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28 juillet, 2013

Cardinale Dionisio Laurerio Frate Ordine Servi di Maria che aveva le stesse idee e sentimenti di vita evangelica di Papa Francesco.

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FIORENZO LAURELLI

 

LA PORPORA E L’ARMILLA.

VITA ED OPERE DEL CARDINALE DIONISIO LAURERIO, FRATE SERVITA.

 

 

 

1. Origini familiari e nascita

 

 

        Nel 1497 nasceva a Benevento Dionisio Laurerio, illustre figura di prelato del Rinascimento, nel transito verso la Controriforma.

Egli è personaggio ignoto ai più nel XX secolo, mentre invece è stato autentico protagonista di alcuni degli avvenimenti più importanti del suo tempo; per questo è interessante, anche alla luce di documenti d’archivio da poco accessibili, riesaminare alcuni periodi della sua vita che furono alla base di molti rilevanti accadimenti del primo Cinquecento.

Molti studi biografici esplicitano i dubbi dell’autore soprattutto sul luogo e sulla data della nascita, fatta eccezione per quanto si ricava dalla lettura della lapide tombale, un tempo visibile nella chiesa di S. Marcello al Corso in Roma. E’ questa una delle poche fonti valide, perché atto formale e perché contemporanea, per stabilire con sufficiente certezza entrambe le notizie: Dionisio Laurerio beneventano, morto a Roma il 17 settembre 1542 di anni 45. Si è potuta acquisire ulteriore sicurezza sul luogo natale anche dall’esame della raccolta di atti pubblici relativi all’Ordine dei Serviti denominata Archivum ecclesiae et conventus Sancti Marcelli de Urbe O.S.B.M.V. , conservata, per l’appunto, presso la Casa generalizia dell’Ordine, sita in Roma presso quel convento. In quasi tutti i documenti in cui Dionisio compaia a vario titolo egli è denominato oppure si firma «fra  Dionisio beneventano», a parte le poche occasioni in cui venga utilizzato il cognome.

Volendo attribuire piena ufficialità anche al computo dell’età, quale risulta dalla predetta lastra tombale, ne scaturisce un sicuro anno di nascita di 45 anni precedente la data di morte: fissata questa al 1542, ne ricaviamo l’anno 1497. Lo stesso Gian Vincenzo Ciarlanti nelle sue Memorie storiche [i] annota fedelmente l’epigrafe, così come riportata dal Ms. Chigiano I [ii]  e dagli scritti di tutti i principali biografi.

Il solo Eubel[iii] assegna al Laurerio anche un secondo nome, che non risulta in alcun altra biografia o documento del tempo: Dionysius (Neagrus) de Laurerio, nome al quale non è facile attribuire neppure un preciso significato[iv]. Assolutamente sconosciuta è, inspiegabilmente, la famiglia di origine, quando soprattutto le elevatissime dignità ecclesiastiche rivestite da Dionisio avrebbero lasciato supporre ben altra messe di notizie sugli ignoti familiari del Nostro.

Basti dire che, secondo Giovanni De Nicastro[v] si disquisiva, già nel sec. XVIII, se Laurerio fosse nato in Benevento «non di oscuri natali, siccome scrisse il già citato Giovanni Palazio[vi] ed altresì l’Abate Ughelli[vii] [e come A. Ciaconius[viii]], ma di nobili genitori, siccome vuole il soprallodato Arcidiacono Mario della Vipera (…) nel M.S. Discorso delle Famiglie nobili di Benevento» [ix]. Anche a costo di rendere ancora più complessa l’identificazione della famiglia di origine, citeremo il passo tratto dall’Archivio del Convento della SS. Annunziata di Firenze[x] sotto il giorno 20 dicembre 1539:

 

Ricordo come questo dì venne nuova da Roma come el Rev[erendissi]mo P[riore] Generale M[aestr]o Dionisio da Benevento, per padre et per madre fiorentino, fu assumpto alla dignità del Cardinalato [].

