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26 décembre, 2012

Storia Italia meridionale RAPPRESAGLIA NAZISTA ED EPISODI DI RESISTENZA NELL’AGRO ATELLANO E AVERSANO DOPO L’8 SETTEMBRE DEL ‘43

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RAPPRESAGLIA NAZISTA
ED EPISODI DI RESISTENZA
NELL’AGRO ATELLANO E AVERSANO
DOPO L’8 SETTEMBRE DEL ‘43

FRANCO PEZZELLA

Nel primo dopoguerra era opinione pressoché unanime tra gli studiosi del conflitto appena terminato che la Campania, e più in generale l’Italia meridionale, non fossero state teatro, al di là di alcuni sporadici episodi come le Quattro giornate di Napoli o l’assalto da parte di alcuni gruppi antifascisti alle caserme di San Prisco e di Santa Maria Capua Vetere per procurarsi armi e contrastare così le truppe tedesche in rotta verso il nord, di significativi episodi di resistenza alla rappresaglia nazifascista scatenatasi subito dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943 (1). E’ inutile sottolineare, alla luce della gran messe di testimonianze coeve e successive (2), quanto fossero e sono inesatte queste considerazioni, anche se non può essere accolto del tutto il giudizio espresso da Luigi Cortesi che definisce le attività antinaziste sviluppatesi nella provincia di Caserta “una vera e propria lotta partigiana di massa” (3).

Storia Italia meridionale RAPPRESAGLIA NAZISTA ED EPISODI DI RESISTENZA NELL’AGRO ATELLANO E AVERSANO DOPO L’8 SETTEMBRE DEL ‘43  rappresaglia_nazista_fig_01
Postazione tedesca

Né d’altra parte questa avrebbe avuto ragione di essere, giacché l’Italia meridionale non visse un’esperienza resistenziale paragonabile a quella del Nord o di alcune zone del Centro: lo sbarco in Sicilia degli anglo-americani e la loro rapida avanzata fino alla Linea Gustav (tra Termoli e Gaeta) dispensarono, di fatto, le popolazioni meridionali dall’organizzare una lotta sistematica contro i tedeschi e contro i fascisti. In realtà, come già evidenziava Corrado Graziadei nel 1955: “La lotta partigiana, in questa parte del suolo italiano, divampò in uno stillicidio di episodi, tutti staccati ed isolati”, per lo più a carattere spontaneo e di tipo ribellistico, “ma che, raccolti e coordinati, esprimono una luce vivida di eroico patriottismo, che neppure l’oblio in cui ingiustamente quegli episodi sono stati relegati, è riuscito a spegnere” (4). “Non vi è dubbio” scriveva qualche decennio dopo Graziadei, Giuseppe Capobianco per spiegare quest’oblio, “che i maggiori ostacoli sono stati determinati dalla cancellazione consapevole, dall’immediato dopoguerra, di quel periodo della storia. La responsabilità coinvolge tutti, anche le forze della sinistra. Ciò ha impedito che si scrivesse, pur nella specificità degli eventi, una storia completa della Resistenza italiana in cui trovassero posto le vicende del Sud” (5).

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Bassorilievo con la raffigurazione dell’eccidio sul monumento di Teverola

Tra queste vicende, una sicuramente fondamentale per le sorti future del conflitto, ritenuta anzi da alcuni studiosi la prima azione in assoluto della Resistenza italiana, fu quella che, partita da Napoli il 12 settembre del ‘43, si concluse tragicamente, il giorno dopo, con l’eccidio di 14 carabinieri, nell’agro aversano, a Teverola. Era accaduto che le truppe naziste stanziate in Campania, alla notizia dell’armistizio, giunta quasi inattesa nel tardo pomeriggio dell’8 settembre ‘43, dopo un iniziale momento di disorientamento, già la sera stessa avevano dato corso ad una serie di violente azioni di rappresaglia. Azioni che si erano rafforzate nei giorni successivi, subito dopo che il comando tedesco aveva ordinato alle truppe in ritirata di razziare alla popolazione civile le derrate alimentari e il bestiame, oltre che distruggere tutto quanto potesse essere utile agli anglo-americani dati in procinto di sbarcare a Salerno: dalle strade alle linee ferroviarie, dai sistemi di comunicazione postali, telegrafici e radiofonici alle industrie belliche. In questo contesto i quattordici carabinieri si erano resi responsabili, agli occhi dei nazisti, di aver difeso il palazzo dei telefoni, pregiudicando così le comunicazioni nel momento in cui, essendo prossimo lo sbarco degli alleati, i collegamenti erano diventati fondamentali per contrastarlo e organizzare la difesa. Costretti da alcuni contingenti della divisione corazzata Goering a barricarsi nella loro caserma di Napoli Porto, i carabinieri avevano opposto una strenua resistenza agli assedianti, arrendendosi, al termine di una lunga giornata di combattimenti, solo per la schiacciante superiorità numerica degli avversari e per l’esaurirsi delle munizioni.

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Manifesto commemorativo dei 14 carabinieri fucilati a Teverola

Il giorno successivo, dopo essere stati obbligati a raggiungere con un’estenuante marcia a piedi Teverola, i militari erano stati barbaramente passati per le armi in località Madama Vincenza, ai margini di un campo di concentramento. Con i carabinieri furono fucilati anche due civili: Carmine Ciaramella e Francesco Fusco detto Friscolisi, entrambi di Teverola, operaio di 30 anni il primo, trovato con un fucile in mano nella scuola di Casaluce, bracciante di 52 anni il secondo, catturato per aver insistito a voler vendemmiare sulla terra occupata dai tedeschi (6). L’eccidio si consumò davanti agli occhi di una ventina di inermi cittadini, che, rastrellati con un altro migliaio di persone lungo la strada da Napoli a Teverola, poi liberate, erano stati appositamente trattenuti per scavare la fossa e dare sepoltura ai fucilati. Però ai poveretti, stremati dalla lunga marcia, erano mancate le forze fisiche, e il pietoso compito fu affidato, perciò, a tre contadini del luogo, tali Alessandro Muscariello detto “chiavone”, ad un suo omonimo detto “moscone” e a Raffaele Iavarone. Prima di essere seppelliti sotto una spessa coltre di terreno, i cadaveri furono spogliati dai tedeschi di tutto quanto di utile e prezioso avevano addosso. Giuseppe Muscariello figlio di Alessandro, quello contro nominato “moscone”, testimoniò che le 700 lire trovate in tasca di Francesco Fusco furono offerte quale ricompensa al padre e agli altri due contadini, che sdegnosamente però rifiutarono, invitando il soldato che glieli aveva offerti a far celebrare, invece, delle Messe in suffragio delle anime dei caduti.

