mi ricordo in un monastero di un monaco vecchietto che aveva molta devozione.

Conservava le cose “da nonno a nonno” per devozione. Dai suoi “nonni” [spirituali] e dai suoi predecessori non aveva avuto solo i kalimafchia [= berretti monastici], ma anche le forme con le quali si fanno i kalimafchia

Possedeva pure vecchi libri e diversi manoscritti e li custodiva avvolti in modo grazioso nella biblioteca, ben chiusa, perché non s’impolverassero.

Non usava quei libri; li teneva chiusi. «Io non sono degno di leggere tali libri – diceva –. Leggerò questi altri che sono semplici: il Gherondikon e la Klimaka».

Poi arrivò un nuovo monaco – che alla fine non rimase nel Monte Athos – e gli disse: «Perché raccogli qui della robaccia inutile?».

Afferrò le forme per buttarle e bruciarle.

Il povero vecchietto pianse: «Questo proviene da mio nonno – diceva –, perché ti da fastidio?

Abbiamo tante altre stanze; lasciale in un piccolo angolo!».

Per devozione non solo conservava libri, cimeli, kalimafchia, ma pure le stesse forme! Quando c’è rispetto per le piccole cose, c’è grande rispetto pure per le grandi.

Quando non c’è rispetto per le piccole, non esiste rispetto neppure per le grandi.

È stato così che i Padri hanno mantenuto la Tradizione».

Tratto dal libro: Γέροντος Παϊσίου Αγιορείτου, Λόγοι, τόμος Α’, Ιερό Ησυχαστήριο Άγιος Ιωάννης ο Θεολόγος, Σουρωτή Θεσ/νίκη, pp. 347-350.

Entretien avec mgr Serge Konovalov un témoignage qui nourrit nos âmes.

Classé dans : Non classé — andreadicaffa02 @ 11:44

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« Agacer la conscience du monde »
Entretien avec Mgr Serge (Konovalov), archevêque des églises russes d’Europe occidentale

- Monseigneur, parlez-nous, s’il vous plaît, de votre diocèse.

Le diocèse qui m’a été confié fut créé au début des années 20, quand le patriarche Tikhon a chargé l’archevêque Euloge (Guéorguievsky) de superviser toutes les paroisses de la diaspora russe en Europe Occidentale. Le diocèse de Mgr Euloge était très étendu : y entraient les paroisses orthodoxes des pays scandinaves, de l’Angleterre, de la Finlande, de la Tchécoslovaquie, de la Hongrie, de l’Allemagne, de l’Italie, de la Suisse, de la Belgique, de la Hollande, du Luxembourg, de France, ainsi que des possessions françaises d’Afrique du Nord : le Maroc et la Tunisie. Pendant un temps il eut même une mission en Inde, qui ensuite périclita. J’ai donc hérité des restes de cet immense diocèse.

Notre diocèse dépend du trône de Constantinople. Je dois dire que c’est un « sur-diocèse » assez unique dans l’histoire de l’Eglise, qui a des paroisses en France, en Italie, en Hollande, en Suède, en Norvège et en Allemagne. Par son origine il est russe et ses usages liturgiques sont russes, mais avec le temps de plus en plus de Russes perdent leur caractéristiques nationales ; du fait notamment des mariages mixtes, ils perdent la langue russe et, bien qu’ils continuent à être orthodoxes, les célébrations qui leurs sont destinées doivent se faire dans les langues locales. Par exemple, à Bruxelles, nous avons deux paroisses ; dans l’une, les offices sont en slavon et les sermons en russe, dans l’autre, tout est en français. Dans notre cathédrale Saint Alexandre Nevsky, l’office est en slavon et la prédication en russe, mais en dessous, il y a une communauté francophone. En Hollande, l’office est uniquement en hollandais dans toutes les paroisses.

Actuellement, nous cherchons à obtenir du Patriarcat de Constantinople l’exarchat supprimé par lui dans les années 50 [1]. En pratique, cela signifie que nos contacts avec notre centre ecclésial, c’est-à-dire avec Constantinople, s’effectueront directement et non plus par l’intermédiaire des métropolites grecs locaux.