 

            Questa informazione, tratta dalle Ricordanze del convento fiorentino, non è, almeno per quanto concerne la madre, del tutto priva di fondamento. Sul finire del Quattrocento Benevento accoglieva una nutrita colonia di «forastieri», composta da mercanti, finanzieri, funzionari della Curia pontificia[xi]. Ed è proprio in questro gruppo di “naturalizzati” – specie quelli originari dell’Umbria – che va ricercato il ceppo familiare di Dionisio Laurerio. Al pari dei Roscio – ternani d’origine ed attestati a Benevento almeno dal primo Cinquecento[xii]  - anche i Laureri (o meglio Laureli, nella denominazione originaria) provenivano dall’Umbria, precisamente da Amelia nel cui patriziato erano incardinati[xiii].

            Gli amerini costituivano un gruppo sociale forte ed attivo nella diplomazia e nell’ amministrazione dei governi pontifici e laici, come attestano la fortuna di alcune grandi casate amerine[xiv] e, in primis, quella dei Geraldini, che nel XV secolo ritroviamo in posti di assoluto rilievo sia nella corte dei sovrani pontifici che in quelle aragonesi di Spagna e di Napoli[xv]. Assai intensi e documentati i rapporti tra i Geraldini ed i loro conterranei Laureli[xvi]. 

Insomma, nella prima metà del Cinquecento, i Laureri erano sicuramente inseriti nel gruppo di potere benventano. Come peraltro i Roscio, che tracce consistenti indicano loro imparentati[xvii]. Tuttavia, almeno per i primi, il trasferimento da Amelia a Benevento può riferirsi ad una circostanza ben precisa: la preconizzazione di Alessandro Geraldini, nel 1496, a vescovo di Volturara[xviii]. I ripetuti impegni diplomatici del prelato, già cappellano maggiore di Ferdinando il Cattolico presso la corte spagnola, e le ripetute missioni a Londra, a Bruxelles, in Scozia, naturalmente gli impedirono di metter piede nella piccola diocesi, allora suffraganea di Benevento. Alessandro, uniformandosi alla «prassi ormai consolidata di dissociare le rendite ecclesiastiche dalle funzioni religiose cui in origine erano collegate»[xix], necessariamente dovette nominare suo vicario generale un congiunto prossimo, certamente esperto di diritto ecclesiastico: tutti i legami esposti, parentali ed economici, fra il casato dei Geraldini e quello dei Laureli autorizzano a presumere che l’incarico dovette essere affidato proprio ad uno di questi ultimi, evidentemente il padre ovvero lo zio di Dionisio, che a Benevento, o quantomeno nel territorio dell’arcidiocesi, sarebbe nato nel successivo anno 1497[xx].

Le funzioni del vicario vescovile erano imprescindibilmente legate all’esercizio di poteri giuridici: i Laureli d’Amelia erano cultori degli studi e delle professioni legali, come comprovato persino dal ceppo di notai che, in aggiunta a quello amerino, si sarebbe formato nella Calabria Citeriore a partire dal XVI secolo fino al XVIII; in una regione ove i Geraldini avrebbero conservato quasi continuativamente la cattedra episcopale di Catanzaro dal 1467 al 1570[xxi].

Prove ultime della diretta discendenza di Dionisio Laurerio dai Laureli d’Amelia, sono i documenti conservati nell’archivio generalizio dei frati Servi di Maria. Un codice manoscritto settecentesco, pieno di appunti e notizie sulla vita del Nostro, intitolato MSS. SPECTANTIA AD EMIN. CARDINAL. DIONYSYUM LAURERIO ORD. B.M.V.  è illustrato nel saggio di Antonio M. Vicentini Il Card. Dionisio Laurerio di Benevento nelle memorie raccolte dal suo concittadino e correligioso P. Giuseppe Romano servita [xxii]. Fra i molti appunti sulla vita del Nostro, notevole quello costituito da quattro righe, annotate esattamente secondo questo schema:

     

          Pro Card.li Dionisio Laurerio.

Is mihi videtur amplissimus qui sua virtute in

          altiorem locum pervenit.

              Cicero pro Roscio Amerino.

 

E’ una citazione tratta dal passo XXX dell’orazione di Cicerone in difesa di Sesto Roscio, originario di Amelia, ed è legittimo pensare che si ponesse l’analogia con l’antica patria di Dionisio, l’oriundo amerino del XVI secolo al quale la dedica era traslabile in toto.