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Stele ricordo nel luogo dell’eccidio

Per il suo sacrificio, a conflitto terminato il brigadiere Giuseppe Lombardi, insieme con l’appuntato Emilio Immaturo e i carabinieri Ciro Alvino, Antonio Carbone, Giuseppe Covino, Michele Covino, Nicola Cusatis, Domenico Dubini, Domenico Franco, Aldo Lazzaroni, Emilio Scala, Giuseppe Manzo Martino, Giuseppe Pagliuca, Giuseppe Ricca e Giovanni Russo, quasi tutti di origini campane, sarà insignito della Medaglia d’argento al Valore Militare con la seguente motivazione: “In periodo di eccezionali eventi bellici seguiti all’armistizio, preposto con gli altri militari della sua stazione alla difesa di importante centrale telefonica, assolveva coraggiosamente il suo dovere opponendosi al tentativo di occupazione e di devastazione da parte delle truppe tedesche. Catturato per rappresaglie e condannato a morte con i suoi compagni, affrontava con ammirevole stoicismo il plotone di esecuzione. Nobile esempio di virtù militari e di consapevole sacrificio”. Rimasto lungamente misconosciuto nel dopoguerra, l’episodio trovò spazio sulla stampa locale e su qualche quotidiano nazionale, solamente a partire dal 1983, in occasione dello scoprimento di un monumento a Teverola (7).
L’eccidio non fu, purtroppo, il primo e neanche l’unico di una lunga serie di episodi che si svolsero in questa parte di Terra di Lavoro, la provincia dell’Italia meridionale che avrebbe pagato poi, a fine conflitto, il contributo più alto in termini di vite umane (8).

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Monumento di Teverola

Già la stessa sera dell’8 settembre l’agro aversano era stato, infatti, teatro di un primo episodio di resistenza alla rappresaglia nazista allorquando a Villa Literno e ad Aversa gli uomini del 151° Reggimento costiero si erano battuti a lungo contro i tedeschi impegnati a razziare viveri e animali da macello (9). Gli scontri erano stati piuttosto sanguinosi: nei giorni seguenti presso l’ospedale militare di Caserta si contarono diversi feriti, di cui alcuni morirono poi, per i postumi delle lesioni riportate (10). All’ospedale di Caserta morì anche Mormile Giuseppe, un giovane operaio diciassettenne di Cardito rimasto coinvolto negli scontri, che spirò il 15 settembre. Nelle stesse ore si contarono anche le prime vittime civili tra le popolazioni dei due agri: ad Arienzo, in Valle Caudina, la sera del 9 settembre, verso le 21, mentre un gruppo di sfollati provenienti dai dintorni di Napoli sostava in piazza Lettieri, una scarica di mitragliatrice partita da una motocarrozzetta tedesca in perlustrazione falciava la piccola Autilia Robustelli, di 5 anni, di Grumo Nevano (11). L’11, ad Aversa, cadeva vittima del piombo nazista Luigi Oggiero, uno sfollato napoletano. Lo stesso giorno dell’eccidio di Teverola, invece, furono uccisi, sempre ad Aversa, in via Campo, tali Beniamino Affinito detto Beniamino Donsanto, di 31 anni (12), e Paolo Matacena, di 51, impiegato presso il mulino Maione, in località ponte Mezzotta, verso Sant’Antimo, passato per le armi come presunto guastatore di linee telefoniche (13). In realtà era successo che il poveretto, nel ritornare a casa con il proprio cavallo, per dare un passaggio ad un suo compagno di lavoro che abitava a Caivano, si era diretto verso Gricignano; se non ché al ponte di Carinaro i due erano stati bloccati dai tedeschi e trasportati con altri deportati, tra cui il professore Federico Santulli, in un improvvisato campo di concentramento a Marcianise. Liberati, dopo qualche ora, grazie all’intervento del podestà di Aversa Luigi Andreozzi, i malcapitati si erano poi separati, dopo un lungo tragitto a piedi attraverso i campi, nei pressi dello stesso ponte dove erano stati catturati. E fu lì che il Matacena, per raggiungere la strada, nell’attraversare la cunetta in precedenza utilizzata dai tedeschi per posare i fili telefonici, fu da questi sorpreso e colpito a morte.
Il giorno 15, ad Aversa, cadeva il giovane brigadiere dei Carabinieri Agostino Maggi; il giorno seguente, a Trentola, il quindicenne Nicola Di Guida di Lusciano moriva – come annotò il parroco di Ducenta, nel suo diario – in seguito alle ferite riportate alla mano destra dilaniata da una bomba a mano raccolta incautamente nei pressi dell’accampamento tedesco (14); il 18 toccava, invece, a Nicola Tessitore, un modesto operaio cementista, che, di ritorno da Carinaro, dopo una dura giornata di lavoro, appartatosi all’altezza dell’ex campo profugo di Aversa per soddisfare un bisogno fisiologico, fu scambiato per un sabotatore delle linee telefoniche e colpito più volte da un soldato tedesco in perlustrazione. Ferito, fu soccorso da un certo Affinito e trasportato su un carrettino all’ospedale di Aversa, dove morì dopo sei giorni di agonia (15). Sempre ad Aversa, il 23 settembre, cadeva, freddato dal piombo di un soldato tedesco, Stabile Aniello, un calzolaio, appena uscito dal rifugio dove si era nascosto a lungo per sfuggire alla cattura (16).
Va ricordato, in proposito che in quei giorni molti aversani per sfuggire ai tedeschi, si rifugiarono, travestendosi da internati e mischiandosi a loro, nel locale Ospedale Psichiatrico della Maddalena; altri ancora, con la complicità del dottor Vincenzo Forzano, si fecero operare di appendicectomia (17).
Sul fronte del sistematico saccheggio di derrate alimentari e bestiame messo in opera dai tedeschi nei riguardi non solo delle caserme e dei depositi militari, ma anche di negozi ed abitazioni private, bisogna purtroppo registrare un’attiva compartecipazione della popolazione civile alle scorrerie teutoniche. In alcuni casi i tedeschi dopo aver aizzato la folla repressero questa partecipazione nel sangue, come a Gricignano, dove il 12 settembre, prima filmarono l’assalto della folla ai depositi militari, siti in località “San Vicienzo”, e poi la dispersero a colpi di armi da fuoco, ammazzando, forse, quel Falace Elpidio registrato tra le vittime civili di Sant’Arpino (18), Nicola Lettieri, un cinquantenne di Frattaminore e Carlo Marino, un vecchio bracciante di Cesa, e ferendo gravemente una bracciante di Succivo, tale Maddalena Lampitelli, poi deceduta all’ospedale di Frattamaggiore (19).

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Padre Paolo Manna

Altri, tra cui un certo Giovanni Fusco di Gricignano, che per procurarsi dell’olio pare fracassasse un intero bidone, morirono per mano delle sentinelle italiane (20). A Frattamaggiore, negli stessi giorni, come si legge nella testimonianza rilasciata da tale Giuseppe Marotta, un ragazzo undicenne di Napoli ivi sfollato con la famiglia, i tedeschi, dopo aver saccheggiato e data alle fiamme una filanda, repressero con le armi il tentativo della popolazione di appropriarsi di ciò che era rimasto (21). La stessa sorte toccherà alla folla che, più tardi, il 31 ottobre, assalirà prima il deposito di cartine per sigarette e carta per cancelleria del distretto militare di Aversa alloggiato nell’ex asilo infantile di piazza Lucarelli, e poi, in successione un deposito di gomme Pirelli ubicato nel granaio di palazzo Golia in via Seggio (l’attuale corso Umberto) e alcuni negozi di oreficeria nella stessa via (22). In questi episodi non furono risparmiate le istituzioni religiose: il convento del Carmine subì un pesante svaligiamento tra il 2 e 3 ottobre e nella ressa morirono cinque persone; mentre da un altro ex convento, quello di Sant’Agostino degli Scalzi a Torrebianca, furono sottratti foraggi per muli e cavalli dell’esercito e perfino alcune bestie (23).

