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25 août, 2011

Marie Christine Cazals maitre connue par un des membres de l Ordre de Saint André de Caffa

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Marie Christine CAZALS, spécialiste en droit des personnes traite particulièrement du droit des successions et donations, son Cabinet se situe entre la Place de l’Etoile et celle du Trocadéro au centre du quartier des affaires.

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Forte d’une véritable expérience de plusieurs années au Barreau et de pratique notariale Marie Christine CAZALS a développé particulièrement le Droit Patrimonial dans tous ses aspects. Le Cabinet a ainsi une véritable expérience en Droit des Successions, il assiste ses clients dès l’ouverture de la succession, valide les déclarations de succession, négocie et saisit les juridictions seulement si nécessaire. Il peut faire appel à un généalogiste , dans le cadre de recherche d’héritiers.

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Marie Christine CAZALS, avocat à la Cour de ParisMarie Christine CAZALS

-Elève des Maisons d’Education de la Légion d’Honneur et étudiante à PARIS II

- Prestation de serment en 1979 à BORDEAUX

- Prix d’éloquence au Barreau de BORDEAUX

-Elle a commencé comme collaboratrice du Bâtonnier Henri BOERNER, ancien Président de la Conférence des Bâtonniers.

-Elle a par la suite exercé à FORT DE FRANCE puis à PARIS.

-Elle a aussi une expérience dans le notariat de plusieurs années.

-Elle est SPECIALISTE en Droit des Personnes et traite particulièrement des dossiers complexes du droit des successions et donations ,même si sa formation de généraliste lui permet d’étendre son activité à d’autres domaines. La mention de « spécialiste » est vérifiable auprès de l’Ordre des Avocats.
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Quod non iretur ad Tanam Libro « Né Turchi né Ebrei ma nobili ragusei »

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Quod non iretur ad Tanam
Libro « Né Turchi né Ebrei ma nobili ragusei »

Racconta Charles King come nel 1235 “un gruppo ambizioso di quattro frati domenicani” si mise in viaggio dall’Ungheria per scoprire l’antica patria dei magiari, che si pensava situata lungo il Volga: “[…] navigarono lungo il Danubio, poi attraversarono il Mar Nero e infine risalirono il Don […]”1.

All’epoca, le prime incursioni mongole stavano per colpire la regione (1241-42) e, anzi, fra Julian, trovò la civiltà a oriente, cioè quella ‘pax mongolica’ che, secondo l’autore, “permise al commercio e ai contatti di fiorire per un certo tempo durante il Medioevo”2.

L’opinione del rumeno Ion Bulei è, sul punto, un poco differente: “il flagello dell’invasione tartara ebbe anche l’effetto indiretto di arrestare per un certo tempo l’espansione ungherese verso l’oriente”3; dove pare di cogliere sicuramente un giudizio negativo nel sostantivo ‘flagello’ e un sottinteso positivo nell’ ‘effetto indiretto’.

Non sarebbero, comunque, stati anni facili, a considerare le molteplici sconfitte europee, e forse per ciò le grandi vie fluviali del nord al Mar Nero – Danubio, Dnestr, Dnepr, Don, Kuban – non furono convenientemente praticate, benché in specie il Danubio fosse navigabile con navi maggiori fino al cuore d’Europa e rappresentasse, quindi, una comoda direttrice di commercio.

Sicuramente , non può condividersi l’osservazione per cui i traffici “per un certo tempo” sarebbero fioriti per volontà mongola, se non altro a considerare che – per via fluviale o marittima – al Mar Nero bisognava arrivare; quindi, da quella costa settentrionale in sei mesi una carovana poteva vedere la Cina (contando, lungo la strada, sulla sicurezza offerta dalla cavalleria mongola) oppure da Trebisonda dirigersi in Persia.

Il mar Nero, tra il 1200 e la metà del XV secolo può ben dirsi “la plaque tornante” del commercio euro-asiatico [Bratianu] e quando gli Ottomani sigillarono gli stretti e distrussero le colonie genovesi di Crimea, della costa settentrionale e di Dobrugia, inibendone anche a Venezia la navigazione, si segnò la fine di un’epoca.

