29 août, 2012

La Vierge,les Copte de Namir Abdel Messeeh Olivier Barlet

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La Vierge, les Coptes et moide Namir Abdel MesseehOlivier Barlet

 

Comment se confronter à ses origines ? On voit émerger chaque année des dizaines de films sur le voyage retour où le/la réalisateur/trice retrouve avec émotion ou problèmes sa famille au pays natal. C’est en général assez ennuyeux, ces films peinant à sortir de leur singularité familiale. Mais si le sujet du film était justement de faire un film, ça s’anime, surtout sur un sujet aussi casse-cou que les apparitions de la Vierge Marie chez les Coptes en Égypte ! Voici donc un jeune réalisateur se cassant le nez sur ces apparitions miraculeuses mais insaisissables, trop sceptique pour suivre la croyance de ses interlocuteurs et se heurtant donc à un mur, au grand dam de son producteur qui le lâche en cours de route. Sa très possessive mère le remplacera et mobilisera tout le village natal pour recréer, au-delà du blasphème, purement et simplement une apparition. Et voilà que le film, déjà drôle par le recul du réalisateur sur son sujet et sa capacité de l’aborder, sans compter les galères pour le faire avancer, devient hilarant dans cette mobilisation d’un village pour faire du cinéma. Ce que les entretiens de l’enquête sur les apparitions ne pouvaient faire sentir, cette mise en scène va le manifester.

On pense aux comédies de Daoud Aoulad-Syad sur les attentes suscitées par le tournage d’un film au Maroc, En attendant Pasolini et La Mosquée, mais l’originalité du film de Namir Abdel Messeeh est de naviguer ludiquement sur le « je sais bien mais quand même » que décrivait Octavio Mannoni (puis Jean-Louis Comolli en l’adaptant au cinéma) pour évoquer la croyance en un fétiche ou un masque : on devine bien qu’il y a illusion mais on veut y croire. Puisque même en écarquillant les yeux, il n’y a pas moyen de voir la Vierge sur les vidéos (« vous la voyez, vous ? », sa mère oui mais pas Namir…), on va la mettre en scène ! Ce village qui se mobilise pour recréer ainsi avec costumes et poulie une apparition conforme aux images pieuses n’accepte de le faire que parce qu’il croit fondamentalement que cela existe. C’est parce qu’il ne peut forcer la Vierge à apparaître au bon moment qu’il prend le parti de répondre à cette demande de spectacle, mais il rejoue ainsi la symbolique de sa croyance qui soude sa communauté dans un pays où les rapports inter-religieux sont tendus, sujet évoqué en filigrane dans le film. Il se rejoue ainsi son contrat social à travers la manifestation d’une croyance.

C’est là que se loge et se légitime un rire sans mépris dans ce qui devient une sorte de making of : sans devoir se départir de leur crédulité, le réalisateur – autant que le spectateur emmené par son drolatique commentaire – voient ce village nous faire savoir que cette croyance structure leur être au monde. Il n’y a là aucune naïveté malgré l’imagerie convoquée, mais un choix délibéré puisque chacun pourrait dire « je sais bien ». C’est dans le « mais quand même » que réside la portée et la beauté de ce documentaire qui intervient finalement largement sur le réel pour mieux en faire connaître le tissu. Voici donc comment Namir Abdel Messeeh revient sur sa terre natale, mesure la distance qui s’est creusée mais aussi sa solidarité profonde avec ces villageois qu’il aurait été si sa mère n’avait pas émigré, et en profite pour nous proposer un très attrayant voyage en cinéma.

Olivier Barlet

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16 août, 2012

Padre Giovanni Vannucci frate servo di maria e autentico esempio per tutti coloro che vivono una fede ai margini…e che sono in ricerca della pace del cuore. una pace che il nostro cuore puo’ trovare se si mette in sincronia con la spiritualità vissuta da un frate come padre giovanni vannucci. .

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Circa quarant’anni fa, in un gruppo di amici, venne rivolta a P. Giovanni Vannucci la domanda, ancora molto attuale: “Per essere “Chiesa” in questo momento che cosa si dovrebbe fare?”

“Io devo “essere Chiesa” personalmente, aveva risposto il Padre, avere quindi una coscienza aperta a tutte le manifestazioni di Verità, di Bellezza, di Libertà e parteciparvi intensamente e rispettosamente senza credere a una mia infallibilità personale, e cercando di modificare il mio modo di pensare a contatto con il pensiero degli altri”.

 

“Siamo noi che dobbiamo essere Chiesa! San Paolo usa una bellissima metafora: “Noi siamo il corpo di Cristo che viene costruito dallo Spirito Santo nel corso dei secoli (cfr.1Cor 12, 12ss). Dal papa ai vescovi e ai semplici fedeli ciascuno di noi è una cellula del Corpo di Cristo. Se una di queste cellule si chiude in se stessa, diventa cancerosa. Allora bisogna che le cellule sane mandino delle forze per limitare e circoscrivere il male che c’è nella cellula divenuta cancerosa per essersi isolata compiendo un suo cammino individuale e non più in comunione con le altre cellule”.