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Raffaele Anatriello negli anni ‘80

Molti furono anche gli episodi di rappresaglia negli immediati dintorni di Aversa. Il 20 settembre a Villa Literno alcuni soldati tedeschi tentarono di rapire e violentare una ragazza; il contadino Francesco Mercurio intervenuto per difenderla fu immediatamente freddato (24). La sera dello stesso giorno, San Cipriano, che allora costituiva con Casal di Principe e Casapesenna l’abitato di Albanova, visse le sue ore più tragiche allorquando un soldato tedesco fu ferito da un colpo di pistola alla gamba da un giovane del paese, tale Angelo Chiarolanza, originario di Quarto, noto come “scassacarrette”. La reazione tedesca fu immediata, crudele, barbara. Al termine delle rappresaglia, durante la quale “grida, pianti si susseguivano senza sosta al crepitio incessante delle mitragliatrici ed allo scoppio fragoroso delle bombe a mano”, in via Fiume si contarono ben quattro morti e numerosi feriti. Raccapricciante la descrizione della scena riportata dal dottore Scipione Letizia accorso per portare soccorso ai poveri malcapitati: “Lo spettacolo che si presentò al mio sguardo fu non solo raccapricciante, ma allucinante. Un gruppo di cinque o sei casupole, quasi catapecchie, erano sventrate dalle esplosioni di bombe a mano e dalle sventagliate delle mitragliatrici. Porte abbattute, suppellettili misere in frantumi e tutt’intorno sparsi sul pavimento, quattro cadaveri di persone adulte ed oltre diciotto feriti” (25).
Il giorno successivo, mentre ancora si componevano i cadaveri delle vittime (Salvatore Baldascino, Giuseppe Cavaliere, Domenico Cirillo e Maria Giuseppa Salzillo), i tedeschi rastrellarono il paese alla ricerca di ostaggi da fucilare, e nonostante la maggior parte degli uomini avesse trovato sicuro rifugio nelle grotte dove essi non si avventuravano temendo delle imboscate, catturarono dieci persone, le quali, però, grazie alle insistenze di una commissione di notabili del paese furono risparmiate (26).
Qualche giorno dopo, il 23 settembre, un’altra possibile strage era sventata a Trentola Ducenta allorché una squadra di S.S. penetrata nel locale seminario del P.I.M.E. alla ricerca di soldati sbandati e civili datisi alla macchia per scampare ai rastrellamenti, fu allontanata con modi garbati e persuasivi, dal rettore, padre Paolo Manna (27).

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Gennaro Marchese fine anni ‘40

Tra il 23 e il 26 settembre anche Casapesenna registrò un significativo episodio di resistenza ai tedeschi allorquando nella contrada denominata “u’perillo”, a breve distanza dalla linea ferroviaria, mentre alcuni militari tedeschi s’intrattenevano in un’abitazione vicina, degli uomini del posto assaltarono ed incendiarono un carro armato, uno dei pochi mezzi corazzati superstiti che i tedeschi, strategicamente, spostavano di tanto in tanto sparando qualche colpo nella direzione degli accampamenti alleati per dare ad intendere di essere ancora nelle capacità di difendersi. In conseguenza di questo fatto la rappresaglia teutonica diventò più violenta, ma fortunatamente i pochi uomini che riuscirono a catturare e a trasportare a Casal di Principe si liberarono a causa di un bombardamento che sopraggiunse all’improvviso (28). Il 26 settembre in località S. Larienzo, presso Villa di Briano, furono fucilati, con l’accusa di aver sottratto materiale bellico, Cacciapuoti Giovanni, Della Corte Raffaele e Pellegrino Carlo, rispettivamente di anni 43, 36 e 15, tutti e tre braccianti di Frignano. Benché colpito in più parti del corpo, quest’ultimo era però sopravvissuto al piombo nazista e, soccorso da alcuni contadini presenti alla scena dopo che i tedeschi avevano abbandonato il posto, fu trasportato di nascosto all’ospedale di Aversa. Qui però, fu subito raggiunto dai suoi aguzzini, informati non si sa da chi, che, quantunque lo avessero trovato prossimo a morire, lo prelevarono, lo caricarono su una camionetta e si diressero verso il luogo in cui intendevano finirlo. Dio volle, però, ad evitare un ulteriore gratuito atto di ferocia, che vi giungesse cadavere (29).
Intanto, il 27 settembre, un gruppo di guastatori tedeschi era giunto a Frattamaggiore, accampandosi nella zona “monte ‘e sciemi”, per minare la sottostazione della Società Meridionale di Elettricità e i ponti sulla ferrovia Napoli – Roma, già vigilata da un contingente armato accasermato nel locale Linificio Nazionale, e da una postazione antiaerea. Alcuni giovani, capeggiati da Raffaele Anatriello e da Gennaro Marchese, balzato nel dopoguerra agli onori della cronaca sportiva per essere stato, prima, arbitro internazionale, e poi presidente della Federazione italiana arbitrale, si risolsero, forti di fucili 91 e di poche altre armi sottratte all’Esercito, di difendere la centrale, ma quando si resero conto di trovarsi di fronte a forze francamente preponderanti, capirono che non era il caso, anche per evitare guai maggiori alla popolazione civile.

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Centrale elettrica di Frattamaggiore

Fu così che, prima il ponte carrozzabile tra Fratta e Grumo, e poi la centrale elettrica saltarono in aria. Con queste importanti strutture furono fatte saltare anche alcune parti del Canapificio Partenopeo e delle Manifatture Cotoniere Meridionali. In queste azioni di rappresaglia si distinse particolarmente un soldato italo – tedesco, tale Michele (forse un altoatesino o il figlio di un emigrante italiano, secondo altri), che più avanti ritroveremo, a ragione della sua balordaggine, come uno dei corresponsabili dell’eccidio di Orta di Atella. Fra l’altro il balordo si era reso protagonista di alcuni deprecabili atti di violenza nei confronti di inermi cittadini, in particolare, nei confronti di un’anziana donna, tale Anna Vitale, alla quale impose di accendere appositamente il forno per mettere ad asciugare le divise di alcuni commilitoni inzuppate di acqua piovana (30).
Ai danni arrecati dai tedeschi, si aggiunsero in quei giorni, quelli provocati dall’aeronautica alleata che, smaniosa di centrare a sua volta la centrale elettrica, faceva, sovente, delle disastrose incursioni aeree. Durante una di queste fu centrata una casa di Grumo e vi furono delle vittime, compreso un artificiere, rimasto dilaniato nel tentativo di disinnescare una bomba inesplosa. Antagonisti politici attribuirono la colpa dei bombardamenti alleati ad un acceso antifascista del tempo: quell’Amedeo Vetere che più tardi, a conflitto concluso, fonderà la locale sezione del partito comunista. Il Vetere, che era stato più volte incarcerato dai fascisti per motivi politici prima di essere inviato al confino nella cittadina di Palena sulla Maiella, fu accusato di aver fatto uso durante le incursioni alleate di uno specchietto con lampada per richiamare l’attenzione dei bombardieri alleati. In realtà, le uniche azioni di sabotaggio compiute dal Vetere erano state quelle di vagare per le campagne fingendosi contadino per poter spezzare i fili delle linee telefoniche tedesche. Il taglio dei cavi aveva la funzione non solo di impedire i collegamenti ma anche quella, più squisitamente psicologica, di dare la sensazione ai tedeschi di trovarsi ad operare in un ambiente ostile (31).