Le vie fluviali al Mar Nero possono essere ricordate, tra gli altri, con lo stesso C. King per cui “i fiumi del nord portavano il traffico attraverso la Polonia e la Russia fino al Mar Baltico, un’antica rotta che una volta aveva portato l’ambra al Mediterraneo e ora portava seta, pellicce e pelli di animali alle città in espansione dell’Europa del nord. I manufatti, soprattutto tessili, arrivavano dall’Europa centrale e venivano poi distribuiti da un capo all’altro della steppa euro-asiatica. I cereali e le spezie circolavano della direzione opposta verso l’Europa centrale o attraverso il Bosforo fino all’Egeo”4.

E ancora “la via valechiensis dei portolani del XIV secolo, interessava anche i magiari, che volevano stornare una parte del traffico a favore della Transilvania”5; e così, almeno, fino “all’inizio del quattrocento (quando) gli interessi dei polacchi cominciarono a volgersi verso il Baltico; quelli degli ungheresi verso l’Adriatico”6.

Tuttavia, ben più importanti delle vie fluviali furono quelle marittime al Mar Nero tracciate e garantite dall’Adriatico e dell’occidente italiano, attraverso gli stretti, da Venezia e Genova (e con minore importanza da Ragusa che per i suoi rapporti preferenziali con i Turchi frequentò il Mar Nero per tutto il XVI secolo e raggiungeva normalmente Istanbul anche via terra; e da Pisa).

Un’approfondita trattazione separata (soprattutto giuridica nel senso esposto più avanti) meriterebbero i rapporti di scambio con l’Ungheria; di grande interesse, sul punto, l’articolo di Józef Bessenyei, del 2004, per l’Associazione >7 dove bene si evidenziano le frequentazioni commerciali, il tipo di merce, la via degli scambi italo-magiari che scendendo (soprattutto) traverso la slovena Ptuj (la romana Petovium, sulla Drava) raggiungeva Venezia, benché “il primo affare di gran rilievo con il Regno d’Ungheria, in questa zona, venne messo a segno da una compagnia fiorentina, che acquisì il diritto di esportare dal regno magiaro dagli 8.000 ai 10.000 quintali d rame l’anno, diretti a Venezia per essere raffinati. Questa attività durò fino al 1391; nello stesso territorio e nello stesso periodo, si registra una notevole esportazione di oro dall’Ungheria”8.

Si tratta, quindi, di rapporti non occasionali e antichi, che soffriranno le vicende politiche, in specie i conflitti veneto-ungheresi in Adriatico, seppure un imponente rifornimento di bestiame vivo dall’Ungheria a Venezia non sia, pare, mai cessato.

La storia della ‘colonizzazione’ del Mar Nero, meglio dell’apertura del Mare Maggiore alla mercatura italiana e alla sua originale e nuova disciplina giuridica, prende abbrivio con la formazione dell’Impero Latino d’Oriente, quando Venezia navigò oltre Costantinopoli pare insediandosi allora (1206) a Tana, sull’estuario del Don, nel mare d’Azov, come naturale approdo per l’Oriente.

Così durante la diaspora delle èlite bizantine (Comneni a Trebisonda, Angeli in Epiro e, soprattutto, Paleologhi a Nicea) genovesi e pisani, sopravvissero al predominio commerciale veneziano che cresceva in Mar Nero, riuscendo anche a ottenere propri scali concorrenti; ma nel 1261 cambiò il vento di Levante, mostrando come, nonostante la ormai conclamata debolezza, l’Impero Romano d’Oriente ne fosse anche il fulcro.

Applicando la prima semplice legge della politica – il nemico del mio nemico è mio amico, già adottata dai bizantini il secolo precedente in funzione antinormanna – Giovanni Paleologo, il 13 marzo 1261, a Ninfeo, nei pressi di Nicea, perfezionava con Genova un elaborato e ampio trattato militare e commerciale con cui i liguri si impegnavano a sostenere Giovanni nella riacquisizione dell’Impero bizantino, mentre si concedevano alla Superba e ai suoi cittadini vantaggi doganali amplissimi, nonché l’esclusiva (con i pisani) della navigazione nel Mar Nero.