 

Sarebbe troppo bello se questo si potesse davvero attuare nella Chiesa…Il male è che si è creata e dura ancora oggi una mentalità dogmatica di chiusura che impedisce una manifestazione del genere. E’ forse dovuta alla non fiducia per persone non preparate, non abbastanza mature, non abbastanza addentro ai problemi religiosi…e che si sentono perciò escluse da quella partecipazione diretta, che invece c’era forse alle origini”?…

 

“Il tuo è un discorso chiaro, ma perchè non si limiti ad una visione solo storica della Chiesa ti invito a pensare ad una meravigliosa pittura di Giotto che riprende una leggenda francescana (direi che è una verità cristiana): c’è il papa che dorme e il fraticello Francesco, che rappresenta la santità, sorregge la chiesa che crolla, mentre il papa dorme tranquillo circondato dai suoi cardinali. E’ uno dei quadri più simbolici, più metaforici, più veri. E’ sempre stato così nel corso dei secoli. Se si toglie la santità dalla Chiesa cattolica, questa crolla immediatamente.

Se guardate nella storia della Chiesa cattolica trovate dei bravi politici, dei bravi conquistatori, dei bravi commercianti e anche dei papi e dei vescovi spregiudicati e condottieri. Ma quello che interessa a noi è la perenne presenza e assistenza dello Spirito di Cristo, attiva nei Santi”, quelli autentici, naturalmente.

 

Padre Giovanni invitava a modificare un po’ la visione tradizionale che ci è stata data della Chiesa perchè Cristo dice: “Il primo tra di voi sia l’ultimo, chi vuol comandare tra di voi sia il servo di tutti” (Lc13, 1-20). Il Giovedì santo viene fatta la cerimonia della lavanda dei piedi che rievoca ciò che ha fatto Cristo (Gv 13, 1-20). Giovanni non riporta l’istituzione della Cena, ma riporta la lavanda dei piedi con Pietro che non capisce e protesta. Lui il Maestro che lava i piedi ai discepoli?. “No! Mai”.,

E Gesù: “Se non capisci questo, non potrai aver parte con me”. E aggiunge: “Io ho fatto questo, e mi chiamate maestro e Signore, e dite bene, perchè anche voi vi laviate i piedi reciprocamente, e chi vuol essere il primo sia colui che lava i piedi agli altri”.

 

“Vedete che cosa ha fatto Cristo? Ha preso la gerarchia dell’imperatore romano e l’ha capovolta. Il primo deve essere l’ultimo, quindi non c’è un “alto” nella Chiesa e se proprio deve esserci sarà il debole, il malcapitato, l’oppresso…ma devono essere le radici a comandare. L’ “alto” deve essere nascosto nel sottosuolo ad attingere quelle energie che ci vengono da Cristo per servire poi anche colui che è al vertice della piramide cristiana: l’uomo più disgraziato, il Crocifisso e l’uomo più crocifisso.

Se voi trovate un albero con le radici scoperte, le rimettete sotto terra. Si dà proprio il caso che a volte si sia costretti ad aiutare i gerarchi a rientrare sotto terra, ad attingere la linfa dalla terra perchè altrimenti l’albero della Chiesa non fiorisce. Non faccio un discorso rivoluzionario, si premunisce Padre Giovanni, ma un discorso cristiano”.

 

“Della conformazione della Chiesa siamo responsabili tutti! Chi è al primo posto, chi fa carriera, comanda volentieri… Il potere non consuma, ma ingrassa…Così, chi è sottoposto,

diventa con facilità, per pigrizia, ossequiente, obbediente, per essere lasciato tranquillo.

Se la vita è una continua trasformazione, noi nella vita ci dobbiamo sentire viventi; vivente non è colui che si limita ad accettare, ma colui che ripone in discussione le cose che gli sono proposte soprattutto quando sono contro la sua coscienza. Non è la stessa cosa che nella Chiesa ci sia una falange di uomini obbedienti al posto di uomini vivi”.

 

“Quando una Chiesa è strutturata in un determinato modo e costruisce i suoi confini ben precisi e dice: fin qui c’è lo spazio sacro e al di là inizia lo spazio profano, si presenta come una costruzione di uomini.

Una Chiesa così strutturata che ti mette fuori, da che cosa ti mette fuori? Da una struttura incompleta, imperfetta e insufficiente, ma non ti mette fuori dal mistero divino. Quindi tu rimani sempre conglobato nel mistero divino, se sei un ricercatore autentico. Che cosa devi fare? Come devi essere?” (cfr “Fraternità” N° 20 -Gennaio-giugno- 2011).

 

NB. Queste riflessioni tolte dalle opere di P.Giovanni Vannucci sono dedicate a coloro che nella Chiesa si trovano in difficoltà di comunicazione e spesso molto o del tutto emarginate. M.M.