- Comment voyez-vous l’avenir de votre diocèse et plus généralement de l’orthodoxie en Europe Occidentale ?

Je pense que nous devenons l’embryon d’une Eglise locale orthodoxe d’Europe Occidentale à venir, multinationale, célébrant en de nombreuses langues, mais qui apparemment aura tout de même une pratique liturgique russe.

Les orthodoxes de souche ont inoculé le « virus » de l’orthodoxie aux gens d’Europe Occidentale : beaucoup deviennent orthodoxes, se dirigent même vers la prêtrise, suivant au préalable les cours de théologie par correspondance de l’Institut de Saint Serge. Ainsi, il apparaît que l’orthodoxie s’enracine en Occident, devient autochtone, et n’est plus une importation de l’Orient. Il est intéressant de noter que c’est l’office russe et non pas le grec qui est le plus compréhensible et le plus naturel pour un Européen. Aussi n’avons-nous pas de craintes à avoir à propos de notre avenir. Le fait qu’avec le temps, dans deux ou trois générations, nous aurons perdu notre « russité » est, à mon sens, inévitable. Mais l’essentiel n’est pas d’être russe, mais d’être orthodoxe. Ce n’est pas la nationalité qui compte, mais la foi.

- Pouvez-vous nous parler, s’il vous plaît de la vie de vos paroisses ?

Comment vivent nos paroisses ? La main sur le cœur, elles sont extrêmement pauvres.

Nos ancêtres, une fois qu’ils eurent émigré, ont tenté de toutes les forces d’assurer la subsistance de leurs serviteurs du culte. Avec le temps, le nombre des paroissiens diminuant, les paroisses n’ont plus été en mesure de le faire à l’exception de deux trois dans tout le diocèse. Actuellement, nos prêtres sont contraints de travailler et de concilier leur travail avec le service sacerdotal. Moi-même, j’ai pendant trente ans enseigné dans une école secondaire, et je priais pour que je sois capable de me libérer à temps si un de mes paroissiens tombait gravement malade ou mourait. Je dois dire, il est vrai, que la direction de l’école catholique où je travaillais comprenait très bien ma situation, et ne m’a jamais empêché d’interrompre mes cours en donnant un travail à faire à mes élèves pour accomplir mon devoir pastoral.

Nos prêtres ne sont en réalité prêtres que les samedis et les dimanches ; les autres jours, ils sont ingénieurs, médecins, enseignants…

- Comment faire alors pendant les périodes si riches en offices liturgiques comme la Semaine Sainte ou la Semaine Radieuse ?

Ce sont les périodes les plus difficiles. Beaucoup de prêtres parviennent à prendre des congés pour ces périodes, afin d’être à l’église tous les jours. Mais dans certains endroits il n’y a pas de prêtre, et l’on est déjà bien heureux si des paroissiens musicalement doués et connaissant la rubrique, peuvent célébrer l’office en l’absence du prêtre.

Au début de l’émigration, jusque dans les années 60, la paroisse était une grande famille : on priait ensemble et on partageait la même vie. Aujourd’hui, on observe un affaiblissement des contacts entre les gens. Les gens sont trop pris par leurs occupations quotidiennes : ils viennent à l’office, puis se dispersent. N’idéalisons pas la situation : seules quelques paroisses sont restées de véritables familles, ces communautés ecclésiales. Dans la plupart, cela s’est perdu.

Lorsqu’il se trouve un peintre dans une paroisse, autour de lui naît parfois un cercle d’iconographie. À Paris, il y a plusieurs chorales orthodoxes qui ne se contentent pas d’assurer les offices, mais préparent des programmes supplémentaires et donnent des concerts. En été, il y a des camps de vacances pour les enfants et les adolescents.

Certaines paroisses organisent des écoles où l’on enseigne aux enfants le catéchisme, la langue, la littérature et la culture russes. Par exemple, chez nous, à la cathédrale, il y a une école, avec des classes parallèles pour ceux qui parlent et pour ceux qui ne parlent pas russe, où les enfants apprennent la langue de leurs ancêtres. Certains découvrent ainsi leur « russité » et commencent à s’intéresser à la culture, aux traditions, à l’histoire russes et se mettent même à propager la « russité » parmi les non russes.

