4 août, 2012

Uno scritto di monsignor Ambrogio Melzi

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Miracolo di Fede

Ciò che colpisce il visitatore, quando entra in una Chiesa Ortodossa, è lo splendore e la bellezza delle Sacre Icone, che coprono tutte le pareti e l’Iconostasi. Il calore dell’espressione dell’immagine; i colori così sobri ma di uno splendore unico; i tratti così semplici ma perfetti, fanno sentire il senso del sacro, dell’interiorità, della contemplazione, ma soprattutto di una sacra invisibile presenza. Mentre l’arte latina, cioè cattolica romana, è frutto e espressione dell’aspirazione dell’artista, l’iconografo non ha quasi nulla dell’artista, inteso nel senso occidentale, ma è un uomo di profonda vita interiore, che si accinge, a dipingere la sacra immagine, frutto di una interiorità vissuta.

Questo nasce dalla stessa teologia ortodossa. Mentre la teologia latina è speculativa, quella ortodossa è contemplativa. L’analisi del kondakion della festa del Trionfo dell’Ortodossia, ci porta a comprendere chiaramente e concretamente il doppio realismo dell’immagine sacra neo-testamentaria.
Come in Dio- uomo, Gesù Cristo, « tutta la pienezza della Divinità abita corporalmente » (Col. 2, 9), così la Chiesa, Corpo mistico di Cristo, è un organismo sia umano che divino. Ella unisce in se stessa due realtà: la realtà storica, terrestre, e la grazia dello Spirito Santo; la realtà di Dio e quella del mondo.
La ragione d’essere, dell’arte sacra, è punto quello di portare una testimonianza visibile di queste due realtà: essa è realista in questi due sensi, ed è per questo, che l’Icona si distingue da tutte le altre immagini, come un testo sacro si distingue da tutte le altre opere letterarie. La Chiesa Ortodossa non ha mai tollerato la pittura di un’icona, che potesse seguire l’immaginazione del pittore o di un modello di persona vivente, perché ciò significherebbe la rottura cosciente e totale del prototipo, che si perde nel buio dei secoli. E alfine di evitare la rottura con la tradizione più antica, gli iconografi si servono sempre del modello prototipo più antico.
E perché si evitasse, che i prototipi si perdessero, verso la fine del XVI secolo, l’antica documentazione, di cui si servivano gli iconografi, fu sistematizzata, ed apparvero dei manuali, che vennero chiamati « podlinniks », che fissavano, oltre il tratteggio principale, anche i colori fondamentali.
L’iconografo si prepara con la preghiera, nel silenzio e nella meditazione. E una tradizione che il « pittore » digiunasse per quaranta giorni, prima d’iniziare il suo lavoro. Ed è durante questo digiuno, che si prostrava alla presenza del suo Signore, perché quasi guidasse la sua mano, quasi lui fosse solo un mezzo e non l’artefice dell’Icona.
E questo lo si deduce dalla raffigurazione stessa, di questi capolavori, che nascono dalla fede e dalla preghiera.
Il viso della Santa Madre di Dio, è rappresentato così misticamente, libero dalle sembianze umane e della corruzione del peccato, che partecipa in un certo senso al corpo spirituale, liberato, dunque, da ogni materialità.
Gli stessi Santi, sono così misticamente rappresentati, che l’Icona, diventa preghiera essa stessa.
E una figura liberata dalle passioni umane, dalle sembianze fisiche, tutto traspare in una luce mistica, celeste, soprannaturale, fuori dalla materialità del creato. Tanto che al VII Concilio Ecumenico, i Padri sottolineavano la partecipazione dell’immagine alla santità ed alla gloria del loro prototipo.
La grazia di Dio riposa sull’immagine, perché i santi nel corso della loro vita, erano riempiti dello Spirito Santo. E San Giovanni Damasceno, scriveva, che dopo la loro stessa morte, la grazia dello Spirito Santo, dimora senza fine nelle loro anime, nei loro corpi che sono nei sepolcri, nelle loro sante immagini, e questo non a causa della loro natura, ma come risultato della grazia e dell’azione divina (PG, 94, 1, 1249CD). là la grazia dello Spirito Santo, che dimora nell’immagine, che « santifica gli occhi dei fedeli », e seguendo l’espressione del Synodikon del Trionfo della Ortodossia, che guariscono le malattie sia spirituali che corporali: « Per l’immagine, Tu guarisci il nostro male » (Festa del Santo volto: ode del 7 canone).
Ecco perché il pio fedele Ortodosso non sa che pregare, che dinanzi alle Sante Icone.
Mentre per l’Occidente tutta l’arte sacra non è che arte, per l’Oriente, invece, l’arte iconografica è espressione di fede, è l’intervento dello Spirito Santo, nel pittore, alfine che la sua mano esprima soltanto, la fede, quella fede, che fa dell’icona, oltre che un oggetto di devozione e di venerazione, un’opera d’arte sublime e perfetta.
Talmente l’Icona è legata al mondo celeste, che le stesse Icone, dipinte fuori dalla perfetta unione con la Chiesa Una, Santa, Cattolica ed Apostolica, diventano solo un’opera tecnica, poiché senza la grazia dello Spirito Santo, manda la presenza di questo, nell’immagine che il pittore ha dipinto…
… Tutto ciò che è umano, non ha spazio nella Santa Icona.
Ecco perché le opere Iconografiche sono un vero miracolo della fede. E il volto di Cristo, della Trinità, dell’infinita schiera dei Santi Martiri, Confessori, Dottori, Eremiti e monaci, che riflettano su questo mondo terreno, dove il fedele cristiano ortodosso gusta già la visione beatifica eterna.
Non possiamo non parlare, in particolare, delle Icone della Santa Madre di Dio. Esse sono certamente le più popolari, le più splendide e le più conosciute, poiché in Occidente, parlare d’Icona, significa certamente parlare di quelle della Beata Vergine Maria.
Da esse traspare una luce accecante, un calore che rapisce l’animo del fedele, che lo attira a sé, in un abbandono totale e in una fiducia incrollabile…

autore: archimandrita Ambrogio Melzi

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