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Amedeo Vetere

Anche a Frattamaggiore, come ad Aversa, ci furono, ahimé, saccheggi di case e negozi. In particolare a farne le spese furono un magazzino di materiale elettrico nei pressi della ferrovia e un piccolo deposito di articoli casalinghi gestito da una certa signora Canciello. Ma a subire i maggiori danni da questi sistematici svaligiamenti furono soprattutto i vagoni merci che sostavano nella stazione.
L’ultimo giorno del mese si concluse con una delle stragi più barbare perpetrate in Campania dai tedeschi: l’eccidio di Orta di Atella. Secondo le ricostruzioni più attendibili, realizzate da De Marco (32) e Motti (33) prima, e da De Santo poi, avvalendosi di una serie d’interviste effettuate in loco (34), è ipotizzabile che tutto ebbe inizio nelle prime ore del mattino, allorquando, nei pressi della baracca di legno dove tale mastu Vicienzo Tizzano esercitava il mestiere di ferracavallo, sita sulla provinciale Aversa-Caivano, si erano raccolti, sull’onda delle notizie portate da uno sfollato napoletano che riferiva di scaramucce in città fra truppe tedesche e napoletani, ma anche in risposta ai rastrellamenti dei giorni precedenti, una cinquantina di dimostranti che, armati di fucili da caccia, pistole ed arnesi vari, affrontavano gli sparuti soldati tedeschi di passaggio. Guidati dal professore Matteo Calisti, un ex ufficiale di origini siciliane che aveva combattuto la I guerra mondiale, e da Adamo Ernesto Salvatore, ex comandante dei Vigili Urbani, si trattava, per lo più, di padri di famiglia che imbracciavano le armi per difendere le mogli e le figlie dalle razzie tedesche (35), di giovanotti che volevano fare gli eroi, di soldati sbandati che ambivano a passare per patrioti, ma anche di persone dedite ai furti e alle violenze (36). In particolare un energumeno, sospettato peraltro di collaborazionismo con gli stessi tedeschi, si era avventato contro uno di essi picchiandolo selvaggiamente, mentre altri due giovani militari tedeschi erano stati fermati a bordo del loro camion, imprigionati nella torre del Bruzzusiello e solo dopo alcune ore liberati dopo aver chiesto degli abiti civili per potersi allontanare indisturbati. Intanto il camion era stato portato dalle parti della Crocesanta (l’attuale via Del Vecchio) e svuotato del suo contenuto ancorché la maggior parte della popolazione disapprovasse il gesto temendo una possibile vendetta da parte dei tedeschi.

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L’eccidio di Orta in un dipinto
di Luigi Marruzzella

E, infatti, la risposta, non tardò ad arrivare. Nel tardo pomeriggio in via Chiesa sopraggiunse una camionetta tedesca con 12 soldati armati di tutto punto seguiti da un’altra cinquantina di militari a piedi che inferociti forzavano le porte delle case e, armi spianate, trascinavano fuori uomini, donne e bambini. Portate in piazza San Salvatore le persone catturate intuirono ben presto le vere intenzioni dei tedeschi, quando uno di loro, appostato sul balcone di palazzo Greco, di fronte al convento, sparò, scambiandolo per un civile malintenzionato, e ammazzandolo sul colpo, all’ignaro fra Fedele, un anziano e malaticcio francescano che, portatosi alla finestra della propria cella apertasi a causa di un’improvvisa folata di vento per chiuderla, si apprestava, su invito degli sgomenti e spaventati malcapitati radunati nella piazza sottostante, a benedirli. Subito dopo l’efferato episodio (si era ormai quasi all’imbrunire), gli uomini furono separati dalle donne e dai bambini e spinti, sotto la minaccia delle armi, lungo corso Vittorio Emanuele, verso la provinciale Caivano – Aversa, dove, disposti lungo un vecchio muro di cinta che correva parallelo alla strada furono, alfine, falciati dalle armi di un plotone di esecuzione. Sul terreno, restarono, esanimi, i corpi di 20 innocenti.

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Lapide commemorativa dell’eccidio di Orta