Quindi, non è affatto inverosimile che la genitrice potesse essere stata una fiorentina; anzi, la stessa scelta operata dalla famiglia sull’ordine religioso in cui inserire il figlio «giovanissimo», ordine decisamente lontano dalle tradizioni più diffuse nell’Italia meridionale, fa riflettere sulle ascendenze familiari: dai secoli passati ad ora furono solo 6 i beneventani professi tra i serviti, e tuttora resta dominante la presenza di religiosi provenienti dalle provincie dell’Italia centrale [xxiii].

Molto illuminanti sono, infine, le pergamene A13 ed A14  conservate presso l’archivio generale servita[xxiv]. Questi documenti, datati rispettivamente 27 marzo e 1° aprile 1533, non hanno mai trovato alcuna spiegazione logica su quale fosse la ragione ultima per la quale fossero depositati tra le carte di quell’archivio, relative soprattutto alla storia dell’Ordine: le pergamene riferiscono, infatti, di conferimenti di benefici sulle chiese di S. Giovanni de Cathello a Pietracatella (nel primo documento), e sulle chiese di S. Urbano a Pietracatella, S. Giusta a Monacilioni, e sulla cappella di S. Antonio di Padova, nella chiesa di S. Salvatore, a Toro (nel secondo documento). Dunque, trattavasi di piccole località del Molise, che però appartenevano ai possedimenti di S. Sofia di Benevento e, quindi, all’enclave costituita da quell’abitato sotto la giurisdizione dello Stato della Chiesa (insieme con S. Giovanni in Galdo e Fragneto l’Abate)[xxv]. Il motivo primo per il quale i documenti furono riposti nell’archivio servita è costituito dal fatto che destinatario dei suddetti benefici era Salvatore de Lauderio, rappresentato nell’atto dal figlio Antonio; e proprio quel cognome costituisce una delle varie forme in cui era denominato lo stesso Dionisio. Infatti, quando non compariva con la formula «fra Dionisio di Benevento», ovvero col cognome Laurerio o, successivamente, da cardinale, col titolo di «San Marcello», egli era chiamato, per l’appunto, «Lauderio» o «de Lauderio»: così nel regesto dei documenti dell’Archivio del Convento di S. Marcello[xxvi], tra i Rotuli dei lettori legisti ecc.[xxvii], nel Repertorio di tutti i professori antichi e moderni della famosa università ecc. di S. Mazzetti, nella procura del 25 novembre 1529 relativa alla dona[FL1] zione del convento di S. Maria del Parto a Mergellina e nel relativo atto pubblico redatto da Domenico de Rocca il 17 giugno 1530 [xxviii]. E troviamo quel cognome tra i documenti del Fondo di S. Sofia che riguardano suoi familiari[xxix]: un beneficio a favore del Magnifico Domino Vincentio de Lauderio v. i. p., sotto la data del 6 aprile 1555, e, nel 1557[xxx], uno strumento a beneficio del medesimo D[omi]no Vincentio de Lauderiis (fra i testimoni Giacomo Roscio).

Al contrario, nell’originale delle istruzioni pontificie con cui si ordinava a fra Dionisio la nunziatura presso il re di Scozia (23 ottobre 1536) il cognome del Nostro appariva scritto come «Laurelio»[xxxi]. Anche il citato vol. 34 del Convento della SS. Annunziata di Firenze[xxxii], questa volta sotto la data del 24 gennaio 1539, evidenzia tra le pagine manoscritte il cognome Laurerii presto corretto, con la stessa mano, in Laurelii (nella «ricordanza» intitolata Ordinationes R[everendissi]mi Prioris Generalis fratris Dionisii ecc.), a testimonianza di quanto gli stessi frati dell’Ordine lo scrivessero ora con l’una ed ora con l’altra denominazione [xxxiii].