Il trattato veniva solennemente ratificato a Genova, con traduzione latina, il 15 luglio 1261…”iverint ad excellentissimum imperatorem Grecorum [tra l’altro, non più dei Romani, n.d.r] serenissimum dominum Michaelum, et fecerint convencionem cum ipso […]9 In primis […] et quod habebit guerram de cetero cum comuni Veneciarum et cum Veneticis omnibus, inimicis nostris, et quod non facies pacem cum ipso comuni, treguam neque concordium sine consciencia et voluntatem comunis Ianue […]” e, viceversa “sine cosciencia et voluntate nostri imperii”10 un impegno, dunque, reciproco alla guerra contro Venezia; la quale, a Costantinopoli, tanto al sicuro non doveva sentirsi da inviare, suo malgrado, la flotta a occupare una vicina isoletta strategica, la lasciando sguarnita la Città.

Così, il 16 luglio, il giorno dopo la ratifica del trattato, il generale di Nicea Alessio Strategopulo entrava in Costantinopoli senza colpo ferire, e ponendo così termine all’impostura dell’Impero Latino d’Oriente. Genova non aveva speso un ducato né conferito una goccia di sangue.

Naturalmente, i genovesi neppure discussero della piena validità del trattato del Ninfeo che, oltre a riconoscerla quale nazione più favorita, garantiva l’espulsione dei veneziani dal Mar Nero: scriveva un cronista bizantino, “il mare appartiene solo a loro”.

Curando la stesura del trattato del Ninfeo, d’altra parte, i consulenti e diplomatici genovesi dovevano avere tenuto ben presente il precedente, importante strumento internazionale risalente all’XI secolo con cui Costantinopoli favoriva analogamente Venezia (a eccezione dell’esclusiva nel Mar Nero) perché intervenisse contro i Normanni: allora (1081) fu adottata, per quello strumento, la forma unilaterale di (otto) privilegi concessi dall’Imperatore ai veneziani; le cose, come noto, si risolsero in fretta con la morte improvvisa, a Cefalonia, di Roberto il Guiscardo e l’esercito normanno si disfece; quindi, gli Imperatori succeduti a quell’Alessio II, che i privilegi aveva concesso sotto forma di “bolla d’oro” e decreto unilaterale, sostennero come la validità dei privilegi fosse venuta meno con la more di chi aveva pronunciati, provocando una violenta reazione marciana, anche armata, perché bene si intendeva in lagun la crisobolla essere “la pietra angolare dell’Impero coloniale veneziano nel Mediterraneo” (S. Ronchey).

Al contrario, il trattato (trattato, appunto) del Ninfeo è redatto in forma concettuale di piena reciprocità e non a caso, nelle molte pagine del documento, si ripetono numerose volte termini quali conventio, fecerint convencionem, e ripetendo i reciproci obblighi tra qui, da parte dell’Imperatore bizantino, “Promisit iterum et convenit quod non permittet ire de cetero negociatum intra maius mare aliquem Latinum nisi Iasnuenses et Pisanos”11.

Genova non perse tempo per dare fondamenta al proprio impero coloniale levantino.

In Crimea, (la Gazaria) dove si sarebbe sviluppata Caffa, la maggiore delle città genovesi con giurisdizione sulle altre del Mar Grande, la situazione politica era tutt’altro che pacifica e, comunque, Costantinopoli non v esercitava sovranità alcuna, perché ormai territorio mongolo e pare che Genova acquistò dall’Orda di Oran – Timur la terra necessaria nel sito antico di Teodosia, nel sud-est della penisola, protetto da una catena di monti alle spalle (da sembrare la madrepatria); pare fosse il 1266 e quesito allora chiamato Kafà; il primo console generale (Paolino Doria) si insediò a Caffa nel 1289 (l’ultimo, Antoniotto Della Gabella, nel 1475).

Caffa fu capitale, autonoma da Pera, di altre numerose città genovesi e centri commerciali minori in Crimea come in tutta la costa settentrionale del Mar Nero, senza dimenticare la forte presenza a Trebisonda.