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Lo stupore della vita

Guardiamo la vita con lo stupore di essere vivi, in un universo fervente di vita.
I sogni di oggi sono il futuro che muove il presente, la vita che si esprime in non immaginate forme.
Dalle mani del Padre la vita fiorisce Inesauribile e illimitata.
Nel cuore della pietra Dio sogna il suo sogno, e di vita la pietra si riveste.
Nel profondo della terra Dio sogna il suo sogno, e di verde e di frutti si riveste la terra.
Nel cuore degli esseri Dio sogna il suo sogno, e di amore e di tenerezza s’adorna il creato.
A novità crescente, tu, o senza limiti, esorti il cuore, l’inviti a venire nella tua dimora, tu che dimora non hai.
Sempre oltre, sempre oltre è la tua tenda, il tuo infinito cammino sia il nostro, o Signore.
Padre Giovanni M. Vannucci

Padre Giovanni Vannucci (26/12/1913 – 17/06/1984) frate Servo di Maria critico e originale, ricercatore delle parole perdute, percorse la via mistica, che abbraccia e coordina in sinfonica armonia tutte le verità disseminate nelle molte religioni – rispettando comunque in ogni tradizione la sua originalità – per giungere a cogliere, lui « pellegrino dell’ Assoluto » nell’Eremo delle Stinche (Firenze), l’unica rivelazione universale, principio e fine di ogni religione. (Monte Senario, Quaderni di spiritualità, n. 23 – Maggio-Agosto 2004).

in Lotta come Amore: LcA dicembre 2004, Dicembre 2004

 

Padre Giovanni Vannucci frate servo di maria e autentico esempio per tutti coloro che vivono una fede ai margini...e che sono in ricerca della pace del cuore. una pace che il nostro cuore puo' trovare se si mette in sincronia con la spiritualità vissuta da un frate come padre giovanni vannucci. .  servi-di-maria-foto-di-padre-Giovanni-vannucci

 

 

 

15 août, 2012

Soutenons avec notre prière la mission apostolique de Son Éminence André Vingt-Trois .

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La prière universelle d’André Vingt-Trois divise l’Eglise

Le Nouvel ObservateurPar Le Nouvel Observateur | Le Nouvel Observateur – il y a 2 heures 21 minutes

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A l’occasion de la fête de l’Assomption, mercredi 15 août, le cardinal André Vingt-trois propose une prière universelle qui provoque la polémique en raison de sa dimension sociétale et politique. Revenant sur la question du mariage et de l’adoption au sein de couples homosexuels, le cardinal appelle en effet à prier pour « ceux qui ont été récemment élus, pour que leur sens du bien commun de la société l’emporte sur les requêtes particulières ».

13 août, 2012

Andro’ vederla un di’ canto mariano e autentica perla dell’immenso tesoro spirituale della Chiesa Universale.

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CONCERTO DEL CORO DIOCESANO SANTA MARIA DELLA LETTERA; BASILICA CATTEDRALE DI MESSINA 2 GIUGNO 2011

Un canto di devozione mariana tanto amato da padre antonino maria mautone frate dell ordine dei servi di Maria

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ANDRO’ A VEDERLA UN DI’


1. Andrò a vederla un dì,
in cielo patria mia,
andrò a veder Maria,
mia gioia e mio amor.
Rit. Al cielo, al cielo, al ciel!

 

  Andrò a vederla un dì. (bis)
2. Andrò a vederla un dì,
è il grido di speranza,
che infondemi costanza
nel viaggio e fra i dolor. Rit.

3. Andrò a vederla un dì,
lasciando questo esilio;
le poserò qual figlio
il capo sopra il cuor. Rit.

4. Andrò a vederla un dì,
le andrò vicino al trono,
ad ottenere in dono
un serto di splendor. Rit.

Quel desiderio di vivere la storia

Ci sono momenti nella vita  ove emergono d’improvviso curiosità che non sono interrogativi d’occasione, di superficie. C’è piuttosto il desiderio sincero di attingere alle fonti di un evento, di una storia, per catturarne in qualche modo la vitalità e per contemplare le meraviglie di Dio.
La storia che vi racconto nasce da un fatto: in tante occasioni ho cantato (e non ho smesso): “Andrò a vederla un dì/ in Cielo patria mia, / andrò a veder Maria / mia gioia e mio amor”.
È un testo che d’improvviso “spicca il volo” con un ritornello che parla della patria celeste: “Al Cielo, al Cielo, al Ciel, / andrò a vederla un dì, / al Cielo, al Cielo, al Ciel / andrò a vederla un dì”.
C’è dietro questo canto un qualcosa che da anni mi spingeva a scoprire l’origine. L’afflato mariano è immediato, robusto, capace di semplificare un concetto senza impoverire il contenuto. E quel ritornello, poi, è un grido dell’anima. Che travolge. Provoca. Segna l’immediatezza di una filialità. Ma chi è l’autore di “Andrò a vederla un dì?”.

La scoperta di Michela

Questo interrogativo trova d’improvviso risposta. Un giorno “irrompe” Michela (è la nostra seconda figlia) con una notizia. Leggendo il libro di Catherine Rihoit (“La piccola principessa di Dio”, il riferimento è a santa Teresa del Bambin Gesù), pubblicato dalle edizioni Paoline nel 1994, ha trovato a pagina 60 un passo ove si racconta che la mamma di santa Teresina (si chiamava Zelia) era fin dalla giovinezza devota della Madonna. E con le compagne cantava: “Andrò a vederla un dì / in Cielo patria mia, / andrò a veder Maria / mia gioia e mio amor”.Un canto di devozione mariana tanto amato da padre antonino maria mautone frate dell ordine dei servi di Maria  3-La%20Madonna%20di%20Lourdes
Scrive al riguardo la Rihoit: “Questo canto era particolarmente caro a Zelia. L’autore, Pietro Janin, era stato guarito dalla Vergine di La Salette. Era allora entrato nei Maristi e aveva composto questo canto per ringraziarla”.