- Est-ce qu’il existe des traits spécifiques distinguant les orthodoxes de l’Occident des orthodoxes russes ?

Nous avons développé ici la pratique de la communion fréquente. Beaucoup de fidèles de l’émigration en sont arrivés à la conclusion qu’assister à la liturgie sans communier, était presque absurde. Cela rejaillit parfois sur la préparation à la communion. Lorsque on communie souvent, on n’a pas toujours le temps pour se préparer réellement et je constate avec douleur que la communion devient un automatisme chez certains. Néanmoins, c’est une véritable joie que de voir qu’un grand nombre de fidèles de nos églises, enfantes et adultes confondus, communient fréquemment tout en gardant une attitude très sérieuse face à la communion et essaient de se confesser avant la liturgie.

Je sais que c’est une règle absolue en Russie : sans confession, on ne s’approche pas du calice. Nous avons une approche quelque différente : si la conscience du fidèle est suffisamment pure et qu’il n’y a aucun obstacle pour la communion, pourquoi ne serait-il pas possible de communier plusieurs fois de suit sans passer par la formalité d’une confession ?

Je pense que la pratique de la communion fréquente telle qu’elle s’est élaborée en Occident, est profitable. Cette pratique soutient les forces des fidèles. Quand un fidèle s’approche consciemment du Saint Calice, il est sanctifié par cette Présence. Il ne peut dès lors mener une vie de pécheur, et s’efforce de garder la pureté. Ainsi, dès lors que la communion devient une nécessité, le résultat d’ensemble est positif.

- Comment se développent les relations des orthodoxes vivant en Occident et les catholiques et les protestants ?

Le temps est depuis longtemps passé où les autorités ecclésiales catholiques voyaient dans tous les nouveaux arrivants de l’Est, des candidats à la conversion au catholicisme. J’enseignais dans une catholique quand vint le temps de mon ordination sacerdotale. (Avant cela, j’étais diacre, et beaucoup de mes collègues étaient au courant, comme était au courant mon directeur, un prêtre catholique, et cela ne dérangeait personne.) Avant mon ordination, je demandai à mon directeur si je devais chercher un autre travail, car il n’est pas logique qu’un prêtre orthodoxe enseigne dans une école catholique. Le directeur souhaitait me garder, mais il devait en référer à ses supérieurs ecclésiastiques, qui dépêchèrent le vicaire archiépiscopal chargé de l’éducation. Nous avons eu un long entretien, et il l’expliqua qu’il ne voulait pour rien au monde me licencier, qu’au contraire il était très important pour eux que parmi le personnel de l’école il y eût des hommes croyants. J’ai été très étonné : c’était une école catholique. Cela se passait dans les années soixante.

Voilà donc qu’elle est la situation où nous nous trouvons : le christianisme en Europe Occidentale s’est beaucoup affaibli. Et c’est pourquoi, en notre temps, au lieu de nous accuser les uns les autres d’hérésies et autres errements, nous en arrivons à une sorte d’œcuménisme « automatique », c’est-à-dire que nous essayons de former ensemble une espèce de front commun. Cela ne réussit pas toujours, parce que souvent prévaut une mentalité semblable à celle des vieux croyants qui disaient en leur temps : notre foi est véridique, parce que nos livres sont plus épais… Nous vivons pour l’essentiel dans un milieu sécularisé, athée. Il n’est plus si facile, de notre temps, de tomber sur un chrétien, et lorsque nous nous rencontrons entre chrétiens, nous avons bien entendu une langue commune.

Il y a à Paris un Conseil d’Églises Chrétiennes en France [2]. Il se réunit rarement, deux fois l’an, pour débattre des questions actuelles. Nous y prenons part nous aussi, bien sûr. Il arrive que ce conseil soit la voix de l’ensemble des chrétiens, qu’il exprime notre position commune de chrétiens.

Mais nous nous retrouvons parfois dans une position très pénible, quand des protestants essaient de nous imposer quelque chose d’étranger à l’orthodoxie lors des rencontres œcuméniques. Là, nous somme obligés de dire qu’il est très bien de lire ensemble le Notre père, mais que nous ne pouvons pas aller plus loin pour le moment. Il faut, bien entendu, éviter de blesser les gens, mais nous n’avons pas non plus l’intention de céder nos positions. Si quelqu’un doit changer ses positions, ce sont eux plutôt que nous…

- Quelles sont les relations des chrétiens d’Occident avec le monde non chrétien ?