Se, poi, consideriamo che i decreti A13 ed A14 vedono nel ruolo di concedente il cardinale Alessandro Farnese, un anno prima che diventi pontefice col nome di Paolo III, alla luce di quella straordinaria familiarità che legava Dionisio all’arcivescovo, e di cui si vedrà diffusamente in tutto lo studio, potremo dedurre che il Salvatore de Lauderio di quelle pergamene è certamente consanguineo del Servita, probabilmente il fratello[xxxiv].

 

 

2. I primi passi nell’Ordine dei Serviti

 

Non possediamo alcuna notizia sui primissimi anni di vita, né sappiamo quanto abbia direttamente inciso sulla sua formazione l’insegnamento certamente impartitogli dai familiari, in particolare da parte del vicario di Volturara; tuttavia, gli studi storici effettuati sulle scuole del tempo ci inducono a ritenere che Dionisio, fino ai nove o dieci anni, dovette essere istruito soprattutto da precettori molto vicini alla famiglia. Sicuramente i primi studi dovettero essere molto efficaci se, secondo A. M. Rossi, «il Laurerio entrò giovanissimo tra i Servi di Maria»[xxxv], ma l’ingegno assolutamente portentoso ed una particolare inclinazione per le scienze fisiche e matematiche presto lo misero in luce, per cui fu tempestivamente inviato negli studi principali dell’Ordine.

L’archivio generale servita evidenzia, negli elenchi del 14 dicembre 1514, 21 febbraio 1515 e 23 marzo del 1515 [xxxvi], che tra i frati impegnati nello studio di Bologna era presente il giovane «fra Dionisio da Benevento» (all’epoca sedicenne). E’ d’uopo ricordare che la città era rinomata per l’importanza della sua Università, già vecchia di cinque secoli, nota soprattutto per le materie giuridiche, ma è notevole rammentare che una scuola, negli anni nei quali il Nostro vi risiedeva da studente, riuscì a risolvere un problema che aveva affascinato i logici dell’antichità: risolvere l’equazione algebrica di terzo grado. Scipione Dal Ferro, «matematico eccellentissimo» di quello Studio, riuscì nel 1515, secondo quanto Girolamo Cardano scrisse nell’Artis magnae [xxxvii] a trovarne la risoluzione. E grande fama a quella scuola bolognese venne anche dalla presenza del più antico osservatorio astronomico d’Europa, meta degli studiosi del continente fra cui Nicola Copernico, padre fondatore del sistema eliocentrico; è noto che egli vi si trattenne dal 1500 al 1512 per familiarizzare «con le dottrine pitagoriche e con altre dottrine greche, comprese le teorie astronomiche»[xxxviii] .

Una tale effervescenza di studi non poteva lasciare indifferente Dionisio: ma quando accadde che la sua mente venisse catturata dallo studio dell’algebra e dell’astronomia, discipline che contribuirono ulteriormente alla celebrità del Servita? Sembrerebbe che egli abbia composto l’opera Plurima ad artem mathematicam pertinentia [xxxix] ed è raffigurato mentre «posa la mano su di un’armilla ed accenna a calcoli»[xl] nel ritratto da generale dell’Ordine conservato nella chiesa dell’Annunziata dei frati serviti di Firenze; tuttavia non è noto se le sue conoscenze scientifiche cominciarono a svilupparsi già negli anni giovanili o, poco dopo, quando sarebbe tornato a Bologna dallo Studio di Perugia per sedere alla cattedra di Metafisica dell’Università. E’ un fatto, comunque, che i Rotuli dei lettori legisti [xli] testimoniano nel vol. II la presenza di «fr. Dionisio Lauderio» nell’anno accademico 1526-27, proprio nel periodo in cui Del Ferro era ancora docente, e nel successivo anno ‘27-28.

Continuando l’esame dei biografi del Nostro sappiamo che egli

 

conseguì la laurea magistrale, e dopo di essa fu applicato alla Santa predicazione della Divina parola, in cui divenne cotanto eccellente, che riuscì di stupore al Papa istesso, e a tutti i Cardinali, massime quando predicò in Roma nella Chiesa di S. Lorenzo in Damaso [xlii].

