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13 août, 2012

Un canto di devozione mariana tanto amato da padre antonino maria mautone frate dell ordine dei servi di Maria

Classé dans : Non classé — andreadicaffa02 @ 14:19

ANDRO’ A VEDERLA UN DI’


1. Andrò a vederla un dì,
in cielo patria mia,
andrò a veder Maria,
mia gioia e mio amor.
Rit. Al cielo, al cielo, al ciel!

 

  Andrò a vederla un dì. (bis)
2. Andrò a vederla un dì,
è il grido di speranza,
che infondemi costanza
nel viaggio e fra i dolor. Rit.

3. Andrò a vederla un dì,
lasciando questo esilio;
le poserò qual figlio
il capo sopra il cuor. Rit.

4. Andrò a vederla un dì,
le andrò vicino al trono,
ad ottenere in dono
un serto di splendor. Rit.

Quel desiderio di vivere la storia

Ci sono momenti nella vita  ove emergono d’improvviso curiosità che non sono interrogativi d’occasione, di superficie. C’è piuttosto il desiderio sincero di attingere alle fonti di un evento, di una storia, per catturarne in qualche modo la vitalità e per contemplare le meraviglie di Dio.
La storia che vi racconto nasce da un fatto: in tante occasioni ho cantato (e non ho smesso): “Andrò a vederla un dì/ in Cielo patria mia, / andrò a veder Maria / mia gioia e mio amor”.
È un testo che d’improvviso “spicca il volo” con un ritornello che parla della patria celeste: “Al Cielo, al Cielo, al Ciel, / andrò a vederla un dì, / al Cielo, al Cielo, al Ciel / andrò a vederla un dì”.
C’è dietro questo canto un qualcosa che da anni mi spingeva a scoprire l’origine. L’afflato mariano è immediato, robusto, capace di semplificare un concetto senza impoverire il contenuto. E quel ritornello, poi, è un grido dell’anima. Che travolge. Provoca. Segna l’immediatezza di una filialità. Ma chi è l’autore di “Andrò a vederla un dì?”.

La scoperta di Michela

Questo interrogativo trova d’improvviso risposta. Un giorno “irrompe” Michela (è la nostra seconda figlia) con una notizia. Leggendo il libro di Catherine Rihoit (“La piccola principessa di Dio”, il riferimento è a santa Teresa del Bambin Gesù), pubblicato dalle edizioni Paoline nel 1994, ha trovato a pagina 60 un passo ove si racconta che la mamma di santa Teresina (si chiamava Zelia) era fin dalla giovinezza devota della Madonna. E con le compagne cantava: “Andrò a vederla un dì / in Cielo patria mia, / andrò a veder Maria / mia gioia e mio amor”.Un canto di devozione mariana tanto amato da padre antonino maria mautone frate dell ordine dei servi di Maria  3-La%20Madonna%20di%20Lourdes
Scrive al riguardo la Rihoit: “Questo canto era particolarmente caro a Zelia. L’autore, Pietro Janin, era stato guarito dalla Vergine di La Salette. Era allora entrato nei Maristi e aveva composto questo canto per ringraziarla”.

E inizia la ricerca…

Questi riferimenti così precisi mi colpiscono perché aprono una pista di ricerca. C’è quindi un collegamento tra il canto e una guarigione. C’è un sacerdote impegnato in una congregazione. Occorre, però, andare più a fondo. Partono lettere alle Edizioni Paoline, all’Ambasciata di Francia, alla Librairie Plon (nel 1992 aveva pubblicato “La petite principesse de Dieu”, di Catherine Rihoit). Il contributo decisivo, però, arriva dai contatti attivati con la Casa generalizia dei Padri Maristi (via A. Poerio 63, Roma), specie dai colloqui con l’archivista di questa congregazione, il padre Carlo Maria Schianchi s.m. La ricerca a questo punto arriva a ricostruire una vicenda che ci porterà fino in Nuova Caledonia. Ma andiamo con ordine.