Si garantiva, in tale modo, la regolarità dei traffici e della navigazione tra quelle città, Costantinopoli, il medioriente e Genova; in più, si era progettata una barca a fondo piatto, adatta alla navigazione fluviale che, all’occorrenza, poteva essere trasportata via terra per cui era agevole risalire un fiume e ridiscendere un altro durante la stessa spedizione. Con simili messi i Genovesi raggiunsero e navigarono anche il Mar Caspio, chiuso fino allora da leggende paurose.

Quindi, l’importante sviluppo dei traffici d’Oriente convinse il governo di Genova a istituire nel 1316 l’Ufficio degli Otto Sapienti di Gazaria, cui fu conferito potere legislativo esclusivo per le questioni marittime del levante, ultra Siciliam, a regolare il commercio fino a Tabriz (dove stabilmente sedeva un console genovese) seppure il tratto del viaggio da Trebisonda a Tabriz si svolgesse, evidentemente, a dorso di cammello e ciò a mostrare la continuità della “linea”, a cadenza semestrale, Genova – Pera – Caffa – Trebisonda – Tabriz.

Ancora oggi provvedimenti degli Otto Sapienti di Gazaria, costituiscono una sorta di “codice della navigazione” di grande importanza per le più varie questioni ivi affrontate e risolte riguardanti per esempio, la struttura della nave, il bordo libero, le rotte, la precisa navigazione a toccare sempre gli stessi porti, obbligatoriamente in convoglio è “di conserva”, cioè con equa divisione del rischio di perdita del carico tra tutte le navi.

Va detto che il trattato del Ninfeo, non riuscì a espellere conostante le intenzioni, Venezia dal Mar Nero: il leone marciano, particolarmente nei siti di Tana (mare d’Azov, sul Don) e Trebisonda (arrivo delle carovane di Tabriz) rimase ben presente a costo di scontri diplomatici e armati con Genova e talora con Bisanzio, magari con il sostegno dell’Impero di Trebisonda.

E’ ancora recente un’approfondita disamina degli aspetti politici sull’argomento da parte di Ovidiu Cristea titolata, appunto, “Venezia e il Mar Nero”12. Minuzioso anche il volume di Sergey P. Karpov riguardo l’Impero di Trebisonda e i suoi rapporti con l’Italia13.

Lex Mercatoria

Genova, sicuramente dominante dopo il 1261, non potevatrascurare il Danubio dove i liguri si insediarono nelle località di Licostomo e Chilia, costituito porto fluviale sul ramo settentrionale del delta; mentre Licostomo (un’isola del delta) pare fosse attribuita una valenza militare.

Quanto meno dal 1360 è documentata anche a Chilia e Licostomo la presenza di notai di cui sono conosciuti più di cento rogiti; senza, naturalmente compiere un’analisi tecnica, si vuol dire come quegli atti, confezionati non soltanto per mercanti italiani, stanno a testimoniare l’affermazione anche nel delta di quella nuova lex mercatoria che, tra il XII e il XVI secolo, rivoluzionò per sempre l’approccio e la regolamentazione dell’attività commerciale14.

Chilia e Licostomo, pur non conseguendo mai l’importanza di Caffa, già a metà ‘300, e quegli atti lo dimostrato, erano vivaci centri di commercializzazione delle risorse locali (miele, cera, grano) e ricchi centri finanziari; ma, soprattutto, “Chilia e Licostomo stavano (allora) straformando in empori internazionali del commercio polacco e ungherese”15

A questo punto si vuole meglio evidenziare il grande contributo offerto alla modernizzazione e alla secolarizzazione della società medievale da parte di quegli strumenti giuridici speciali, rivolti alla mercatura, che trovano fonte spontanea nei Comuni, particolarmente marittimi, e nelle corporazioni italiane; strumenti tanto efficaci da affermarsi quasi per forza propria e con un’espansione territoriale che seguiva gli insediamenti del mercante; non a caso i veneziani, genovesi, ragusei ecc., ovunque si stabilissero, si dedicavano anzitutto a ottenere dall’autorità del luogo un territorio, magari una strada soltanto, di loro esclusiva giurisdizione, non soltanto per affermazione di autonomia, ma per commerciare non secondo diritto comune o usi feudali, sebbene tramite la c.d. lex mercatoria i cui istituti soltanto apparivano funzionli alla nuova economia, non più di scambio, legata alla vita del castello, ma dotata di ben altro respiro; istituti e strumenti giuridici funzionali alla nuova figura del mercante.