Avec le monde non chrétien, nous n’avons presque pas de langue commune. Il y a des commissions pour le dialogue, avec le judaïsme et l’islam, et les autres grandes religions du monde, mais on en reste à de l’échange d’idées générales, et ne débouche, pour l’essentiel, sur rien.

- Quels sont les relations de votre Archevêché avec l’Eglise Orthodoxe de Russie, les autres églises locales et l’Eglise Hors-Frontières ?

En 1995, Dieu m’a permis de rencontrer le patriarche Alexis II et de concélébrer avec lui la Divine Liturgie dans la cathédrale de la Dormition au Kremlin. Ainsi a été restaurée la communion eucharistique normale avec l’EOR, bien que nous demeurions dans la juridiction du Patriarcat de Constantinople. En effet, nous sommes à la fois russes et non russes ; « sous les grecs », mais en Europe occidentale…

Avec les autres Églises locales, nous ne rencontrons aucun obstacle dans la communion eucharistique, étant donné notre lien avec le Patriarcat de Constantinople. Nous recevons des visites de prêtres, d’évêques qui célèbrent dans nos églises. Il n’y a de difficulté qu’avec l’Église Hors-Frontières, la juridiction de « Karlovtsy », dite encore synodale. Nous avons beau essayer d’établir avec eux des relations amicales, nos recevons toujours un refus. Ils nous considèrent comme des âmes vénales, traîtres à l’orthodoxie etc. etc. J’ai de mes yeux lu l’écrit de l’un de leurs théologiens qui appelait le patriarche de Constantinople d’hérésiarque, parce que le patriarche avait eu l’outrecuidance d’embrasser le Pape de Rome. Bien entendu, il y a sur le plan personnel des relations très amicales avec certains représentants de cette église. Il est très douloureux de ne pas pouvoir avoir de communion eucharistique entre nous.

- Quelles voies de dépassement des divergences entre les chrétiens vous paraissent les plus prometteuses ?

Par ma foi, je n’en sais rien. Je pense que la seule chose qui peut nous sauver est une intervention directe de l’Esprit Saint. Dans notre infirmité humaine nous sommes incapables de dépasser les divisions. Il faut que le Seigneur intervient, qu’ils nous envoient des gens supérieurement intelligents, pour qu’il puisse y avoir une véritable conversation, et non un échange de généralités et de lieux communs théologiques, pour que nous puissions mener véritablement les pourparlers jusqu’au bout. Mais cela veut dire que quelqu’un devra admettre qu’il s’est trompé pendant des siècles. Je n’imagine pas comment c’est possible.

Mon point de vue personnel est actuellement le suivant : la coexistence pacifique, chacun à sa façon, mais sans revenir aux anathèmes contre ceux qui ne pensent pas comme nous. Nous sommes capables aujourd’hui de vivre dans cet état de tolérance entre nous. Même si nous n’avons pas un accord complet, nous avons beaucoup de choses en commun. Lorsque nous nous rencontrons, parlons plutôt de ce qui nous unit, que de ce qui nous sépare.

- Qu’est ce qui dans l’héritage si abondant des années 20-40, apogée de la vie ecclésiale en France, se perpétue aujourd’hui ?

À Paris existe toujours l’Institut Saint-Serge fondé en 1925. On peut dire qu’après les grands luminaires de la pensée philosophique et théologique dont beaucoup sont morts dans les années 40 ou 50, sont restés leurs héritiers, mais il n’existe plus rien qui approche le niveau d’autrefois. Je dirais que notre Institut continue à vivre sur ses lauriers. Dernièrement, on fait quelques efforts : on publie les cours des professeurs d’avant guerre en français et en russe, y compris à Moscou, à l’Institut Saint-Tikhon.

Avons-nous besoin aujourd’hui d’un Institut théologique ? Bien sûr que oui, mais il est regrettable que si peu de prêtres sortent de notre Institut, alors que nous en manquons d’une manière catastrophique. On peut cependant se féliciter de ce que les théologiens diplômés de l’Institut soient en mesure de défendre avec compétence le point de vue orthodoxe dans le dialogue avec les autres confessions.