 

Fu professore di teologia sacra almeno dal 1522, perché tanto ci è confermato nell’Approvatio pro filiatione F. Dionisi Laurerii in conventu S. Marcelli datata al 10 settembre[xliii]. Transitò, dunque, in quell’anno alla cattedra di Perugia e poi a Bologna, ove si trattenne fino al 1529; lì non dovette soltanto approfondire le tematiche delle scienze fisiche bensì vi allacciò rapporti che avrebbero contribuito a proiettarlo verso le più alte vette del governo temporale della Chiesa.

Di quel tempo è anche la grande amicizia che legò Dionisio con Jacopo Sannazaro.

 

E [] questi fu sì caro al detto poeta, ch’egli donò alla Religione de’ Servi la chiesa ed il convento di Mergoglino a di lui contemplazione e col patto ch’egli [il Laurerio] ne fosse protettore e rettor perpetuo, come costa dalla lettera di Girolamo Amadei Generale dell’Ordine negli Annali T. II ad annum 1531 [xliv].

 

3. Le premesse verso il generalato dell’Ordine: penitenziere di Enrico VIII

 

La grande statura di studioso aveva consentito in pochi anni al Servita di fare sfoggio delle sue qualità all’interno ed all’esterno del suo ordine religioso; infatti, fin dal 18 maggio 1527, ancora trentenne, era stato nominato nel Capitolo Generale procuratore generale dell’Ordine dei Servi di Maria[xlv]. Tuttavia quegli anni passarono alla storia perché in Inghilterra si stava preparando il più grave scisma della Chiesa cattolica dell’età moderna, insieme con la Riforma tedesca. Enrico VIII Tudor, già dalla primavera del 1527, muoveva i primi passi per dare attuazione al proposito di divorziare da Caterina d’Aragona[xlvi]; anche questo periodo della storia doveva vedere Dionisio Laurerio fra i protagonisti attivi.

Del tutto infruttuosi si erano dimostrati i primi tentativi del re inglese posti in essere nei confronti del cardinal Wolsey, in quanto legato apostolico, di ottenere il divorzio senza che apparissero le sue mire al matrimonio con Anna Bolena, in considerazione dei pareri negativi espressi da vescovi e giureconsulti. Neppure la prigionia di papa Clemente VII in Castel S. Angelo durante il Sacco ed il conseguente potere di vicario generale pontificio attribuito a Wolsey contribuirono a cambiare le cose secondo il volere di Enrico. Questi riportò completo insuccesso, altresì, dal primo incontro di Orvieto del novembre 1527 tra il pontefice e l’inviato del Tudor, Knight, così come dal successivo del marzo 1528 tra Clemente e Stephen Gardiner, massimo canonista d’Inghilterra, insieme con Edward Fox[xlvii].

Enrico, nella primavera del 1530, decise di inviare a Bologna il padre di Anna Bolena, il conte di Wiltshire. In città si stava svolgendo l’incontro tra Clemente e Carlo V, i quali avrebbero dovuto discutere in primis dell’assetto dell’Italia e della guerra contro i Turchi, ma, di certo, non potevano trascurare i legittimi interessi di Caterina d’Aragona, cugina di Carlo, minacciati dalle pretese del sovrano inglese. Wiltshire, accompagnato dal penitenziere del re, Tommaso Cranmer, non ebbe successo né con l’imperatore né col pontefice, il quale, il 7 marzo, rimandò la causa del matrimonio ad un uditore di Rota, Paolo Capizuchi.

A sorpresa,  il giorno 14, Enrico VIII Tudor scrisse al papa dalla reggia di Londra chiedendogli di voler accettare fra Dionisio Laurerio quale suo penitenziere presso la S. Sede, proprio in sostituzione di Cranmer. La pergamena originale, firmata dal « fidei defensor [] Henricus», conservata dai serviti nell’archivio romano, lo descrive come «vir [] multa probitate ac virtutibus ornatus, et esimius sacrae Theologiae professor, in primisque de nobis bene merendi cupidus []».