E inizia la ricerca…

Questi riferimenti così precisi mi colpiscono perché aprono una pista di ricerca. C’è quindi un collegamento tra il canto e una guarigione. C’è un sacerdote impegnato in una congregazione. Occorre, però, andare più a fondo. Partono lettere alle Edizioni Paoline, all’Ambasciata di Francia, alla Librairie Plon (nel 1992 aveva pubblicato “La petite principesse de Dieu”, di Catherine Rihoit). Il contributo decisivo, però, arriva dai contatti attivati con la Casa generalizia dei Padri Maristi (via A. Poerio 63, Roma), specie dai colloqui con l’archivista di questa congregazione, il padre Carlo Maria Schianchi s.m. La ricerca a questo punto arriva a ricostruire una vicenda che ci porterà fino in Nuova Caledonia. Ma andiamo con ordine.

Facciamo un salto nel 1824

Perché ricordare proprio quest’anno? Perché il 30 novembre nasce a Montluel (nella diocesi francese di Belley) Pietro Janin. La sua crescita culturale è robusta (studi secondari, poi quelli di matematica e scienze, filosofia, teologia…), ma è quella spirituale a interessare maggiormente.
Questo giovane dimostra una vita in Dio che non si esprime solo nel quotidiano impegno religioso, ma anche con la poesia e il canto. Sarà quest’ultimo, in particolare, a segnarne l’identità e la stessa linea pedagogica. Scrive al riguardo Claude Rozier, nel libro “Histoire de dix cantiques” (Kinnor, Fleurus, Paris 1966, p. 250), che i suoi primi versi risalgono alla classe di studi umanistici presso il seminario minore di Meximieux. Più tardi, nel 1946, una grave malattia colpisce Pietro Janin. È l’anno delle apparizioni della Santa Vergine a La Salette. Il giovane chiede aiuto a Maria e riesce a superare questa dolorosa prova. Per lui, quindi, la guarigione diventa segno di un’attenzione particolare della Madre di Dio. Rappresenta un Suo dono. La devozione a Nostra Signora della Salette diventerà così un qualcosa di vitale che segnerà in modo indelebile tutta la sua esistenza. Nel seminario teologico egli aderisce a un’associazione segreta istituita per diffondere il culto alla Madonna dei Sette Dolori. Entrerà poi nella Società di Maria (Padri Maristi) prima di essere ordinato sacerdote nel marzo del 1851.

La filialità mariana

Prima della sua ordinazione, è ancora il Rozier a dircelo, Pietro Janin aveva scritto due poemi a Nostra Signora della Compassione e dei canti utilizzando arie conosciute. E nel giorno della sua professione religiosa (settembre 1852) decide di esprimere in versi poetici la propria consacrazione alla Madonna. In quest’ultimo testo si individua uno dei temi del “Trattato della vera devozione alla Santa Vergine” di san Luigi Maria Grignion de Montfort, opera letta dal giovane Pietro nel 1842, ben nota nella Società di Maria. In ricordo della sua professione il Janin scriverà altri versi rivolti alla Madre di Dio.
Questo giovane religioso viene in seguito inviato nel collegio di Langogne, e la devozione alla Vergine continuerà a fortificarsi in lui grazie anche allo spirito mariano che segna il procedere della sua congregazione.

La Società di Maria (Padri Maristi)

Questa famiglia religiosa è fondata dal padre Jean-Claude Colin (1790-1875) a Belley, ottenendo nel 1822 l’incoraggiamento del papa Pio VII, e nel 1836 l’approvazione pontificia. Il Colin, sostenuto anche da san Pietro Chanel (1803-1841; muore martire in Nuova Zelanda) e da san Marcellino Champagnat (1789-1840; in anni successivi fonderà i Fratelli Maristi), governò l’istituto per 16 anni, fondando diverse case in Francia e sviluppando fortemente le missioni in Oceania.
Il suo obiettivo era quello di costituire una compagnia di consacrati al servizio della Chiesa che nell’agire quotidiano dovevano rivolgere particolare attenzione all’esempio di Maria, umile fra gli apostoli, umile a Nazaret, modello di apostolato e di vita interiore.
Questi religiosi si impegnavano, quindi, a costruire il proprio disegno operativo in nome e sotto la protezione di Colei per la quale ancora oggi si chiamano Maristi. L’opera del Colin ebbe effetti notevoli, ne è prova anche una frase di san Giovanni Maria Vianney (il famoso curato d’Ars) che, sentendo un giorno parlare del Colin, esclama: “Oh! Il padre Colin! Quanto vuole bene alla Madonna!”.
I Padri Maristi si distinsero presto nelle missioni popolari, nella predicazione, nell’esempio concreto di vocazioni pronte ad accettare i più diversi compiti per il bene delle anime (dall’educazione dei giovani alle missioni in terre lontane).