- Quelles sont les nationalités représentées parmi les étudiants ?

Nous avons beaucoup de roumains, de serbes, de français, d’arabes. Il y a parfois des étudiants de Pologne, de Russie, de Biélorussie, d’Ukraine. L’enseignement est dispensé entièrement en français. L’Institut organise aussi des cours par correspondance. En tout, en incluant les doctorants, nous avons actuellement autour de 50 étudiants.

- Quelle est aujourd’hui le rôle de l’Église dans la destinée de l’émigration et dans la vie du « Paris russe » ?

L’émigration est en train de se dissoudre. L’Eglise revient aujourd’hui à son rôle initial, celui d’être un lieu de prière. Il y a de moins en moins de gens, parmi ceux qui ont grandi dans l’émigration, qui possèdent les deux cultures. L’Eglise reste un lieu de prière, mais ne joue presque plus aucun rôle culturel. Quant à son rôle dans le débat public, il appartient aussi, je pense, au passé. Si l’Eglise devient un lieu de prière, un lieu de transfiguration intérieure de l’homme, elle accomplira, à mon avis, son rôle essentiel.

Mais le rôle unificateur de l’Église renaît dans de nouvelles circonstances. Beaucoup de gens arrivent de Russie. Ils sont très différents de ceux de l’ancienne émigration, c’est une autre couche culturelle. Et pour tenter de les comprendre, il faut faire preuve de beaucoup de patience. Comme l’Église attire l’ancienne émigration et la nouvelle, on peut espérer qu’au sein de l’Église les deux trouverons le moyen de se comprendre.

- Est-ce que la canonisation de mère Marie Skobtsov aura lieu ? [3]

Pendant assez longtemps, plus d’un an, Mme Hélène Arjakovsky, qui est la fille du père Dimitri Klépinine, compagnon de souffrance de mère Marie (lui aussi est mort dans un camp de concentration), a réuni des matériaux, notamment biographiques concernant mère Marie. Avec ma bénédiction elle a constitué un dossier selon tous les critères de la canonisation, que je m’apprête à soumettre très prochainement à l’examen du Synode du Patriarcat de Constantinople en lui demandant de procéder à la canonisation de mère Marie.

- Monseigneur, pouvez-vous ne parler des communautés monastiques de votre diocèse, et du type de monachisme qui est caractéristique pour l’orthodoxie d’Europe Occidentale, de votre vision du rôle du monachisme dans le monde ?

Nous avons dans notre diocèse deux monastères d’hommes et deux de femmes. Les monastères d’hommes se trouvent en Norvège et en Hollande. Chacun ne comprend que deux moines qui vivent dans le respect de la règle de prière monastique et de tout ce à quoi les obligent leurs vœux tout en desservant des paroisses.

En France, nous avons une communauté, de femmes, le monastère de la Protection-de-la-Mère-de-Dieu à Bussy-en-Othe, fondé en 1946. Elle rassemble actuellement quatorze moniales et vit selon son propre règlement. Les services y sont quotidiens.

On peut noter avec intérêt que les chants au cours des services sont exécutés en slavon, sur ces mélodies russes, mais que toutes les lectures – lectures du psautier, de l’ancien testament, des heures – sont lues par les sœurs dans leur langue d’origine : la moniale d’origine anglaise lit en français, celle qui est d’origine égyptienne en arabe etc. L’Évangile et l’Apôtre sont lus généralement dans les deux langues, en slavon et en français, et tout cela se marie très bien.

Mais le plus important est qu’en dépit de la vie spirituelle intense du monastère, on y sent un intérêt pour l’homme, une ouverture aux besoins du monde, aux problèmes des gens. Il y a toujours beaucoup de visiteurs laïcs, venus là pour se reposer spirituellement de la tension de la vie dans les grandes villes. Il y a des malades qui font de longs séjours au monastère. Certains viennent non seulement pour prier, mais aussi pour travailler pour le monastère. Des russes se sont installés autour du monastère et, à l’heure d’aujourd’hui, dans ce modeste village de Bourgogne, déjà dix-sept familles russes ont acquis des maisons, si bien que la présence du monastère a fini par changer le caractère de la population.