La vasta materia relativa all’incarico di penitenziere è così definibile: «tutto ciò che poteva rappresentare un caso di coscienza, un impedimento a conseguire o celebrare un sacramento, un dubbio teologico o giuridico, sempre in materia di fede, e così pure una violazione di canoni o un’offesa di assiomi teologici»[xlviii]. Dunque, il Laurerio veniva direttamente introdotto in un’attività pienamente funzionale al primo problema di Enrico. La sua dottrina teologica e la conseguente considerazione di cui godeva nelle università erano, evidentemente, considerate doti di prim’ordine per giustificare una scelta in un ruolo così tanto impegnativo. Con quello che sarebbe seguito possiamo dire che, nonostante l’insuccesso riportato dal Nostro nel cruento divorzio di Enrico, le battaglie che avrebbe ingaggiato in concistoro, per la vittoria delle sue posizioni dottrinali, insieme con gli incarichi attribuitigli da Paolo III, sono le prove più significative delle elevate conoscenze teologiche e canonistiche possedute. Probabilmente l’incarico per la Corona inglese fu diretto effetto della strategia prescelta dal Cranmer, il quale aveva fatto richiedere dal re, già dall’anno precedente, che le grandi università d’Europa formulassero il proprio parere sulla legittimità del matrimonio: ed un famoso teologo universitario, rappresentante del suo ordine religioso nella Curia romana nelle vesti di procuratore generale, era un valido caposaldo da cui muovere [xlix].

Nel 1531, nonostante i pareri delle università, nulla cambiò: la causa matrimoniale di Enrico continuò a giacere presso la S. Sede, «senza progressi sostanziali»[l], mentre il re forzava il clero inglese a riconoscerlo capo supremo della Chiesa nazionale (gennaio) cacciando Caterina ed assegnando i suoi appartamenti ad Anna Bolena (agosto)[li]. Dionisio Laurerio, nel frattempo docente alla Sapienza di Roma, continuava l’esame dei documenti e dei conflitti canonici sottostanti alla questione matrimoniale: l’ambasciatore a Roma, Benet, stendendo il dispaccio del 30 gennaio, assicurava a Gardiner, l’abile canonista diventato nel frattempo primo segretario del re, di aver ricevuto «3 libri a stampa sulla causa del re, e di averne mostrato uno a fra Dionisio»[lii]. Ma il solco tra corona inglese e Sede Apostolica andava aumentando a dismisura: il 5 gennaio Clemente aveva inviato un monitorio in cui rinnovava al re il divieto di contrarre nuovo matrimonio[liii]. Il breve, comunque, giunse tardi al nunzio in Inghilterra, visto che il 16 gennaio i legali della corona avevano accusato il clero nazionale di praemunire per aver riconosciuta l’autorità legatizia di Wolsey[liv].

Neppure le pressioni su Paolo Capizuchi, l’uditore di Rota che formalmente trattava la causa matrimoniale potevano, ovviamente, arrivare al successo[lv]. Ma se «alla Rota le promesse e i favori di Carlo V avevano impedito ogni affermarsi dell’influenza inglese»[lvi], in concistoro ancora permaneva qualche possibilità: i cardinali Valle e Trani sembravano inclinare a vantaggio del Tudor, come anche Alessandro Farnese (futuro Paolo III) e Giulio Del Monte (futuro Giulio III).  «E’ intieramente dalla parte del re», come scriveva, riferendosi al Farnese, il vescovo di Auxerre[lvii]. Del Monte offrì apertamente ad Enrico VIII il suo appoggio nella corrispondenza del 5 giugno 1532[lviii]. Non è probabilmente una coincidenza se fra Dionisio, il successivo giorno 6, inviò ad Enrico una lettera simile, nella quale ricordava al sovrano tutto il suo continuo lavorio in favore della sua causa, chiedendogli se egli ne fosse a conoscenza tramite l’ambasciatore Benet. «Precipue apud Reverendissimum Dominum De Monte et Reverendum Dominum  …minensem»: egli aveva lavorato in stretto accordo con Del Monte, e con il monsignore di cui appare mutilo il nome nel dispaccio[lix], e supplicava il re affinché facesse uso di lui come meglio poteva, firmandosi «Humilis servus frater Dionisius ordinis servorum beate virginis procurator generalis».

