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25 mars, 2014

Papa Francesco: L’episcopato è per quelli che secondo il mondo sono da scartare

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Papa: L’episcopato è per quelli che secondo il mondo sono da scartare
Davanti alla Congregazione per i Vescovi il Santo Padre delinea i criteri che dovrebbero animare la scelta dei presuli
di Di Don Aldo Buonaiuto – 27 febbraio 2014 19:38 fonte ilVelino/AGV NEWS Roma
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“Il coraggio di morire, la generosità di offrire la propria vita e di consumarsi per il gregge sono inscritti nel ‘DNA’ dell’episcopato”. Così Papa Francesco nel discorso pronunciato dinanzi alla Congregazione per i Vescovi nella riunione avvenuta nella Sala Bologna del Palazzo Apostolico Vaticano. “Ecco – ha detto il Santo Padre – la grande missione affidata alla Congregazione per i Vescovi, il suo compito più impegnativo: identificare coloro che lo stesso Spirito Santo pone alla guida della sua Chiesa”. “Il Popolo santo di Dio – ha proseguito – continua a parlare: abbiamo bisogno di uno che ci sorvegli dall’alto; abbiamo bisogno di uno che ci guardi con l’ampiezza del cuore di Dio; non ci serve un manager, un amministratore delegato di un’azienda, e nemmeno uno che stia al livello delle nostre pochezze o piccole pretese”. “Ci serve uno – ha continuato il Pontefice – che sappia alzarsi all’altezza dello sguardo di Dio su di noi per guidarci verso di Lui. Solo nello sguardo di Dio c’è il futuro per noi. Abbiamo bisogno di chi, conoscendo l’ampiezza del campo di Dio più del proprio stretto giardino, ci garantisca che ciò a cui aspirano i nostri cuori non è una promessa vana”. “La gente – ha osservato – percorre faticosamente la pianura del quotidiano, e ha bisogno di essere guidata da chi è capace di vedere le cose dall’alto. Perciò non dobbiamo perdere mai di vista le necessità delle Chiese particolari a cui dobbiamo provvedere. Non esiste un Pastore standard per tutte le Chiese”.

Secondo il Santo Padre “lo spirito che presiede i vostri lavori, dal compito arduo degli Officiali fino al discernimento dei Superiori e Membri della Congregazione, non potrà essere altro che quell’umile, silenzioso e laborioso processo svolto sotto la luce che viene dall’alto. Professionalità, servizio e santità di vita: se ci discostiamo da questo trinomio decadiamo dalla grandezza cui siamo chiamati”. Il Vescovo di Roma ha poi evidenziato come il mondo abbia bisogno di sapere che il Collegio Episcopale succede a quello Apostolico: “almeno nella Chiesa, tale legame con l’arché divina non si è spezzato. Le persone già conoscono con sofferenza l’esperienza di tante rotture: hanno bisogno di trovare nella Chiesa quel permanere indelebile della grazia del principio”. “Il Vescovo – ha affermato – è anzitutto un martire del Risorto. Non un testimone isolato ma insieme con la Chiesa. La sua vita e il suo ministero devono rendere credibile la Risurrezione. Unendosi a Cristo nella croce della vera consegna di sé, fa sgorgare per la propria Chiesa la vita che non muore”.

Il Pontefice ha ripetuto due volte che “la rinuncia e il sacrificio sono connaturali alla missione episcopale”. “L’episcopato – ha soggiunto – non è per sé ma per la Chiesa, per il gregge, per gli altri, soprattutto per quelli che secondo il mondo sono da scartare”. Per individuare un Vescovo, ha spiegato, “non serve la contabilità delle doti umane, intellettuali, culturali e nemmeno pastorali. Il profilo di un Vescovo non è la somma algebrica delle sue virtù”. Il Papa ha elencato una serie di caratteristiche del Vescovo: “la sua integrità umana assicura la capacità di relazioni sane, equilibrate, per non proiettare sugli altri le proprie mancanze e diventare un fattore d’instabilità; la sua solidità cristiana è essenziale per promuovere la fraternità e la comunione; il suo comportamento retto attesta la misura alta dei discepoli del Signore; la sua preparazione culturale gli permette di dialogare con gli uomini e le loro culture; la sua ortodossia e fedeltà alla Verità intera custodita dalla Chiesa lo rende una colonna e un punto di riferimento; la sua disciplina interiore ed esteriore consente il possesso di sé e apre spazio per l’accoglienza e la guida degli altri; la sua capacità di governare con paterna fermezza garantisce la sicurezza dell’autorità che aiuta a crescere; la sua trasparenza e il suo distacco nell’amministrare i beni della comunità conferiscono autorevolezza e raccolgono la stima di tutti”.