Mais le plus remarquable est la façon dont les sœurs accueillent les gens. On ne considèrent pas les visiteurs comme une gêne troublant le rythme habituel de la vie, comme cela s’observe, hélas, aussi bien dans les monastères russes que dans les monastères grecs. Ici, l’approche est différente : si un visiteur vient au monastère, c’est qu’une nécessité l’y pousse, c’est qu’il doit trouver un interlocuteur.

Le commandement le plus important de l’Évangile est l’amour pour le prochain. Et c’est bien cet amour et cette abnégation dont les gens sont constamment entourés dans le monastère de la Protection. Lorsqu’on a besoin de quelque chose, on n’a pas à chercher quelqu’un, on vient spontanément vers vous et on vous écoute et on cherche à comprendre, en dépit de la fatigue, comment vous consoler, comment vous aider. Selon moi, c’est là le sens principal du monachisme dans toute sa beauté. Le vrai monachisme se trouve là où l’on ne se détourne pas de l’homme. Là où l’on ne cherche que son propre salut, il y a une approche du monachisme qui me semble dangereuse.

Cela rappelle la figure lumineuse de mère Marie (Skobtsov), qui n’a jamais vraiment vécu dans un monastère, mais qui était une moniale aussi dans sa chambre qu’à l’extérieur, ayant pleinement renoncé à soi, s’étant entièrement donnée au prochain.

- Quelles sont selon vous les perspectives de l’orthodoxie dans le millénaire qui commence ?

Je ne sais pas si nous devons nous attendre à ce que le troisième millénaire voit nécessairement arriver le « triomphe de l’orthodoxie ». Ce que je sais, c’est que notre tâche est une tâche de fourmi, nous devons pas à pas construire autour de nous un monde fondé sur l’Évangile, sur l’amour, sur le respect de l’autre. Et cela doit commencer par la famille.

C’est qu’en fait, rien ne change pour nous. À toute époque, en toute circonstance, nous devons, nous, les chrétiens être en ce monde un principe irritant… Qu’on se fâche contre nous, qu’on nous batte, mais tant que le monde continuera à sentir que nous lui apportons une sorte de démangeaison morale, c’est que notre travail continue à se faire.

Nous devons être la conscience vivante de ce monde. Cela pourra paraître naïf ou grandiloquent, mais je pense que c’est véritablement là la vocation du christianisme : de toujours agacer la conscience du monde.

Comme tout chrétien, je suis un optimiste : je ne puis croire que le monde ira de mal en pis ; je crois que le monde va se développer dans le sens du bien. Il n’a pas été créé pour disparaître stupidement, il a été créé en vue du salut, et ce en dépit des faiblesses humaines. Et c’est là que se dissimule notre rôle, notre travail, qui, tel celui de la taupe, est parfois imperceptible, souterrain, mais néanmoins continu. Nous devons être quelque chose comme l’ortie, qui est urticante. Lorsqu’on approche de près un chrétien, on doit en conserver une empreinte. Si nous n’étions pas aussi tiède, aussi peureux, si ce n’était notre crainte de paraître ridicules aux yeux des autres (c’est justement ce qu’il faut craindre le moins), nous pourrions faire beaucoup plus en ce monde.

Propos recueillis par Nathalie Bolchakov – La Pensée Russe N° 4265, Paris, le 15 avril 1999

Source : http://www.la-france-orthodoxe.net/…

La Chiesa di San Michele Arcangelo di Manduria Un modello di architettura e,sopratutto,un luogo di preghiera ove una comunità di Frati vive e incarna una spiritualità che viene trasmessa da più di sette secoli.

Classé dans : Non classé — andreadicaffa02 @ 10:55

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La Chiesa di San Michele Arcangelo -

Manduria Immagine Articolo La chiesa di san Michele Arcangelo, voluta dai padri Servi di Maria i quali introdussero, nella città, il culto della Vergine Addolorata, ispirando anche la creazione dell’omonima Congrega, è una delle meglio tenute e ricche di un considerevole patrimonio artistico.