I loro nomi e l’età: Cannella Vincenzo di anni 28, Castellano Vincenzo di anni 35 e suo figlio Michele di anni 18, Chianese Arcangelo di anni 62, Daniele Salvatore di anni 55 e il figlio Antonio di anni 15, De Sivo Guido di anni 54, Di Letto Salvatore di solo 17 anni, Di Lorenzo Alessandro di anni 58, D’Onofrio Gioacchino di anni 71, Ferrara Michele di anni 39, Greco Corrado di anni 43 e suo fratello Mario di anni 41, Lazzaroni Aldo di anni 22, Pellino Oreste di anni 17, Ricci Vincenzo di anni 44, Romano Salvatore di anni 49, Serra Salvatore di anni 49, Serra Sossio di anni 58, Sorvillo Massimo di anni 57 e Zarrillo Giovanni di anni 31. Sopravvisse alla falcidia (per essersi finto morto o forse, chissà, per il pietoso gesto del soldato incaricato di finire chi non era ancora spirato) solo Salvatore Costantino, rimasto leggermente ferito ad un braccio. Quando ritornò al paese, smarrito e tremante, lo trovò in preda alle fiamme in più punti (37) e completamente deserto: le donne e i bambini erano riparati, parte nella vicina Succivo, parte nelle grotte sottostanti ai palazzi, mentre gli uomini scampati al massacro si erano nascosti un po’ dappertutto, chi sui tetti del luogo detto di Panico, attiguo al transetto della chiesa di San Massimo, chi nei fienili, chi nel convento di San Salvatore. Quella sera gli unici a percorrere fino a notte inoltrata le strade del paese, prima di abbandonarlo, furono oltre a qualche cane o gatto randagio, i tedeschi, ancora alla ricerca di possibili vittime. Il giorno successivo, ai primi ortesi accorsi sul luogo del massacro si offrì uno spettacolo raccapricciante: i corpi dei poveri sventurati giacevano con gli abiti sforacchiati nelle pose più disparate, chiazze di sangue ingrumito imbrattavano il muro, rivoli di sangue si perdevano fra l’erba mischiandosi al fango. Grazie alla pietosa opera dei parenti e di alcuni volontari i cadaveri furono rimossi, trasportati nelle loro abitazioni e poi inumati nel locale cimitero. Nel frattempo il buon parroco, don Salvatore Mozzillo, diffusasi la voce che i tedeschi si apprestavano a radere Orta al suolo, accompagnato da due bizzoche, si era recato al comando tedesco di Crispano per impetrare la grazia di risparmiare il paese, offrendo dell’oro raccolto presso alcune famiglie e promettendo di adoperarsi per recuperare il bottino sottratto dal camion il giorno precedente. Qualche giorno dopo, infatti, accompagnato da Michele Del Prete, un sarto di Orta, si recò a Frattamaggiore, presso il linificio, dove era alloggiato, come si accennava in precedenza, un reparto tedesco adibito al controllo della contigua linea ferroviaria, per restituire parte della refurtiva sottratta (38).
Corre obbligo ricordare che alla già lunga lista dei caduti di via Nuova vanno aggiunti i nomi di Adelaide Organo, detta Lilaida, di anni 78 anni, rimasta vittima, qualche ora prima del massacro, di un colpo sparatole da un rabbioso tedesco nel luogo detto delle Tranghelle, e del contadino ventottenne Salvatore Pezzella, raggiunto da una raffica di mitra mentre cercava di scavalcare il muro di cinta di un giardino per mettersi al sicuro. Non sembra, invece, collegarsi ai tedeschi l’assassinio di Raffaele Guerra, sottufficiale dell’Esercito, di anni 26, uno dei partecipanti agli assalti, sulla cui morte permangono molti punti oscuri. Pare, infatti, che fosse rimasto vittima di uno dei suoi compagni, ma non si capisce bene se per errore o per vendetta personale. In ogni caso il suo nome compare, insieme a quello di Raffaele Spina, l’autista dei marchesi Capece ucciso dai tedeschi in data e circostanze diverse, come vedremo, e a quelli di Adelaide Organo e Salvatore Pezzella, nella lapide che, murata negli anni Cinquanta su una parete della scuola elementare di Orta, ricorda l’eccidio del 30 settembre. La lapide è sormontata da un bassorilievo raffigurante un’aquila bifronte che assale uomini e bambini inermi per giustificare, in un certo qual modo, le parole martirio e sacrificio che compaiono nella frase commemorativa e che giacché nell’accezione più comune indicano, rispettivamente, come osserva De Santo richiamandosi al Devoti-Oli: “il sacrificio accettato in nome della fede “ e “l’offerta della propria vita per un ideale”, non sono certamente identificabili con gli stati d’animo presenti in quel momento nelle vittime, tutto al più rassegnate, e diventate tali solo per placare l’ira tedesca (39). L’episodio, benché alcuni mesi dopo avesse trovato spazio su Il Risorgimento, l’unico quotidiano campano dell’epoca (40), in termini apologetici, era stato, infatti, vissuto, dalla maggioranza della popolazione ortese, come un errore gravissimo, una rappresaglia compiuta dai tedeschi non per odio ma solo in risposta ad una serie di atti ostili (l’attacco sulla strada, la cattura dei soldati, l’appropriazione del contenuto dei camion) da parte di un gruppo di persone poi dileguatosi: e come tale era stato prima quasi giustificato e poi rimosso (41). Questa rimozione spiega, peraltro, il riutilizzo del muro stesso della fucilazione nella costruzione di uno stabile e l’assenza di una targa sul luogo preciso in cui fu perpetrata la strage, che ha beneficiato, per il resto, negli anni, solo di due commemorazioni: una prima volta, il 26 maggio del 1991 in occasione del Terzo raduno provinciale dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci (ANCR) di Terra di Lavoro, nel contesto di una rievocazione generale della guerra (42), e una seconda volta il 30 settembre del 1993 in occasione del Cinquantenario dell’eccidio (43).
Molti più frammentari e imprecisi rispetto a quelli di Orta di Atella, restano a tutt’oggi, i fatti di sangue riguardanti la vicina Marcianise. Mentre Capobianco registra, infatti, senza nessuna altra notizia, ben 5 morti in via Grillo tra il 3 e il 4 ottobre (44), Salvatore Buonanno e Carmine Cimmino riportano la testimonianza di Orlando Gaglione, raccolta dal nipote Gianpietro Bellopede, alunno della scuola elementare del 3° circolo didattico di Marcianise, circa un eccidio perpetrato dai tedeschi nei confronti di un gruppo di inermi cittadini catturati lungo via S. Giuliano e poi fucilati sui Regi Lagni presso la masseria don Giulio. Secondo il racconto di Gaglione, alla morte sfuggì un certo Giuseppe Iuliano, detto “zi’ Giuseppe” che al momento degli spari si gettò a terra fingendosi morto (45). Un altro episodio analogo, raccolto da Motti, riferisce che nei pressi della stessa masseria furono fucilati, dopo essere stati catturati dai tedeschi e costretti a pulire col petrolio un carro armato che per mimetizzarlo era stato coperto di paglia, un contadino di Marcianise, tale Giuliano Silverio, il già citato autista dei baroni di Casapuzzano, Raffaele Spina, e un anonimo vecchietto di Frattamaggiore, antifascista, che credendo Marcianise già liberata, voleva recarsi in questo paese per incontrare Saverio Merola, capo degli antifascisti locali. Come Giuseppe Iuliano anche Giuliano Silverio si salvò gettandosi a terra e fingendosi morto (46). Non si salvarono, invece, tranne Salvatore Bellotta, che all’epoca contava poco meno di 20 anni, e tale Gaetano chiamato “o’ macchiaiuolo” gli altri tre frattesi che, dopo essersi recati, con loro, prima a Santa Maria Capua Vetere e poi a Macerata Campania per comprare merce da rivendere, incapparono, sulla via del ritorno, nei pressi della stessa masseria don Giulio, in una postazione tedesca. Era successo che i cinque, recatisi a Santa Maria con un calesse per approvvigionarsi di grano e trovato il locale mulino incendiato, pur di non tornare a mani vuote, a Macerata, avevano acquistato da tale Mattia, insieme con alcuni sacchi di fagioli secchi, anche cinque cappotti militari inglesi, ceduti, probabilmente, da prigionieri scappati dai campi di concentramento di Capua o Aversa in cambio di abiti civili. Sulla via che congiunge Marcianise con Orta, alla vista del posto blocco tedesco il gruppo si era disfatto del compromettente carico lanciandolo nell’attiguo lagno; il gesto non era, però sfuggito ai militari che, dopo aver ammazzato la cavalla che trasportava il calesse e obbligato i cinque ad indossare i cappotti inglesi, li fucilarono, risparmiando per mero calcolo, come vedremo, il solo Bellotta.

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Ponte a Selice in una fotografia d’epoca

Fu così che trovarono la morte Rocco Perfetto, di 40 anni, suo figlio Francesco, di 19, e Rosa Costanzo, nubile, di professione pettinatrice, detta “fra Diavolo”. Gaetano “o’ macchiaiuolo”, benché trafitto più volte alla gola e creduto morto, riuscì a sopravvivere. Il Bellotta, invece, dopo essere stato rifocillato, fu trasportato a Macerata e invitato ad indicare la casa del ricettatore, che, però, annusato il pericolo, si era già prudentemente allontanato, abbandonando moglie e figli. A quel punto i tedeschi, dopo aver perquisito la casa e avervi trovato altri cappotti inglesi, allontanati la donna e i bambini, distrussero l’abitazione con le bombe. Il povero Bellotta, dopo essere stato costretto a chiedere in giro per il paese dove era nascosto il mediatore Mattia e chi avesse altri cappotti inglesi, fu alla fine liberato e riuscì finalmente a raggiungere Frattamaggiore, dove i familiari, avendo saputo intanto delle fucilazioni, gli avevano già preparato la bara (47).
Alle vittime dirette della ferocia nazista vanno aggiunte quelle provocate dallo scoppio delle mine, piuttosto numerose nel quadrilatero compreso fra Trentola, S. Marcellino, Parete e Villa Literno, che, i tedeschi, per sventare un eventuale attacco dal nord, avevano minato dopo aver allagato anche i Mazzoni. Tra il 6 e il 10 ottobre, persero la vita, Conte Maria, una scolara di 16 anni, i germani Luciano e Michelina Cassandra, rispettivamente di 17 e 14 anni, di San Marcellino, Andrea Pizzorusso e il fratellastro Luciano Lemma, entrambi contadini, rispettivamente di 39 e 28 anni, la mamma dei due, Angela Riccardo, una casalinga di 60 anni, tutti di Trentola. Originario di Trentola era pure Andrea Arbitrio, un giovane militare di 31 anni, ucciso lungo la provinciale Giugliano–Parete insieme a un seminarista che cercava di raggiungere la propria casa, dal gruppo di guastatori tedeschi che poco prima avevano trucidato a Giugliano, davanti alla chiesa dell’Annunziata, numerosi ostaggi, tra cui alcuni religiosi (48).