Poche pagine rappresentano meglio la nuova professione regolata dal nuovo diritto, di quelle, magistrali, di Umberto Santarelli:

Nel nostro vocabolario corrente col termine mercante – col suo moderno sinonimo commerciante, voglio dire – si suol definire colui che esercita professionalmente l’attività del comprare e rivendere (tra imprenditori, nel caso del commercio all’ingrosso; da imprenditori a consumatori nel commercio al minuti). E’ un’attività, la sua, che si interpone tra due termini diversi e pur funzionalmente complementari: la produzione da una parte, e dall’altra il consumo. Ma rispetto alla produzione (agraria o industriale, questa oggi prevalente su quella) il commercio si pone in funzione strumentale, come veicolo di collegamento della produzione stessa con il consumo: per dire tutto questo con una parola sola, gli economisti parlano del commercio (e dei servizi) come di settore terziario rispetto all’agricoltura e all’industria16.

Ciò di cui si parla, invece,

[…] fu ben altro e di più che l’esercente una funzione terziaria. Fu, al contrario, colui che – per usare la nostra terminologia moderna – “analizzò il mercato” per accertare la domanda potenziale in termini di qualità e quantità prevedendone l’evoluzione. Sulla base di questa previsione provvide a commissionare il prodotto agli artigiani dirigendo le varie fasi della lavorazione affidate spesso a botteghe diverse. Immagazzinò poi il prodotto e provvide ad immetterlo sui mercati (non solo, naturalmente, su quello della propria città, ma su quelli – spesso anche lontanissimi – sui quali più vivace era la domanda e conseguentemente più pingue poteva essere il profitto).

Di tutte queste operazioni il mercante si addossava l’onere e il rischio: dall’analisi di mercato, della conseguente scelta delle merci da far produrre, dalle modalità e dei tempi di produzione, dell’ammasso del prodotto nei magazzini, del suo trasporto infine e della vendita. Le difficoltà tecniche erano, com’è evidente, diverse e gravi; e richiedevano grande perizia in chi doveva affrontarle e superarle. Non minore era il rischio economico: un errore nell’analisi di mercato e nelle previsione di vendita; un difetto nella direzione della produzione che ne avesse aumentato i costi o prolungato i tempi; un eccesso di merce in magazzino che avesse inutilmente immobilizzato masse anche ingenti di capitale, o – al contrario – una carenza delle riserve che avesse reso impossibile soddisfare con profitto un’impennata della domanda: erano tutti pericoli (e pericoli gravi) ai quali il mercante era quotidianamente esposto. Il mercante, e lui solo: non gli artigiani-produttori, che si limitavano ad eseguire i lavori loro commessi riscuotendone dal mercante il compenso pattuito e restando così estranei a quello che noi oggi chiamiamo rischio d’impresa (ma pagando – ovviamente – questa loro indennità con la perdita, a vantaggio del mercante, di una parte non trascurabile del loro potenziale compenso). Ciò significa che di tutti coloro che a vario titolo e con diversità di funzioni partecipavano al processo produttivo, il solo mercante rivestiva nel fatto la qualifica di imprenditore, perché solamente a lui competeva di pianificare prima e di dirigere poi l’intero processo produttivo delegando soltanto l’esecuzione di alcune fasi di questo procedimento a terzi (che si assumevano la funzione sostanziale di lavoranti a domicilio), e di tutto assumendosi – giusto come si conviene all’imprenditore – il rischio economico17.

Si diceva della forza modernizzatrice e secolarizzante di quello che verrà un ordinamento giuridico organico di cui il nostro mercante-imprenditori, così ben descritto, si servirà insieme ai nuovi “banchi” e alla tecnica della partita doppia; simili istituzioni non avevano allora, naturalmente, confini (come non ne aveva il diritto comune) e così la diffusione territoriale del nuovo jus mercatorum trovata negli ordinamenti feudali, aristocratici e contrari alle autonomie comunali.