Lunga venticinque metri e larga dodici, la chiesa, che presenta al suo interno un ordine architettonico composito, conserva una statua dell’Addolorata, giudicata tra le migliori fra quelle presenti a Manduria, mentre ricchi sono i donativi ed i lasciti fatti in particolari occasioni liturgiche.

Non manca, tra l’altro, un organo con ampia orchestra, pulpito, grande sacrestia. L’altare maggiore, isolato, di prospetto all’unica porta d’ingresso, è dedicato all’Arcangelo san Michele, che ritroviamo, però, dipinto in un quadro situato nel secondo altare a sinistra della navata.

La tela, creata da Pietro Bianco nella metà del XVIII secolo consta, in realtà, di una copia ricavata, non senza variazioni, dal fortunato prototipo originale dipinto su seta da Guido Reni nel 1635, e conservato nella chiesa romana di santa Maria della Concezione e, sin dal 1636, riprodotto in stampe.

Il primo dei sei altari, invece, a partire dalla destra, fu eretto dalla famiglia del barone Primicerii, e custodisce un quadro raffigurante il Cristo Crocifisso che indica la ferita di s. Pellegrino Laziosi.

Sulla sinistra, invece, troviamo, nel primo altare, la tela raffigurante san Pietro Apostolo. Proseguendo, sul secondo altare a destra è presente la tela raffigurante Cristo Crocifisso ed i dolenti, pare di Gaetano Bianco, come suggerirebbero i modi attardati rispetto alla presunta data di esecuzione ed il brano paesaggistico che fa da sfondo.

Inoltre va segnalato che l’opera, datata intorno al 1691, replica, con qualche minima variante, un soggetto analogo che si trova presso la chiesa delle Scuole Pie.

Accanto a quest’opera troviamo, infine, l’altare dedicato ai Sette Fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria col quadro nel quale è dipinta l’Addolorata che veste del suo abito i primi suoi servi. La tela fu creata da Pietro Bianchi intorno alla metà del XVIII secolo; in rotta col padre Diego Oronzo, in quest’opera l’autore assume, per la prima volta, piena dignità artistica, anche se la composizione si direbbe debitrice delle invenzioni paterne come confermano le due figure dei padri fondatori, rappresentati sul lato sinistro, letteralmente desunti dall’analogo soggetto di Diego Oronzo Bianchi dipinto, nel 1734, per la chiesa dello Spirito Santo.

Inoltre, la fonte da cui è tratta l’immagine della Vergine potrebbe essere l’analogo soggetto dipinto da Agostino Masucci, nella chiesa di san Marcello al Corso a Roma, nel 1727, la cui postura si direbbe proposta in contro parte.

A completare il panorama artistico all’interno della chiesa, dopo il San Pietro, la cui prima segnalazione si deve al Tarentini, e la cui composizione, di gusto tardo manierista, potrebbe appartenere alla produzione di Gaetano Bianco, ed il quadro di san Michele, troviamo la tela raffigurante la Gloria dei santi Filippo Benizi e Giuliana Falconieri, opera di Pietro Bianchi, risalente alla metà del XVIII secolo.

Informazioni La chiesa è aperta al pubblico; l’accesso è consentito ai diversabili.

Indirizzo:Convento S. Michele Arcangelo Dei Servi Di Maria

Via Roma, 38, 74024 Manduria Taranto, Italia

Telefono +39 099 979 4405

‎ Bibliografia Tarentini, L. (1899), Manduria Sacra, ovvero storia di tutte le chiese e Cappelle distrutte ed esistenti, dei Monasteri e Congregazioni laicali dalla loro fondazione fino al presente, edizione anastatica, Manduria, Provveduto editore.

Mariggiò, M. G. (1995), I servi di Maria a Manduria dal secolo XVI al secolo XIX, Napoli, Casa editrice Servi di Maria Italia Meridionale.

Guastella, M. (2002), Iconografia sacra a Manduria, repertorio delle opere pittoriche (secc. XVI – XX), Manduria, Barbieri editore.

Brunetti, P. (2007), Manduria tra storia e leggenda. Dalle origini ai giorni nostri, Manduria, Barbieri Selvaggi Editori.

 

questo articolo é stato tratto dal sito  itriabarocco.it

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