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Tenente Silvio Gridelli

Nelle campagne di Parete il 3 ottobre trovava la morte anche Nicola Parete, un bracciante di 30 anni circa che, impossessatosi di due dei numerosi fucili trovati nei pressi della masseria Picone, e incappato poi in un rastrellamento tedesco, fu fucilato dopo essere stato costretto a scavarsi la fossa con le sue stesse mani. Poco dopo, nello stesso luogo, raggiunto intanto da un centinaio di persone per impossessarsi delle restanti armi, trovarono la morte, in circostanze non molto chiare, due giovanetti: Severo Agrippino, di 14 anni, un ragazzo originario di Arzano, adottato da una famiglia di Parete, e lo scolaro Gennaro Chianese, pure lui di Parete, che contava appena 8 anni. La morte di Severo avvenne, forse, involontariamente, per mano di un carabiniere, inviato sul posto per tenere alla larga dal deposito d’armi, la popolazione (49).
Il giorno dopo le truppe di liberazione raggiungevano, accolti gioiosamente dalla popolazione, la maggior parte dei paesi sia dell’agro atellano sia di quello aversano. Gli ultimi reparti tedeschi lasciavano definitivamente le nostre terre non prima di aver fatto qualche altra vittima come il povero Francesco Cantiello, un trentaquattrenne contadino ammazzato in via L. Caterino a San Cipriano per essersi rifiutato di consegnare la sua cavalla e per aver puntato il fucile contro i tedeschi (50). Altre due vittime si ebbero a Trentola Ducenta dove i guastatori prima di abbandonare il campo si erano appostati con una mitragliatrice alla fine di via Roma, laddove si stacca la traversa che va a Cientepertose, sparando all’impazzata su chiunque osasse attraversare la strada. A farne le spese furono un’erbivendola di Aversa, avventuratasi per vendere la sua merce, raggiunta alla coscia da un proiettile, per fortuna in modo leggero, e tale Carlo Grassia detto Napoleone che, colpito al ventre da una sventagliata di mitra, fu ricoverato all’ospedale di Aversa, dove morì dopo 15 giorni. Nella ritirata i tedeschi non mancarono di minare alcuni ponti della direttissima Napoli –Roma (51), e lo storico e monumentale Ponte a Selice sui Regi lagni (52).
Nei giorni seguenti in cui si andavano svolgendo queste vicende, intanto, in diverse parti d’Italia, altre persone dell’agro perdevano la vita nelle stragi naziste o in azioni di Resistenza. Il 18 ottobre era ucciso ad Alvignano, presso Caiazzo, l’arciprete Biagio Mugione di Cardito. Il cadavere fu ritrovato 6 giorni dopo, il 24 ottobre, nei pressi di un torrente. La funzione funebre si svolse, come riporta, celato dietro lo pseudonimo di Mario Guerra, il parroco don Gregorio Mormile (prima entusiasta propagandista del fascismo nella zona, e poi indignato censore del comportamento tedesco) alla presenza dei soli “vecchi genitori e di qualche vecchietta” (53).

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Maggiore Ugo De Carolis

Tra i civili che negli stessi giorni a Mondragone, armi in pugno, affrontarono i tedeschi in ritirata perdendo la vita, c’erano anche diversi uomini dell’agro aversano. Tra le cinque vittime cadute in combattimento o trucidate dai tedeschi perché trovate in possesso di armi, Capobianco annovera, infatti, anche i fratelli Antonio e Orlando Zaccariello di Frignano (54).
All’alba del 31 ottobre i nazisti, nel corso di una delle numerose demolizioni con esplosivi compiute dai reparti pionieri, durante le quali non si curavano neanche di accettarsi se le abitazioni da abbattere fossero ancora abitate, fecero brillare alcune mine collocate sotto il palazzo Cameretti di Prata Sannita: saltarono in aria, con le mura, le membra straziate del tipografo aversano Nicola Nappa, della moglie Raffaella Cangiano e delle figlie Errica ed Anna, rispettivamente di 30 e 18 anni, nonché della giovane domestica Giovannina Nobile di Teverola. Nello scoppio perdevano la vita altresì il commerciante Gabriele Abate, anch’egli di Teverola, e le figlie Teresa e Raffaelina, di sei e cinque anni, imparentati con i Nappa. Rimase illesa la sola Rosaria, neonata (55). Ironia della sorte, le due famiglie, temendo che Aversa e Teverola fossero rase al suolo dai bombardamenti alleati, se ne erano allontanate per luoghi più sicuri.
Lontano da Aversa, dove era nato il 6 gennaio del 1921 da Cesare, maresciallo di Cavalleria, e Maria Puricelli, cadeva, negli scontri di fuori Porta San Paolo a Roma il tenente Silvio Gridelli. Dopo una prima formazione alla Scuola Militare di Napoli (denominazione assunta dalla Nunziatella nel triennio 1939-42) il giovane ufficiale era passato poi all’Accademia di Modena, da dove, al termine degli studi, era stato immesso in ruolo nell’Esercito Regio. Verso la metà del ‘43 dopo alcuni soggiorni in diverse località d’Italia per corsi d’addestramento o brevi comandi fu inviato a Roma presso il 4° reggimento carristi, laddove ancora si trovava l’8 settembre, quando i militari italiani, in assenza di direttive unitarie, dovettero operare una scelta di campo. E Gridelli, come tanto giovani ufficiali, sorretto “da un estremo senso di fedeltà allo Stato e alla monarchia” scelse di contrastare i tedeschi: la mattina del 10 settembre partecipava con la Compagnia Carri M alla battaglia di Porta San Paolo al comando di un mezzo corazzato. Rimasto ferito ad una gamba “non desisteva dalla lotta fino a quando un nuovo colpo lo raggiungeva in pieno petto, stroncando la sua nobile vita” come recita la motivazione che accompagnò il conferimento della medaglia d’argento al Valore Militare (56).
Alla resistenza romana partecipò attivamente meritandosi una medaglia d’oro al Valore Militare alla memoria anche il maggiore dei carabinieri Ugo de Carolis, nato a Caivano il 18 marzo 1899 da una famiglia di Santa Maria Capua Vetere. Trucidato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944, De Carolis aveva partecipato alla prima guerra mondiale, durante la quale già era stato decorato di medaglia d’Argento. Ufficiale di carriera, aveva combattuto anche in Africa e, nel 1942, aveva fatto parte della Commissione d’armistizio con la Francia. Dopo l’8 settembre del ‘43 aveva contribuito all’organizzazione della formazione partigiana dei carabinieri, comandata dal generale Filippo Caruso. Arrestato in seguito ad una delazione, fu trucidato alle Fosse Ardeatine, dopo essere stato selvaggiamente torturato in via Tasso (57).
Di Caivano era pure Ezio Murolo che si distinse nelle Quattro giornate di Napoli (58).
Un altro ufficiale, nativo di Aversa, Vincenzo Fabozzi, poi decorato con croce di ferro, si distinse particolarmente nella zona di Bologna (59).Tra i caduti nelle formazioni partigiane del Centro e Nord Italia vanno inoltre ricordati, Gennaro Bencivenga di Cesa, di anni 20, caduto ad Anagni il 3 giugno del ‘44 e Giuseppe Tartaglione di Marcianise, morto a Rivoli, nel Torinese il 10 marzo del ‘45 (60).