J’irai la voir, un jour

I fatti fin qui raccontati sono serviti a descrivere un contesto storico ecclesiale e una persona (il Janin) segnati entrambi dalla filialità mariana. Nell’aprile del 1853 la comunità del collegio dei Maristi di Langogne si reca in pellegrinaggio a Puy per la chiusura del giubileo. Il padre Janin parte alla vigilia, a piedi, nella neve, con diversi altri padri. In questa occasione canta con tale impegno da subire un abbassamento di voce per circa 15 giorni durante i quali scrive un lungo poema nel quale chiede alla Vergine di rendere la sua voce e i suoi canti un pio ornamento in Suo onore “perché i miei canti, tu lo sai, sono la mia vita, il modo con il quale mi esprimo, la mia preghiera (…) tutti i miei accenti sono per te” (C. Rozier, op. cit., p. 251).
Qualche settimana dopo, per la chiusura del mese di Maria (maggio), egli compone sull’aria di quella che si definiva la pastorale (Le ciel en est le prix, Il cielo ne è il premio), intesa a Fourvière, il canto chiamato poi J’irais la voir, un jour (Andrò a vederla un dì). Il titolo originale era Un radieux espoir (Un radioso futuro), e il testo comprendeva cinque strofe, tante quante sono le lettere che formano il nome di Maria.

Slancio dell’anima

Quando un poeta esprime i propri sentimenti non è fedele a impostazioni rigide, al minuzioso dettaglio o alla citazione dotta. Egli grida uno slancio dell’anima e lo fa centrando una idea essenziale. Nel padre Pietro Janin tutta la costruzione del canto è in direzione del Paradiso. Qui avviene l’incontro definitivo con Maria. E in quest’ora di gioia sarà possibile esprimerLe in modo filiale un amore cresciuto con offertori quotidiani. Con fedeltà rocciose. Con il fiat della propria via crucis.
In quest’ottica tutto il canto respira il trascendente e accompagna nelle realtà escatologiche. L’incontro con la Vergine è vissuto già in terra (= è qui che emerge la 3-La%20Madonna%20di%20Lourdes%202pedagogia di Janin), è realtà che sostiene nelle salite della vita (= emerge la scientia crucis), è un fatto diretto, personale (= maternità di Maria), è evento ecclesiale che riconduce a tutta la famiglia di Dio (= la lode segna la dinamica comunitaria), è un appuntamento definitivo (= all’aurora non seguiranno più tramonti).

E l’esodo terreno prosegue

Il padre Janin sarà poi inviato dalla sua congregazione nel collegio di Arles ove scriverà una nuova composizione dal titolo Pourquoi je chante Marie (Perché canto Maria). Nell’ottobre del 1871 si offre di essere il primo cappellano dei Comunardi (= francesi che avevano partecipato all’insurrezione contro il presidente Thiers sfociata nella proclamazione a Parigi della “Comune” il 18 marzo 1871) deportati in Nuova Caledonia.
È ancora con dei versi poetici che spiegherà la sua decisione. Poi – prima dell’imbarco – celebrerà una messa di addio nella cappella di Fourvière, a Lione. Aggiungerà infine altre tre strofe a J’irai la voir, un jour. Questo canto, ormai, si è diffuso in Francia ma anche all’estero, tanto che il p. Janin resterà piacevolmente sorpreso di ascoltarlo arrivando in Nuova Caledonia.
Nel 1875, in occasione dell’inaugurazione di una cappella dedicata a Nostra Signora della Salette, nella sua “parrocchia”, il p. Janin scriverà ancora: “A te i miei messaggi d’amore / Signora della Salette. / Le tue lacrime mi hanno fatto poeta, / io sono il tuo trovatore (= menestrello medioevale). / A te i miei canti d’amore”.
Quattro anni dopo, in occasione dell’incoronazione della statua della Madonna posta nella cappella suddetta, scriverà ancora:
“Ora, nunc dimittis, / ho visto il tuo trionfo, o Salette. / Quaggiù, le mie speranze sono esaudite. / Ma del tuo poeta / qual è la richiesta? Essere nell’eterna festa, / tuo trovatore per sempre”.

L’incontro con sorella morte

Il padre Janin canterà la sua “Signora” fino alla morte, avvenuta a Sydney nel 1899. Egli si definiva un “trovatore mariano”. Questa linea spirituale e pastorale si ritrova nei 21 canti inviati nel 1875 al superiore generale dei Padri Maristi, diversi dei quali erano stati già pubblicati in Francia, a Sydney o in Nuova Caledonia.
Il fondatore dei Maristi amava molto il canto J’irai la voir, un jour e aveva in modo speciale benedetto il suo autore, il p. Janin. “Non posso ascoltare questo canto senza piangere”, diceva padre Colin negli ultimi anni della sua vita, e un giorno fu inteso esclamare profondamente commosso davanti a una statua della Vergine: “La vedrò! La vedrò!”. Dopo la sua morte, venne scritto al p. Janin che il p. Colin aveva chiesto negli ultimi momenti di vita di ascoltare il canto J’irais la voir, un jour. Letto ciò, il religioso si mise a intonare subito questo canto. Era per lui un modo di pregare Maria. Di affidarle l’anima del superiore generale.