Altrimenti dicendo, il nuovo diritto “espande rapidamente il suo ambito territoriale di applicazione. Si diffonde, col diffondersi dei traffici, in ogni zona dell’Europa continentale”18, ovvero “le regole del commercio vennero […] sottratte alla compromissoria mediazione della società politica; esse poterono […] varcare i confini comunali ed espandersi, come regole professionali della classe mercantile, fin dove si estendevano i mercati”19.

Lo sviluppo della società ungherese (già si è visto) può essere di particolare interesse riguardo quanto si va dicendo, sia per la presenza di mercatura italiana, soprattutto fiorentina, a Buda20; quindi a motivo dei contatti italo-magiari sul delta come sulla costa adriatica dove le città principali (Ragusa, anzitutto, Zara, Spalato e altre godevano di propri statuti di autonomia, rispettati dagli ungheresi, nonché di soldi organizzazioni di corporazione).

Uno studio comparato appare, dunque, ben meritevole di adeguata dedizione come si compie proficuamente per l’umanesimo o le belle arti anche dall’Italia si diffondevano nel nord e nell’est Europa.

Per convincersi del ‘nuovo’ rispetto alle istituzioni ormai irrigidite dal diritto comune diffuso nell’Europa tutta, è, sufficiente ricordare alcuni dei principali negozi elaborati dall’uso mercantile italiano:

- il ‘prestito a cambio marittimo’, da cui verrà l’assicurazione;

- il contratto di ‘commenda’, utilizzato per affari di terra e di mare, dal quale nascerà la società in accomandita;

i contratti obbligatori con merci assenti, magari con pagamenti tra piazza lontane, ex causa cambii, da cui gli institori, gli agenti, la cambiale;

- il moderno concetto di dissesto e fallimento21;ecc.

Tutte cartine di tornasole, insieme alla presenza in loco di ocrti consolari di giurisdizione, per ‘misurare’ la tendenza al superamento della società feudale e la volontà ad affacciarsi al mondo nuovo con approccio, si diceva, secolare.

Molti scrittori ritengono che le nuove forme contrattuali, intanto adottate e ‘lavorate’ dai notai, siano anche rivolte a dissimulare il mutuo a interesse, rigidamente proibito dalla norma canonica (e dal Corano II, 276-280).

D’altra parte, non sarebbe stata praticabile una moderna attività imprenditoriale-commerciale, altamente rischiosa, senza un adeguato apprezzamento del capitale.

Ad esempio, utilizzando uno strumento piuttosto elementare, i nostri notai del delta, dovendo provvedere a un cambio tra piazze diverse, scrivono che Tizio ha ricevuto una ‘certa’ quantità di denaro (tantum quantitatem) da Caio e gliela restituirà in valuta di Pera in una precisa somma di aspri: era, così, impossibile conoscere il tasso. (Ma ogni forma contrattuale veniva congegnata anche allo scopo sopraddetto).

Numerosi sono stati i nemici del mondo nuovo di mercatura che, ostacolandone la diffusione, hanno pagato con ritardi forse ancora incolmati, o peggio con la scomparsa dei soggetti politici più inadeguati, arretrati e dogmatici:

Tartari che della Crimea, ceduti ai genovesi territori coloniali, “guardavano con dispregio a questi stabilimenti insignificanti, chiamandoli: monumenti della follia degli stranieri […]”22.

Bizantini e la loro “sostanziale estraneità al costume e alle premesse etiche della mercatura (nel senso occidentale), il loro spirito anicapitalistico”23.

Islamici, che rinunciavano all’attività bancaria e assicurativa per proibizioni di sure redatte secoli prima, in ambiente diversissimo, (V, 92 e 93).

Antichi feudatari di razze diverse.

Comunque, a metà del ‘400, i Turchi, occupata Costantinopoli, costruirono nuove fortificazioni sugli stretti e “il lucchetto funzionava talmente bene che un viaggiatore del XV secolo, Anselmo Adorno, osservò come nessuna nave cristiana potesse entrare o uscire dal Mar Nero senza l’approvazione del sultano”24.