Note:
(1) Per questi episodi cfr. C. BARBAGALLO, Napoli contro il terrore nazista (8 settembre-I° ottobre 1943), Napoli s. d.; E. CUTOLO, La Resistenza e le Quattro Giornate di Napoli, Napoli 1977; P. LAVEGLIA, Il gruppo patrioti di S. Prisco, in “Mezzogiorno e fascismo”, Napoli 1978, II, pp. 747 – 760; M. SCARLATO, I tedeschi a S. Maria C. V., in “La Resistenza in Terra di Lavoro”, Santa Maria Capua Vetere, s. d., pp. 7 – 9.
(2) Si citano, in proposito, solo per dare qualche titolo della prima ora, e relativamente alla sola Campania, i lavori di: E. PONTIERI, Rovine di guerra a Napoli, in Archivio Storico delle Province Napoletane, vol. XXIX (1943), pp. 274 -276; L’insurrezione di Ponticelli, in La Voce, Napoli 6 luglio 1945; A. CARUCCI, Lo sbarco anglo-americano a Salerno, Salerno 1948, pp. 28 – 26; A. TARSIA IN CURIA, Napoli negli anni di guerra, Napoli 1954; F. MATRONE, La cacciata dei tedeschi da Scafati, Pompei 1954; P. SCHIANO, La Resistenza nel Napoletano, Bari 1965.
(3) AA. VV., La Campania dal fascismo alla Repubblica, Napoli 1977, pag. 50.
(4) C. GRAZIADEI, La rivolta nel Sud, in Il Secondo Risorgimento d’Italia, s.l.e., 1955, pp. 71-76, pag. 71.
(5) G. CAPOBIANCO, La giustizia negata L’occupazione nazista in Terra di Lavoro dopo l’8 settembre 1943, Caserta s.d., pag. 16. In un altro scritto, Il recupero della memoria Per una storia della Resistenza in Terra di lavoro – autunno 1943, Napoli 1995, pp. 5 – 6, l’autore sostiene, anzi, che l’opposizione delle popolazioni meridionali costituì la prima pratica sperimentazione della guerra partigiana e in questo senso rappresentò una sorta di “laboratorio” per la Resistenza italiana.
(6) G. MOTTI, Podestà e poi Sindaci, Aversa 1998, pag. 154.
(7) G. LAMA, A Teverola: un monumento in ricordo dei 14 Carabinieri trucidati il 13 settembre 1943, in Il Gazzettino aversano, settembre 1983; G. MOTTI, Il sacrificio dei CC a Teverola, in Il Mattino del 21/9/83. Più tardi, l’episodio fu ricordato in un numero monografico de Il Gazzettino aversano (1/2/86), dallo stesso G. MOTTI, I carabinieri trucidati a Teverola, e da N. DE CHIARA, 1943: strage di carabinieri a Teverola, in Lo spettro (1994). All’episodio è dedicato, altresì, l’intero capitolo XXIX del libro di G. MOTTI, op. cit., pp. 319 – 337.
(8) Si ricordano, in proposito le stragi di Bellona, Caiazzo, Caserta, Conca della Campania, Sparanise. La ricerca, nonostante gli anni trascorsi, il vuoto degli archivi e talvolta la rimozione quanto non anche la falsificazione degli episodi, ha permesso, a tutt’oggi, di quantizzare in 658, di cui 69 donne, il numero dei cittadini trucidati in provincia di Caserta. Gli eccidi coinvolsero persone di tutte le età, dai 10 mesi agli 87 anni, e di condizione sociale: i più numerosi furono, tuttavia, i contadini, con ben 230 caduti (cfr. G. CAPOBIANCO, La giustizia …, op. cit., pag. 28).
(9) UFFICIO STORICO DELLO STATO MAGGIORE ESERCITO, Le operazioni delle unità italianenel settembre- ottobre 1943, Roma 1975, pag. 220.
(10) G. CAPOBIANCO, Il recupero…, op. cit., pag. 83.
(11) G. CAPOBIANCO, La giustizia …, op. cit., pag. 28.
(12) G. MOTTI, Podestà …, op. cit., pag. 285.
(13) Ivi, pag. 44-45.
(14) Ivi, pag. 287.
(15) G. MOTTI, Trucidato Nicola Tessitore, in Il Gazzettino aversano, 30 novembre 1973.
(16) G. MOTTI, Podestà…, op. cit., pag. 43 – 44.
(17) Ivi, pag. 65.
(18) A. DELL’AVERSANA – F. BRANCACCIO, Sant’Arpino ai suoi caduti, Sant’Arpino 1997, pag. 80.
(19) G. MOTTI, Podestà …, op. cit., pag. 58.
(20) G. MOTTI, Una pagina di storia recente. Gricignano: il deposito di Dio in Consuetudini aversane, 23-24 aprile-settembre ‘93, pp. 89-94.
(21) ARCHIVIO DELL’ISTITUTO CAMPANO PER LA STORIA DELLA RESISTENZA, fondo La mia guerra, 16/U.
(22) S. BUONANNO – C. CIMMINO, Terra di Lavoro durante l’occupazione nazifascista nelle indagini degli allievi delle scuole della provincia, in Rivista storica di Terra di Lavoro, a. XV (gennaio – dicembre 1990), nn. 26/27, pag. 45. Le oreficerie in questione erano, come riporta G. MOTTI, Podestà…, op. cit., pag. 285, di Michele Gatta e Giuseppe Vitale.
(23) G. MOTTI, Podestà …, op. cit., pag. 62 e 58.
(24) G. CAPOBIANCO, La giustizia …, op. cit., pag. 29.
(25) S. LETIZIA, Un paese fuori legge Casal di Principe, s. d., pp. 181-184. Uno dei feriti, la signora Abatiello Rosa, cessò di vivere qualche giorno dopo all’ospedale di Aversa.
(26) L. SANTAGATA, Casal di Principe e Frignano Maggiore Due Comuni dell’Agro Aversano, Napoli 1987, pag. 106.
(27) R. TROTTA, Padre Paolo Manna, Bologna 1981, pp. 121-123.
(28) L’episodio è riportato da L. SANTAGATA, Casapesenna Passato e presente, Napoli 1990, pag. 125, sulla scorta di una testimonianza diretta del professore Nicola Ardito, all’epoca diciassettenne.
(29) L. SANTAGATA, Villa di Briano, Napoli 1979, pag. 94.
(30) G. MOTTI, Sindaci …, op. cit., pag. 198
(31) Ivi, pag. 197.
(32) A. DE MARCO, Dieci anni, Frattamaggiore 1983, pp. 53-72.
(33) G. MOTTI, Martiri atellani e frattesi. 30 settembre 1943. Storie di prima, durante e dopo, dattiloscritto, Aversa, Biblioteca Comunale; ID., Sindaci …, op. cit., pp. 192-193.
(34) A. DE SANTO, L’eccidio di Orta d’Atella: 30 settembre 1943, in G. GRIBAUDI (a cura di), Terra bruciata. Le stragi naziste sul fronte meridionale, Napoli 2003, pp. 200-230. L’autore si è avvalso di un’altra fonte inedita costituita dal Diario dattiloscritto di Ersilia Greco, moglie e madre di due vittime della strage, messogli a disposizione dalla nipote della signora, Milena Greco.