Alcune considerazioni

Il canto “Andrò a vederla un dì” si diffonderà rapidamente anche in Italia e ancora oggi è possibile ascoltarlo in occasione di festività mariane, di processioni, di funerali… Ma c’è un punto, al riguardo, che occorre chiarire. Che senso ha ricordare oggi la figura di padre Pietro Janin? E che significato attribuisce a un canto (“J’irais la voir, un jour”) che taluni etichettano rapidamente come “canto tradizionale” o “popolare”, e che altri non apprezzano ritenendo che non rispecchia un’impostazione biblica o comunque un indirizzo cristocentrico?
Al riguardo è utile sottolineare alcuni aspetti. La figura del padre Janin, intanto, non è da avvicinare come una realtà isolata, ma è da “leggere” come espressione di una filialità autentica che attraversa i secoli, e che anche nel ’700 e nell’800 troverà delle manifestazioni ecclesiali capaci di “tradursi” in congregazioni, opere sociali, atti di sacrificio quotidiano, eroismi nascosti agli occhi del mondo. E tutto ciò avviene anche con il sostegno degli stessi pontefici (nel 1863, ad esempio, Innocenzo XI introduce la festa liturgica del Nome di Maria).
In tale contesto il canto “Andrò a vederla un dì” non solo si pone in sintonia con il quinto mistero glorioso del santo Rosario (ove si contempla l’incoronazione di Maria Santissima Regina degli angeli e dei santi, e il Paradiso) e con l’invocazione finale della “Salve Regina” (“e mostraci dopo questo esilio Gesù”), ma supera il circoscritto contesto di esodo dal quale molti autori invocano Maria per un aiuto nell’oggi (si pensi a “Mira il tuo popolo o bella Signora”, o a “Vergin santa che accogli benigna”), per esprimere – con un linguaggio comprensibile a tutti – una contemplazione del Cielo, cioè del Paradiso, che è la casa di Dio.
Deriva da ciò una sottolineatura: lo scopo del p. Janin non è quello di impostare una lezione di mariologia usando della musica, ma è quello di esprimere un moto dell’animo capace di spingere a offertori quotidiani rivolti a Dio, sostenuti con l’aiuto di Maria.
È solo in quest’ottica che si può comprendere perché certi canti di una storia meno recente riescono ancora a far breccia nell’intimo di molte persone. Perché non c’è una dinamica segnata da un coro che sta da una parte e da un’assemblea muta che sta dall’altra. Ma c’è una voce che coinvolge altre voci (intonate o meno) fino ad arrivare a un’unica lode. Capace di segnare i solchi delle conversioni. Delle vocazioni religiose e sacerdotali. Dei fiat eroici. Che solo il cuore di Dio conosce.
    Pier Luigi Guiducci


IMMAGINI: LA Madonna di Lourdes


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2001-8
VISITA Nr.

12 août, 2012

Qui pourrait aller prochainement manger aux Restos du coeur Mots-clefs austérité dette essence été gaz internet iPhone loyer lumière parmesan rapé restos du coeur

Classé dans : Non classé — andreadicaffa02 @ 13:09

Le meilleur du courrier des lecteurs. Ecrivez-nous à courrier@inrocks.com

Avoir un iPhone 4S mais manger aux Restos du coeur

8/08/2012

twicepix/Flickr
twicepix/Flickr

L’été sera bientôt terminé laissant place à un froid glacial et à des mesures d’austérité dans les foyers français… le gaz augmente, l’essence augmente, les loyers augmentent, les produits de consommation augmentent, le prix des transports en commun augmentent, les frais de mutuelle augmentent, les dividendes augmentent… Cette année encore plus que l’année dernière les Restos du cœur seront pris d’assaut, mais pas que par des SDF, par des salariés et des étudiants  qui n’arrivent pas à boucler leur fin de mois et qui dorment dans leur voiture…

Nous sommes en 2012, une ère ou avoir un iPhone 4 est plus fréquent que d’avoir un emploi, où les rencontres se font via le Net, où les hommes se pomponnent comme des femmes, où les femmes parlent comme des hommes, ou une pizza coûte 66 francs, où chaque foyer est équipé d’Internet et de 30 chaînes de télé, où le parmesan est remplacé par du « râpé italien », où les voitures n’ont pas de clés, où la dame qui fait le ménage est une technicienne de surface, où sur un chantier il y a trois architectes pour un maçon, où l’on trouve 92 sortes de yaourts au supermarché, où les producteurs jettent du lait dans le caniveau parce qu’ils le vendent à perte à la grande distribution, où les poussins deviennent des poulets en dix jours, où les poules pondent des œufs sans voir la lumière du jour, où le litre de café coûte plus cher qu’un litre de rouge,  ou un litre d’essence équivaut à 1,60 euros, où l’on lapide dans certains pays pour adultère et où on ouvre des maisons closes dans d’autres, où la coke est aussi accessible qu’un paquet de clope, où les ados perdent leur virginité à 13 ans, ou la console n’est plus recouverte de livres mais est une Playstation, où la peine de mort est encore en vie, où les femmes gagnent moins que les hommes, où la température augmente d’année en année, où une famille sur quatre est surendettée, où réussir dans la vie c’est gagner Star Academy, où ton père est aussi ton pote, où les enfants ne savent plus lire et écrire, où des gamins rentrent avec des fusils à pompe dans des lycées, où une prof se suicide, où les jeunes se filment dans des tournantes, où être féminine c’est se trimballer à moitié à poil, où un couple marié sur deux divorce, où la purée de topinambour est une légende, ou Florent Pagny  a remplacé Jacques Brel, où peindre une merde est signe de réussite dans l’art, où les sparadraps ne suffisent plus à faire taire tous ces bobos en Zadig et Voltaire, où dire qu’être rock chez The Koople c’est une pire hypocrisie, où  le mélange de lait et du jus d’orange s’appelle un Smoothie, où les ados mesurent 1,90 m, où les saucisses sont au poisson, où critiquer Poutine en Russie est interdit, où tout se commande sur Internet (prostituées, bombes, amphétamines, fusils à pompe), où Madonna a 53 ans, où Michael Jackson n’est plus, où le Pape ne conseille pas le port du préservatif, où l’on sait greffer un visage mais pas contrer la calvitie, où les chiens mange de la terrine de canard dans les pubs à la télé, où l’on ne dit plus parler mais tweeter ou tchater, où les mp3 n’ont plus d’âmes, où l’on peut faire le tube de l’été en deux clic sur son ordi, où le rock est devenu de la tropical pop, où l’on est filmé et noté pour inviter des gens à bouffer chez soi, où l’on court le 100 mètres en 9,63 secondes, où on adopte un mec et plus un chien…