Facciamo un salto nel 1824

Perché ricordare proprio quest’anno? Perché il 30 novembre nasce a Montluel (nella diocesi francese di Belley) Pietro Janin. La sua crescita culturale è robusta (studi secondari, poi quelli di matematica e scienze, filosofia, teologia…), ma è quella spirituale a interessare maggiormente.
Questo giovane dimostra una vita in Dio che non si esprime solo nel quotidiano impegno religioso, ma anche con la poesia e il canto. Sarà quest’ultimo, in particolare, a segnarne l’identità e la stessa linea pedagogica. Scrive al riguardo Claude Rozier, nel libro “Histoire de dix cantiques” (Kinnor, Fleurus, Paris 1966, p. 250), che i suoi primi versi risalgono alla classe di studi umanistici presso il seminario minore di Meximieux. Più tardi, nel 1946, una grave malattia colpisce Pietro Janin. È l’anno delle apparizioni della Santa Vergine a La Salette. Il giovane chiede aiuto a Maria e riesce a superare questa dolorosa prova. Per lui, quindi, la guarigione diventa segno di un’attenzione particolare della Madre di Dio. Rappresenta un Suo dono. La devozione a Nostra Signora della Salette diventerà così un qualcosa di vitale che segnerà in modo indelebile tutta la sua esistenza. Nel seminario teologico egli aderisce a un’associazione segreta istituita per diffondere il culto alla Madonna dei Sette Dolori. Entrerà poi nella Società di Maria (Padri Maristi) prima di essere ordinato sacerdote nel marzo del 1851.

La filialità mariana

Prima della sua ordinazione, è ancora il Rozier a dircelo, Pietro Janin aveva scritto due poemi a Nostra Signora della Compassione e dei canti utilizzando arie conosciute. E nel giorno della sua professione religiosa (settembre 1852) decide di esprimere in versi poetici la propria consacrazione alla Madonna. In quest’ultimo testo si individua uno dei temi del “Trattato della vera devozione alla Santa Vergine” di san Luigi Maria Grignion de Montfort, opera letta dal giovane Pietro nel 1842, ben nota nella Società di Maria. In ricordo della sua professione il Janin scriverà altri versi rivolti alla Madre di Dio.
Questo giovane religioso viene in seguito inviato nel collegio di Langogne, e la devozione alla Vergine continuerà a fortificarsi in lui grazie anche allo spirito mariano che segna il procedere della sua congregazione.

La Società di Maria (Padri Maristi)

Questa famiglia religiosa è fondata dal padre Jean-Claude Colin (1790-1875) a Belley, ottenendo nel 1822 l’incoraggiamento del papa Pio VII, e nel 1836 l’approvazione pontificia. Il Colin, sostenuto anche da san Pietro Chanel (1803-1841; muore martire in Nuova Zelanda) e da san Marcellino Champagnat (1789-1840; in anni successivi fonderà i Fratelli Maristi), governò l’istituto per 16 anni, fondando diverse case in Francia e sviluppando fortemente le missioni in Oceania.
Il suo obiettivo era quello di costituire una compagnia di consacrati al servizio della Chiesa che nell’agire quotidiano dovevano rivolgere particolare attenzione all’esempio di Maria, umile fra gli apostoli, umile a Nazaret, modello di apostolato e di vita interiore.
Questi religiosi si impegnavano, quindi, a costruire il proprio disegno operativo in nome e sotto la protezione di Colei per la quale ancora oggi si chiamano Maristi. L’opera del Colin ebbe effetti notevoli, ne è prova anche una frase di san Giovanni Maria Vianney (il famoso curato d’Ars) che, sentendo un giorno parlare del Colin, esclama: “Oh! Il padre Colin! Quanto vuole bene alla Madonna!”.
I Padri Maristi si distinsero presto nelle missioni popolari, nella predicazione, nell’esempio concreto di vocazioni pronte ad accettare i più diversi compiti per il bene delle anime (dall’educazione dei giovani alle missioni in terre lontane).