Il successore di Pietro ha illustrato come sia imprescindibile assicurare la “sovranità di Dio” nelle scelte le quali “non possono essere dettate dalle nostre pretese, condizionate da eventuali ‘scuderie’, consorterie o egemonie”. “Per garantire tale sovranità – ha chiarito – ci sono due atteggiamenti fondamentali: il tribunale della propria coscienza davanti a Dio e la collegialità… Nessuno può avere in mano tutto, ognuno pone con umiltà e onestà la propria tessera di un mosaico che appartiene a Dio”. “Tale visione fondamentale – ha ribadito – ci spinge ad abbandonare il piccolo cabotaggio delle nostre barche per seguire la rotta della grande nave della Chiesa di Dio, il suo orizzonte universale di salvezza, la sua bussola salda nella Parola e nel Ministero, la certezza del soffio dello Spirito che la spinge e la sicurezza del porto che la attende”. I vescovi, ha raccomandato il Pontefice, devono essere anche “kerigmatici”, “oranti” e “Pastori”. Riguardo alla prima qualità è importante che siano “uomini custodi della dottrina non per misurare quanto il mondo viva distante dalla verità che essa contiene, ma per affascinare il mondo, per incantarlo con la bellezza dell’amore, per sedurlo con l’offerta della libertà donata dal Vangelo. La Chiesa non ha bisogno di apologeti delle proprie cause né di crociati delle proprie battaglie, ma di seminatori umili e fiduciosi della verità, che sanno che essa è sempre loro di nuovo consegnata e si fidano della sua potenza”.

“Vorrei sottolineare bene questo – ha aggiunto il Pontefice – uomini pazienti! Dicono che il Cardinale Siri soleva ripetere: ‘Cinque sono le virtù di un Vescovo: prima la pazienza, seconda la pazienza, terza la pazienza, quarta la pazienza e ultima la pazienza con coloro che ci invitano ad avere pazienza’”. “Un uomo che non ha il coraggio di discutere con Dio in favore del suo popolo – ha detto poi il Papa spiegando cosa significhi essere ‘oranti’ – non può essere Vescovo, questo lo dico dal cuore, sono convinto, e neppure colui che non è capace di assumere la missione di portare il popolo di Dio fino al luogo che Lui, il Signore, gli indica”. “Parresia e hypomone nella preghiera – ha commentato – forgiano il cuore del Vescovo e lo accompagnano nella parresia e nella hypomone che deve avere nell’annuncio della Parola nel kerigma”. “La Chiesa rimane – ha continuato – quando si dilata la santità di Dio nei suoi membri. Quando dal suo cuore intimo, che è la Trinità Santissima, tale santità sgorga e raggiunge l’intero Corpo. C’è bisogno che l’unzione dall’alto scorra fino all’orlo del mantello. Un Vescovo non potrebbe mai rinunciare all’ansia che l’olio dello Spirito di santità arrivi fino all’ultimo lembo della veste della sua Chiesa”. La missione del Vescovo, ha dichiarato, “esige assiduità e quotidianità”. Ha infine posto la domanda: “dove possiamo trovare tali uomini?”. “Forse siamo noi – ha concluso – che non giriamo abbastanza per i campi a cercarli. Forse ci serve l’avvertenza di Samuele: ‘Non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui’. È di questa santa inquietudine che vorrei vivesse questa Congregazione”. don Aldo Buonaiuto
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