Damien Zagala

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7 août, 2012

quelques articles publiés dans le blog de l’ordre de saint andré de caffa

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5 août, 2012

Sainte Messe du Dimanche 5 août 2012

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fichier pdf dimanche 5 août 2012 Liturgie

4 août, 2012

Uno scritto di monsignor Ambrogio Melzi

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Miracolo di Fede

Ciò che colpisce il visitatore, quando entra in una Chiesa Ortodossa, è lo splendore e la bellezza delle Sacre Icone, che coprono tutte le pareti e l’Iconostasi. Il calore dell’espressione dell’immagine; i colori così sobri ma di uno splendore unico; i tratti così semplici ma perfetti, fanno sentire il senso del sacro, dell’interiorità, della contemplazione, ma soprattutto di una sacra invisibile presenza. Mentre l’arte latina, cioè cattolica romana, è frutto e espressione dell’aspirazione dell’artista, l’iconografo non ha quasi nulla dell’artista, inteso nel senso occidentale, ma è un uomo di profonda vita interiore, che si accinge, a dipingere la sacra immagine, frutto di una interiorità vissuta.

Questo nasce dalla stessa teologia ortodossa. Mentre la teologia latina è speculativa, quella ortodossa è contemplativa. L’analisi del kondakion della festa del Trionfo dell’Ortodossia, ci porta a comprendere chiaramente e concretamente il doppio realismo dell’immagine sacra neo-testamentaria.
Come in Dio- uomo, Gesù Cristo, « tutta la pienezza della Divinità abita corporalmente » (Col. 2, 9), così la Chiesa, Corpo mistico di Cristo, è un organismo sia umano che divino. Ella unisce in se stessa due realtà: la realtà storica, terrestre, e la grazia dello Spirito Santo; la realtà di Dio e quella del mondo.
La ragione d’essere, dell’arte sacra, è punto quello di portare una testimonianza visibile di queste due realtà: essa è realista in questi due sensi, ed è per questo, che l’Icona si distingue da tutte le altre immagini, come un testo sacro si distingue da tutte le altre opere letterarie. La Chiesa Ortodossa non ha mai tollerato la pittura di un’icona, che potesse seguire l’immaginazione del pittore o di un modello di persona vivente, perché ciò significherebbe la rottura cosciente e totale del prototipo, che si perde nel buio dei secoli. E alfine di evitare la rottura con la tradizione più antica, gli iconografi si servono sempre del modello prototipo più antico.
E perché si evitasse, che i prototipi si perdessero, verso la fine del XVI secolo, l’antica documentazione, di cui si servivano gli iconografi, fu sistematizzata, ed apparvero dei manuali, che vennero chiamati « podlinniks », che fissavano, oltre il tratteggio principale, anche i colori fondamentali.
L’iconografo si prepara con la preghiera, nel silenzio e nella meditazione. E una tradizione che il « pittore » digiunasse per quaranta giorni, prima d’iniziare il suo lavoro. Ed è durante questo digiuno, che si prostrava alla presenza del suo Signore, perché quasi guidasse la sua mano, quasi lui fosse solo un mezzo e non l’artefice dell’Icona.
E questo lo si deduce dalla raffigurazione stessa, di questi capolavori, che nascono dalla fede e dalla preghiera.
Il viso della Santa Madre di Dio, è rappresentato così misticamente, libero dalle sembianze umane e della corruzione del peccato, che partecipa in un certo senso al corpo spirituale, liberato, dunque, da ogni materialità.
Gli stessi Santi, sono così misticamente rappresentati, che l’Icona, diventa preghiera essa stessa.
E una figura liberata dalle passioni umane, dalle sembianze fisiche, tutto traspare in una luce mistica, celeste, soprannaturale, fuori dalla materialità del creato. Tanto che al VII Concilio Ecumenico, i Padri sottolineavano la partecipazione dell’immagine alla santità ed alla gloria del loro prototipo.
La grazia di Dio riposa sull’immagine, perché i santi nel corso della loro vita, erano riempiti dello Spirito Santo. E San Giovanni Damasceno, scriveva, che dopo la loro stessa morte, la grazia dello Spirito Santo, dimora senza fine nelle loro anime, nei loro corpi che sono nei sepolcri, nelle loro sante immagini, e questo non a causa della loro natura, ma come risultato della grazia e dell’azione divina (PG, 94, 1, 1249CD). là la grazia dello Spirito Santo, che dimora nell’immagine, che « santifica gli occhi dei fedeli », e seguendo l’espressione del Synodikon del Trionfo della Ortodossia, che guariscono le malattie sia spirituali che corporali: « Per l’immagine, Tu guarisci il nostro male » (Festa del Santo volto: ode del 7 canone).
Ecco perché il pio fedele Ortodosso non sa che pregare, che dinanzi alle Sante Icone.
Mentre per l’Occidente tutta l’arte sacra non è che arte, per l’Oriente, invece, l’arte iconografica è espressione di fede, è l’intervento dello Spirito Santo, nel pittore, alfine che la sua mano esprima soltanto, la fede, quella fede, che fa dell’icona, oltre che un oggetto di devozione e di venerazione, un’opera d’arte sublime e perfetta.
Talmente l’Icona è legata al mondo celeste, che le stesse Icone, dipinte fuori dalla perfetta unione con la Chiesa Una, Santa, Cattolica ed Apostolica, diventano solo un’opera tecnica, poiché senza la grazia dello Spirito Santo, manda la presenza di questo, nell’immagine che il pittore ha dipinto…
… Tutto ciò che è umano, non ha spazio nella Santa Icona.
Ecco perché le opere Iconografiche sono un vero miracolo della fede. E il volto di Cristo, della Trinità, dell’infinita schiera dei Santi Martiri, Confessori, Dottori, Eremiti e monaci, che riflettano su questo mondo terreno, dove il fedele cristiano ortodosso gusta già la visione beatifica eterna.
Non possiamo non parlare, in particolare, delle Icone della Santa Madre di Dio. Esse sono certamente le più popolari, le più splendide e le più conosciute, poiché in Occidente, parlare d’Icona, significa certamente parlare di quelle della Beata Vergine Maria.
Da esse traspare una luce accecante, un calore che rapisce l’animo del fedele, che lo attira a sé, in un abbandono totale e in una fiducia incrollabile…