J’irai la voir, un jour

I fatti fin qui raccontati sono serviti a descrivere un contesto storico ecclesiale e una persona (il Janin) segnati entrambi dalla filialità mariana. Nell’aprile del 1853 la comunità del collegio dei Maristi di Langogne si reca in pellegrinaggio a Puy per la chiusura del giubileo. Il padre Janin parte alla vigilia, a piedi, nella neve, con diversi altri padri. In questa occasione canta con tale impegno da subire un abbassamento di voce per circa 15 giorni durante i quali scrive un lungo poema nel quale chiede alla Vergine di rendere la sua voce e i suoi canti un pio ornamento in Suo onore “perché i miei canti, tu lo sai, sono la mia vita, il modo con il quale mi esprimo, la mia preghiera (…) tutti i miei accenti sono per te” (C. Rozier, op. cit., p. 251).
Qualche settimana dopo, per la chiusura del mese di Maria (maggio), egli compone sull’aria di quella che si definiva la pastorale (Le ciel en est le prix, Il cielo ne è il premio), intesa a Fourvière, il canto chiamato poi J’irais la voir, un jour (Andrò a vederla un dì). Il titolo originale era Un radieux espoir (Un radioso futuro), e il testo comprendeva cinque strofe, tante quante sono le lettere che formano il nome di Maria.

Slancio dell’anima

Quando un poeta esprime i propri sentimenti non è fedele a impostazioni rigide, al minuzioso dettaglio o alla citazione dotta. Egli grida uno slancio dell’anima e lo fa centrando una idea essenziale. Nel padre Pietro Janin tutta la costruzione del canto è in direzione del Paradiso. Qui avviene l’incontro definitivo con Maria. E in quest’ora di gioia sarà possibile esprimerLe in modo filiale un amore cresciuto con offertori quotidiani. Con fedeltà rocciose. Con il fiat della propria via crucis.
In quest’ottica tutto il canto respira il trascendente e accompagna nelle realtà escatologiche. L’incontro con la Vergine è vissuto già in terra (= è qui che emerge la 3-La%20Madonna%20di%20Lourdes%202pedagogia di Janin), è realtà che sostiene nelle salite della vita (= emerge la scientia crucis), è un fatto diretto, personale (= maternità di Maria), è evento ecclesiale che riconduce a tutta la famiglia di Dio (= la lode segna la dinamica comunitaria), è un appuntamento definitivo (= all’aurora non seguiranno più tramonti).

E l’esodo terreno prosegue

Il padre Janin sarà poi inviato dalla sua congregazione nel collegio di Arles ove scriverà una nuova composizione dal titolo Pourquoi je chante Marie (Perché canto Maria). Nell’ottobre del 1871 si offre di essere il primo cappellano dei Comunardi (= francesi che avevano partecipato all’insurrezione contro il presidente Thiers sfociata nella proclamazione a Parigi della “Comune” il 18 marzo 1871) deportati in Nuova Caledonia.
È ancora con dei versi poetici che spiegherà la sua decisione. Poi – prima dell’imbarco – celebrerà una messa di addio nella cappella di Fourvière, a Lione. Aggiungerà infine altre tre strofe a J’irai la voir, un jour. Questo canto, ormai, si è diffuso in Francia ma anche all’estero, tanto che il p. Janin resterà piacevolmente sorpreso di ascoltarlo arrivando in Nuova Caledonia.
Nel 1875, in occasione dell’inaugurazione di una cappella dedicata a Nostra Signora della Salette, nella sua “parrocchia”, il p. Janin scriverà ancora: “A te i miei messaggi d’amore / Signora della Salette. / Le tue lacrime mi hanno fatto poeta, / io sono il tuo trovatore (= menestrello medioevale). / A te i miei canti d’amore”.
Quattro anni dopo, in occasione dell’incoronazione della statua della Madonna posta nella cappella suddetta, scriverà ancora:
“Ora, nunc dimittis, / ho visto il tuo trionfo, o Salette. / Quaggiù, le mie speranze sono esaudite. / Ma del tuo poeta / qual è la richiesta? Essere nell’eterna festa, / tuo trovatore per sempre”.

