28 août, 2013

Ordine Frati Servi di Maria Comunità St-Ortaire France

Classé dans : Non classé — andreadicaffa02 @ 10:08

La Chiesa dei Servi di Maria 

 

Fin dal suo arrivo, il visitatore si trova ai piedi della Chiesa dei Servi di Maria. Di stile néo-romanico, si eleva nell’area dove Sant’Ortaire fondò il suo eremitaggio. Costruita all’inizio del XIX secolo da padre Chappey, la chiesa sembra proteggere il convento, che ospita dal 1945 i fratelli Servi di Maria e i loro novizi. Essa offre ai curiosi un spettacolo insolito: invece del gallo tradizionale, il suo campanile è sormontato da una croce intersecata da una falce, ricordando la falce dorata dei Druidi. Questo emblema ricorda che la religione dei Druidi era ancora dominante in Gallia all’epoca di Sant’Ortaire, prima che il cristianesimo venisse a prenderle il posto.  

Tuttavia, la presenza della falce mostra che tutti i valori di questa religione, come ogni religione, possono trovare il loro vero posto ai piedi della croce. 

Entrando nella chiesa, si è colpiti dalla rappresentazione di Cristo che risorge: è come se rompesse il guscio di un uovo, che dopotutto rievoca la Pasqua. Questa figura sormonta l’altar maggiore,  che è illuminato in modo naturale dalle vetrate che lo circondano. Prima di procedere verso nella navata, sulla destra, ci sono due statue: una, in pietra, quella di Sant’Ortaire e l’altra, in legno, quella di San Pellegrino Laziosi. Una targa che fa memoria di Pierre Chappey, costruttore della chiesa, emerge tra questi due opere. A sinistra dell’entrata, una statua in pietra rappresenta il Cristo in croce confortato dalla Vergine in piedi e in preghiera; è un’ opera di Pierre Marcel. Una fotografia di santa Teresa del Bambino Gesù e del Santo Volto ricorda la vicinanza di Sant’Ortaire ad Alençon luogo di nascita della santa. Avanzando verso il coro, a sinistra, una successione di otto immagini in rame sbalzato, opera di Jean Douai, amico della comunità, rappresenta la Via di Maria, che indicano i sette dolori prima di sbocciare nella gloria della Risurrezione. 

Nella navata ci sono sei vetrate: tre, a destra, rievocano alcuni momenti della storia dei Servi di Maria; tre, a sinistra, descrivono scene bibliche. Ogni vetrata di destra propone un’idea che corrisponde ad una vetrata di sinistra; sono opera del sacerdote Bernard Chardon. 

Sulla prima vetrata di sinistra: il Buon Pastore e le sue pecore; su quella di fronte: sant’Antonio M. Pucci, Servo di Maria, canonizzato da Giovanni XXIII nel 1962, e che fu parroco nel XVII sec., ha benedetto i suoi fedeli, curato i malati e ha ricoperto dei suoi abiti poveri mal vestiti. 

La seconda vetrata di sinistra rievoca l’Eucarestia: si può vedere, in alto, il Cristo e i suoi apostoli durante l’ultima Cena, mentre la parte inferiore della vetrata, anticipando già l’Eucarestia, rappresenta il dono della manna agli ebrei nel deserto durante l’esodo. La vetrata di destra illustra la Comunione sperimentata dai Sette santi Fondatori dei Servi di Maria, a cui si ispirano; è anche raffigurato sant’Agostino del quale i Servi hanno adottato la regola. La terza vetrata di sinistra mostra l’Ascensione di Cristo che porta con sé l’umanità nella gloria. La vetrata di destra ci presenta santa Giuliana Falconieri e san Pellegrino Laziosi. 

A destra e a sinistra del coro, due cappelle laterali rievocano la Vergine Maria con altre quattro vetrate. Nella cappella di destra, la prima vetrata rappresenta la fuga  in Egitto di Gesù, Maria e Giuseppe per sfuggire al massacro degli Innocenti. La seconda mette in scena Maria ai piedi della Croce. 

Nella cappella di sinistra, la prima vetrata rappresenta la Visitazione, l’incontro tra Maria con sua cugina Elisabetta, madre di san Giovanni Battista, durante il quale Maria canta il Magnificat. La seconda vetrata propone una Natività. In questa stessa cappella laterale si trova il tabernacolo a forma di tenda che ricorda che Dio, in Gesù, ha piantato la sua tenda tra noi. Vicino all’altare, una statua della Vergine, indicante Gesù e vestita da un manto in corteccia, fa allusione all’albero della vita. Dietro l’altare, e attorno al Cristo che « risorge », ancora due vetrate attirano la nostra attenzione: una, a destra, rappresenta la chiamata del Cristo rivolta ai pescatori che « lasciando le loro reti, lo seguirono » (Marco 1/15); l’altra, a sinistra, riproduce san Filippo Benizi, che per molti anni fu al servizio dei suoi fratelli come Priore generale e che, preferendo la vita comunitaria agli onori, secondo un’antica tradizione, rifiutò di essere papa. 