autore: archimandrita Ambrogio Melzi

2 août, 2012

Le Roi du Maroc Mohammed VI :souverain dynamique et attentif

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Discours du trône : justice et régionalisation, les deux chantiers « prioritaires » du Maroc de Mohammed VI

30/07/2012 à 18h:51 Par Jeune Afrique
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Le roi Mohammed VI du Maroc, le 20 août 2011 à Rabat. Le roi Mohammed VI du Maroc, le 20 août 2011 à Rabat. © Azzouz Boukallouch/AFP/Archives

Le roi Mohammed VI a prononcé, lundi 30 juillet, son discours du trône, à l’occasion de ses 13 ans de règne. En y affirmant les deux priorités actuelles des réformes en cours : la lutte contre la corruption dans la justice et la régionalisation dans le cadre d’un projet de décentralisation.

Réforme de la justice et « régionalisation ». À l’occasion de son discours à la nation prononcé à Rabat pour le 13e anniversaire de son intronisation, le roi Mohammed VI a une nouvelle fois rappelé les deux « priorités » de son règne, lundi 30 juillet.

« La justice, la régionalisation et la gouvernance territoriale figurent en tête de nos priorités », a déclaré le souverain, qui a lancé au printemps dernier un vaste chantier pour réformer une justice souvent décrite – aussi bien dans le pays qu’à l’étranger – comme gangrenée par la corruption.

« Étant donné que la nouvelle Constitution [adoptée en juillet 2011, NDLR] place la réforme de la justice au cœur de son dispositif, les conditions sont désormais réunies pour assurer le succès de ce grand chantier », a il le souverain, appelant la Commission en charge de cette réforme à travailler « en toute indépendance ».

Mohammed VI estime par ailleurs que la régionalisation, qui doit s’inscrire dans un vaste projet de décentralisation, constituait un « chantier majeur » qui permettra à l’administration « de se redéployer (et) et de répondre au mieux aux besoins des services ».

UMA, UE, Sahara…

Autre sujet abordés par le roi : l’Union du Maghreb arabe (UMA, Algérie, Libye, Maroc, Mauritanie et Tunisie), qui doit tenir un sommet en octobre, et dont Mohamed VI souhaite qu’elle sorte de son « immobilisme », ce qui ne peut passer que par un rapprochement avec l’Algérie.

En revanche, pas d’évolution concernant le dossier du Sahara occidental. Le roi a réaffirmé la détermination du Maroc « à trouver une solution définitive » à ce conflit « sur la base de la proposition marocaine d’autonomie (…) dans le cadre de la souveraineté et de l’intégrité territoriale du Maroc ».

Enfin, Mohammed VI a souhaité le raffermissement de la coopération du royaume avec l’Union européenne, son principal partenaire économique, et notamment avec l’Espagne qui affronte une crise économique sans précédent, malgré les nombreux différends qui les opposent. Le Commission européenne a d’ailleurs annoncé lundi avoir adopté un programme d’action 2012 en faveur du Maroc d’un montant total de 112 millions d’euros, selon l’agence d’information officielle MAP. Ce programme vise à soutenir les efforts de réforme de Rabat en matière de gestion des finances, de l’administration publique ainsi que de la protection de la forêt.

(Avec AFP)

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