L’incontro con sorella morte

Il padre Janin canterà la sua “Signora” fino alla morte, avvenuta a Sydney nel 1899. Egli si definiva un “trovatore mariano”. Questa linea spirituale e pastorale si ritrova nei 21 canti inviati nel 1875 al superiore generale dei Padri Maristi, diversi dei quali erano stati già pubblicati in Francia, a Sydney o in Nuova Caledonia.
Il fondatore dei Maristi amava molto il canto J’irai la voir, un jour e aveva in modo speciale benedetto il suo autore, il p. Janin. “Non posso ascoltare questo canto senza piangere”, diceva padre Colin negli ultimi anni della sua vita, e un giorno fu inteso esclamare profondamente commosso davanti a una statua della Vergine: “La vedrò! La vedrò!”. Dopo la sua morte, venne scritto al p. Janin che il p. Colin aveva chiesto negli ultimi momenti di vita di ascoltare il canto J’irais la voir, un jour. Letto ciò, il religioso si mise a intonare subito questo canto. Era per lui un modo di pregare Maria. Di affidarle l’anima del superiore generale.

Alcune considerazioni

Il canto “Andrò a vederla un dì” si diffonderà rapidamente anche in Italia e ancora oggi è possibile ascoltarlo in occasione di festività mariane, di processioni, di funerali… Ma c’è un punto, al riguardo, che occorre chiarire. Che senso ha ricordare oggi la figura di padre Pietro Janin? E che significato attribuisce a un canto (“J’irais la voir, un jour”) che taluni etichettano rapidamente come “canto tradizionale” o “popolare”, e che altri non apprezzano ritenendo che non rispecchia un’impostazione biblica o comunque un indirizzo cristocentrico?
Al riguardo è utile sottolineare alcuni aspetti. La figura del padre Janin, intanto, non è da avvicinare come una realtà isolata, ma è da “leggere” come espressione di una filialità autentica che attraversa i secoli, e che anche nel ’700 e nell’800 troverà delle manifestazioni ecclesiali capaci di “tradursi” in congregazioni, opere sociali, atti di sacrificio quotidiano, eroismi nascosti agli occhi del mondo. E tutto ciò avviene anche con il sostegno degli stessi pontefici (nel 1863, ad esempio, Innocenzo XI introduce la festa liturgica del Nome di Maria).
In tale contesto il canto “Andrò a vederla un dì” non solo si pone in sintonia con il quinto mistero glorioso del santo Rosario (ove si contempla l’incoronazione di Maria Santissima Regina degli angeli e dei santi, e il Paradiso) e con l’invocazione finale della “Salve Regina” (“e mostraci dopo questo esilio Gesù”), ma supera il circoscritto contesto di esodo dal quale molti autori invocano Maria per un aiuto nell’oggi (si pensi a “Mira il tuo popolo o bella Signora”, o a “Vergin santa che accogli benigna”), per esprimere – con un linguaggio comprensibile a tutti – una contemplazione del Cielo, cioè del Paradiso, che è la casa di Dio.
Deriva da ciò una sottolineatura: lo scopo del p. Janin non è quello di impostare una lezione di mariologia usando della musica, ma è quello di esprimere un moto dell’animo capace di spingere a offertori quotidiani rivolti a Dio, sostenuti con l’aiuto di Maria.
È solo in quest’ottica che si può comprendere perché certi canti di una storia meno recente riescono ancora a far breccia nell’intimo di molte persone. Perché non c’è una dinamica segnata da un coro che sta da una parte e da un’assemblea muta che sta dall’altra. Ma c’è una voce che coinvolge altre voci (intonate o meno) fino ad arrivare a un’unica lode. Capace di segnare i solchi delle conversioni. Delle vocazioni religiose e sacerdotali. Dei fiat eroici. Che solo il cuore di Dio conosce.
    Pier Luigi Guiducci


IMMAGINI: LA Madonna di Lourdes


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2001-8
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Une réponse à “Un canto di devozione mariana tanto amato da padre antonino maria mautone frate dell ordine dei servi di Maria”

  1. 1. Andrò a vederla un dì,
    in cielo patria mia,
    andrò a veder Maria,
    mia gioia e mio amor.
    Rit. Al cielo, al cielo, al ciel!

    Andrò a vederla un dì. (bis)
    2. Andrò a vederla un dì,
    è il grido di speranza,
    che infondemi costanza
    nel viaggio e fra i dolor. Rit.

    3. Andrò a vederla un dì,
    lasciando questo esilio;
    le poserò qual figlio
    il capo sopra il cuor. Rit.

    4. Andrò a vederla un dì,
    le andrò vicino al trono,
    ad ottenere in dono
    un serto di splendor. Rit.

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