L’altare, così come le vetrate, è il frutto della meditazione del sacerdote Bernard Chardon e, dunque, ricco di parecchi simboli. Innanzitutto, questo altare colpisce per la sua trasparenza: difatti, qualunque sia l’angolatura da cui lo si guarda, la luce l’attraversa. Il Cristo non ha forse detto: « Io sono la luce del Mondo. Chi mi segue non resterà nelle tenebre » (Gv. 8/12)? È da notare che il piede che sostiene il peso dell’altare è stretto, fragile alla sua base, man mano che si avvicina al piano orizzontale, questa tavola che rappresenta il Cristo, si allarga, diventa più larga, più forte, come quando avvicinandoci a Cristo, diventiamo forti, molto vigorosi. Altro simbolo: questo piede è in qualche modo deforme, « invalido », richiama il Cristo che ha preso su sé tutte le nostre infermità » (Matteo 8/17). 

Il piede che sostiene la parte posteriore dell’altare assomiglia ad un piede di tavolo ordinario; è qui per ricordarci che la cena eucaristica anticipa il banchetto celeste in seno alla Trinità ma da  anche senso ai nostri pasti quotidiani: non ha il Cristo detto « sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi » (Matteo 28/20)? Alla destra dell’altare, si nota un Ovale, immagine della perfezione. Così come il Cristo si è seduto alla destra del Padre – posto di onore che gli spetta per il fatto che ha compiuto perfettamente nell’amore la sua missione di salvezza – essere vicino all’altare è essere vicino al Cristo, è ricercare la perfezione, è accettare di ricevere da lui la grazia di realizzare la parola inesauribile che vi dà: Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro  » (Matteo 5/48). 

 

Un luogo di vita 

Uscendo dalla chiesa, a destra troviamo l’edificio principale, il convento propriamente detto. Questa casa, sul muro laterale della quale si trova una bella immagine della Vergine col Bambino, è il luogo in cui si svolge la vita dei frati. È anche il luogo del lavoro: alcuni hanno il compito di incontrare le persone; altri l’incarico di preparare il cibo ai fratelli, curando l’orto o la cucina; altri ancora si preparano per i corsi o le conferenze che daranno nelle scuole, seminari o università. Tutti i frati, poi, si ritrovano insieme per i diversi servizi, per gli incontri fraterni e, certamente, quattro volte al giorno, per la preghiera nella cappella o in chiesa, preghiera sempre aperta agli ospiti e ai fedeli. 

La cappella colpisce per la bellezza dei suoi muri di pietra di cui alcune sono come le sculture  che ciascuno potrà interpretare al modo suo. La luce è data da due vetrate del sacerdote Bernard Chardon: su quella di sinistra, la Vergine che indica il bambino Gesù a sette persone che, per i Servi, rievocano i loro fondatori. Quello di destra, più astratta, è costituita da una mescolanza di esseri e di animali, alcuni dei quali molto deformi, attorno al volto di Cristo che viene ad illuminare il nostro sguardo e a chiamarci, con tutta la Creazione, a diventare Regno di Dio.  

Il piccolo altare, in ceramica, è a doppia faccia. Da un lato, la Croce, offerta, si inserisce nelle linee che disegnano una coppa, e dei cerchi che ricordano l’ostia; dall’altro lato, raffigura l’illustrazione del Salmo 41: « Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così la mia anima, ha sete di te. » 

Il tabernacolo è stato scavato in un tronco di albero proveniente della foresta da fra Gaëtan M. Proulx. Il Cristo in legno proviene da Orvieto e ricorda le origini italiane dell’ordine. In una nicchia del muro di pietra c’è una statuetta della Vergine che proviene dal Canada[1]. Un’altra nicchia contiene un piccolo reliquiario opera di Jean Douai. Dietro, una piccola statuetta di Sant’Agostino rievoca l’origine della Regola adottata dai Servi. 

Uscendo dalla cappella, vediamo, a sinistra della chiesa, una casetta che i frati chiamano eremitaggio. Coloro che desiderano vivere un certo tempo nel più grande silenzio possono chiedere di risiedervi per alcuni giorni. 

È anche possibile, in momenti idonei a questo scopo, venire a condividere la preghiera e la vita della comunità alloggiando nella casa di ospitalità di fronte al Convento. Tutti possono chiedere di essere accolti per un ritiro spirituale. Questi tempi di preghiera e di scambio coi fratelli sono raccomandati particolarmente ai giovani, perché la naturale cornice della folta foresta favorisce il raccoglimento.

Un piccolo ufficio offre alcuni ricordi: oggetti di pietà e pubblicazioni religiose diverse. Si possono prenotare S. Messe e chiedere di incontrare uno dei fratelli. La sala San Filippo serve come luogo di preghiera e d’incontro per i giovani in particolare; qui si può ammirare una pittura di Bernadette Dupin che rappresenta la Vergine Maria e i Servi. A destra della sala, infine, è stato recentemente costruita una dimora detta Cafaggio, dal nome della prima abitazione dei Fondatori dell’ordine alle porte di Firenze. Un bassorilievo in rame sbalzato fatto da Jean Douai, che rappresenta i Fondatori dell’Ordine, troneggia di fronte ad un bellissimo camino.

Questo è quanto ci offre la borgata del Bas-Bésier, radura pacifica dentro la foresta di Bagnoles, oasi di fervore e di meditazione, di accoglienza e di gioia, dove da secoli,  nella storia,  si sono succeduti uomini e donne che, come i Servi d’oggi, hanno sempre cercato di vivere il vangelo, in un modo semplice e fraterno, ispirandosi a Maria.  

 

Laisser un commentaire

riogrande |
aidoCopro |
zokafric |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | l'actue des starlette
| Pont Tracy-Lanoraie
| texia1904