(35) Pare, infatti, che uno dei motivi principali che determinarono la formazione del gruppo sia stata la notizia, proveniente da Frattamaggiore, di un tentativo di rapimento per stupro ai danni della giovane Lillia Nava, figlia dell’ingegnere Lelio, messo in atto da Michele, il soldato italo – tedesco di cui si è già parlato precedentemente. Il tentativo fu sventato da un gruppo di dimostranti di Frattaminore che sottrassero l’auto a Michele affinché lasciasse la povera ragazza. Per questa ragione il Michele si sarebbe fatto giustizia ammazzando Raffaele Lionello, uno degli assalitori, e l’incolpevole Gennarino Clemente, scambiato per Sossio Iannuzzi, un altro degli assalitori. Il primo sarebbe stato sgozzato personalmente da Michele; il secondo fucilato. Sulla vicenda, permangono, tuttavia, molti dubbi.
(36) La costituzione di una formazione analoga, decisa a brandire le armi e combattere contro i tedeschi, fu tentata a Succivo anche da Salvatore Tinto, un estroso giovanotto comunista di buona famiglia, che, però, dissuaso dal cugino Pasquale Tinto, dall’avvocato Luigi Pagliuca e soprattutto dallo scarso entusiasmo dei concittadini, ben presto rinunciò al progetto.
(37) Furono dati alle fiamme, fra gli altri, il palazzo Granata, detto dei Pirchitiello e il palazzo detto dei Prizidi, mentre palazzo Migliaccio fu solamente mitragliato.
(38) G. MOTTI, I Martiri atellani e frattesi del 1943. Tra cronaca e storia, in Campania Sette Nord – Est, supplemento al giornale Avvenire del 6/3/94, pag. 3.
(39) G. DEVOTO – G. C. OLI, Dizionario della lingua italiana, Firenze 1971.
(40) Il Risorgimento, mercoledì 15 dicembre 1943, pag. 2.
(41) In particolare furono accusati Salvatore Auletta, Ernesto Iovinella, operaio presso un mulino di Frattamaggiore, Francesco Tornincasa, Antonio Mozzillo, un certo Lampitelli e i già citati Adamo Ernesto Salvatore e Matteo Calisti, il capo carismatico che cercò di regolamentare l’insurrezione e che ne fu, invece, ingiustamente ritenuto il responsabile principale. Matteo Calisti, strenuamente difeso nel suo libro da N. LEWIS, Napoli ‘44, Milano 1993, nell’immediato dopoguerra, subì, peraltro, dopo un periodo di carcerazione a Poggioreale, un regolare processo per questi fatti uscendone assolto.
(42) Relativamente all’eccidio, nell’intervento del sindaco dell’epoca, Luigi Ziello, riportato sull’invito, si legge: “La crescente necessità di assicurare e rafforzare lo stato di pace tra i popoli e le varie etnie ha dettato alla Federazione provinciale dell’ANCR di Caserta, in collaborazione con la locale sezione e con il patrocinio dell’Amministrazione comunale di Orta di Atella, l’idea di promuovere un’occasione di incontro a Orta di Atella. La località è stata scelta in considerazione del tributo pagato dalla città Atellana il 30-9-1943, quando ventiquattro inermi cittadini caddero nella rappresaglia sotto il fuoco nemico. Con tale ricordo i partecipanti al raduno intendono non solo tributare il riconoscimento dovuto alle vittime innocenti di quella infausta giornata, ma soprattutto promuovere e rafforzare tutte le iniziative che debbono indurre gli uomini a non combattersi tra loro, ma a creare condizioni di pace e di concordia tra tutti popoli del mondo”.
(43) Per l’occasione fu ripubblicato, in forma autonoma e lievemente riveduto, il saggio di A. DE MARCO, In ricordo dei martiri atellani nel 50° anniversario dell’eccidio, Frattamaggiore 1993, già apparso nella miscellanea Dieci anni.
(44) G. CAPOBIANCO, La giustizia …, op cit., pag. 51, 78, 95, 97, 99. Si tratta di Gaetano Sibona e Vito Cecere, entrambi contadini, di 21 anni il primo, di 43 anni il secondo; del bracciante diciottenne Giovanni Tartaglione; del pensionato Raffaele Valletta di 62 anni e del marittimo Tammaro Mandile di 45 anni.
(45) S. BUONANNO – C. CIMMINO, op. cit., pag. 40.
(46) G. MOTTI, Podestà …, op. cit., pag. 190.
(47) G. MOTTI, Come ci attraversò la guerra aprile 1944, in Il Clanio, a. II, n. 4, pag. 5.
(48) E. COPPOLA – T. DAVIDE, Testimonianze ed eventi a Giugliano dall’8 settembre al 5 ottobre 1943, Giugliano 1993; G. GRIBAUDI, Memoria ed oblio. Massacri nazisti nel Napoletano-1943, in Nord e Sud, n. 6 (1999).
(49) G. MOTTI, Podestà …, op. cit., pag. 137.
(50) Ivi, pag. 129.
(51) R. TROTTA, op. cit., pp. 121-123.
(52) F. DE MICHELE, Severo Melton nel 1943, Napoli 1978, pag. 178.
(53) M. GUERRA, Dal mondo dell’anima Scritti vari, Piedimonte d’Alife 1964.
(54) G. CAPOBIANCO, La giustizia …, op. cit., pag. 58.
(55) G. MOTTI, Prato Sannita ‘43 Quel Palazzo Cameretti, dattiloscritto del 11/11/80, Aversa, Biblioteca Comunale; G. CAPOBIANCO, La giustizia …, op. cit., pag. 58.
(56) P. GRAZIANO, La vicenda di Silvio Gridelli, soldato aversano resistente a Porta San Paolo nel ‘43, in La Resistenza nel Sud. Le azioni spontanee partigiane, Atti del Congresso internazionale di Caserta- Mignano Montelungo – San Pietro Infine- 21- 24 ottobre 2004, Caserta 2005, pp. 261-268.
(57) G. CAPOBIANCO, Il recupero …, op. cit., pag. 224.
(58) S. M. MARTINI, Materiali di una storia locale, Napoli 1978, pag. 117.
(59) G. CAPOBIANCO, Il recupero …, op. cit., pag. 226.
(60) Ibidem.

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