Benché Genova cercasse rimedio alla crisi traverso formale donazione delle colonie del Mar Nero al Banco di San Giorgio (imponente, originale, infelice tentativo di privatizzazione); e ancora Venezia fu pronta a offrire alla Porta un importante tributo annuale pur di conservare la libertà di navigazione per Tana; e assai probabile e lecito supporre come l’influenza del commercio italiano nel Mar Nero scomparve piuttosto repentinamente.

Riassunto

L’articolo vuole mostrare il ruolo e l’influenza della mercatura medievale italiana, specialmente genovese, nelle colonie di Costantinopoli (Pera) e del Mar Nero (Caffa e Chilia, anzitutte; c.a. 1261-1453).

L’autore evidenzia il contributo della lex mercatoria italiana per la modernizzazione e secolarizzazione della società feudale e l’intensificazione dei rapporti tra i popoli dell’area mediterraneo-danubiana.

Vengono indicati gli istituti principali dell’originale normativa di fonte consuetudinaria e funzionali alle nuove esigenze; si fa cenno al diritto marittimo, auspicando un approccio comparato giuridico alle questioni poste nell’are dei commerci medievali.

Summary

The purpose of the article is to highlight the role and influence of Italian mediava trading (or mercatura as it was known), particularly in the Genoese colonies of Costantinople (Pera), and the Black Sea (especially Caffa and Chilia; around 1261-1453).

The author emphasises the contribution of the Italian Lex Mercatoria in the modernisation and secularization of the feudal society and the evolution of intensified relations between Mediterranean-Danubian populations.

The main insitutions of the original customary law that are functional to the new requirements are also outlied. Reference is made to maritime law, with a view to a comparative judicial approach to the issues arising from medieval trade in the area.

1 C. KING, Storia del Mar Nero, Roma 2005, p. 99.

2 Ivi, pp. 100 e 101.

3 I. BULEI, Breve storia dei romeni, Torino 1999, p. 48.

4 KING, Storia del Mar Nero cit., p. 90.

5 G. CASTELLAN, Storia dei Balcani, Lecce 1999, p. 175.

6 S. REITERI, Atti rogati a Licostomo, in Notai genovesi in oltremare, Genova 1973, p. 193.

7 J. BESSENYEI, Merci e mercati ungheresi dalla “via dell’ombra”, in Da Aquileia al Baltico attraverso i Paesi della nuova Europa, a cura di A. Litwornia, G. Nemeth e A. Papo, Mariano del Friuli (Gorizia) 2004, pp. 15 e sgg.

8 Ivi, p. 15.

9 S. DELLA CASA (a cura di), I libri Iurium della R. di Genova, Genova 1998, vol 1/4, p. 272.

10 Ivi, p. 273.

11 Ivi, p. 276.

12 O. CRISTEA, Venezia e il Mar Nero, in >, Venezia 2006, pp. 109 e 53.

13 S.P. KARPOV, L’impero di Trebisonda Venezia, Genova e Roma, Roma 1986.

14 G. PISTARINO, Notai genovesi in oltremare, Genova 1971; REITERI, Atti rogati a Licostomo cit.

15 REITERI, Atti rogati a Licostomo cit., p.192.

16 U. SANTARELLI, Mercati e società tra mercati, Torino 1998, p. 40.

17 Ivi, p. 41.

18 G.F. CAMPOBASSO, Diritto commerciale, Torino 1993, p. 6.

19 F. GALGANO, Lex mercatoria, Bologna 1996, p. 9.

20 BESSENYEI, Merci e mercanti ungheresi cit., p.16.

21 T. ASCARELLI, Corso di diritto commerciale, Milano 19623; CAMPOBASSO, Diritto commerciale cit.

22 M. MURZAKEVIC, Storia delle colonie genovesi in Crimea, Genova 1992, p. 16.

23 S. RONCHEY, Lo stato bizantino, Torino 2002, p. 131.

24 CRISTEA, Venezia e il Mar Nero cit., p. 118.

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