 

4. Tra scienza e magia

 

Se, dunque, il Nostro era solidale compagno di battaglia dei cardinali Del Monte e Farnese, apertamente schierati anche questi, sappiamo a quale periodo è probabilmente da ascriversi la nascita della grande amicizia fra Dionisio ed il Farnese, certamente conseguente alla grande considerazione da questi nutrita per il Servita: vero è che il cardinale era stato arcivescovo di Benevento tra il 1514 ed il 1521, nonché tra 1528 e 1530[lx], tuttavia era improbabile che il giovane Laurerio lo avesse incontrato nella sua città poiché aveva trascorso quegli anni sempre lontano dalla patria; così come Alessandro era vissuto soprattutto a Roma [lxi].

Anche il celebre episodio, narrato da tutti i biografi, che vede i due dialogare sulle matematiche con autentico ardore, è forse di quegli anni. Scrive, infatti, il Ciaconius[lxii] che  essi discorrevano spesso familiarmente di matematica ed astronomia perché queste cose appassionavano il Farnese e fra Dionisio «rerum Mathematicarum stodiosissimi necessitudine et conversatione per subsecivas horas delectatum». Un giorno nel quale i due erano impegnati in queste conversazioni, come narra anche il Ciarlanti,

 

il Laurerio li disse con animo risoluto, ch’egli haveva ad essere sicuramente Papa, s’alzò all’hora il Cardinale ciò udendo, e caramente l’abbracciò, e levandosi da testa la berretta rossa, la pose sopra il capo di quello, con darli speranza di haverlo ad ornare di tale eminente dignità [lxiii].

 

Non sappiamo se la vicenda sia storicamente avvenuta, tuttavia essa è stata ripresa da tutti i primi biografi di Laurerio, e, soprattutto, può essere considerata verosimile dato il curriculum del servita: gli studi bolognesi e la successiva produzione scientifica di Dionisio, di cui si è prima fatto cenno, la docenza nelle università da quasi dieci anni, nonché, fin dall’età di 30 anni, l’investitura della carica di procuratore generale dell’ordine e di penitenziere di Enrico VIII. D’altra parte, il Farnese, prelato capacissimo, in quel tempo sessantenne, rivestito di preminenti incarichi nella Chiesa fin dal 1492 quale tesoriere generale, cardinale dal 1493, colui che presto doveva rivelarsi come uno dei più grandi tra i pontefici del Rinascimento, sicuramente aveva ogni esperienza di introspezione: e, da quelli che saranno i suoi comportamenti verso il Laurerio, di poco successivi, veramente lo avrebbe benvoluto, anche al di là di quanto l’episodio, leggenda o storia, facesse prevedere.

Il comune interesse per le scienze matematiche ed astronomiche può interessarci, invece, per un lato della personalità delle due figure che, per motivi comprensibili, è stato molto trascurato dai biografi: è nota la prossimità di quelle discipline ad uno studio allora vietato, quello della magia. E’ bene chiarire che nel Cinquecento molti oggetti d’indagine della magia naturale sono entrati a far parte delle moderne scienze sperimentali fin dal secolo successivo: dallo studio degli astri ai fenomeni elettrici, dal magnetismo all’alchimia, all’ottica ecc.

 

i programmi universitari non accontentavano neppure le menti più sobrie, quindi nessuna meraviglia se gli spiriti più arditi si convertivano a una forma di conoscenza più promettente, anche se di dubbia liceità. Per gli uomini del Cinquecento la magia naturale sapeva di misticismo e di eterodossia ma appariva utile e degna di essere coltivata e nella stessa personalità potevano convivere e conciliarsi senza troppa difficoltà l’interesse per la magia e quello per la scienza[lxiv].

 

Se «l’uomo universale del Rinascimento è soprattutto colui che ha smarrito i confini dei vari campi del sapere e del fare»[lxv] molti furono gli umanisti che, percorrendo le strade più diverse, pervennero ugualmente a studi pervasi dagli attributi di “magia naturale”. Marsilio Ficino, medico, sostenne la compenetrazione fra filosofo e mago perché «si occupa di scienze della natura e opera sul piano naturale»[lxvi], e così Giovanni Pico della Mirandola, conoscitore e studioso della cabala ebraica, combatté contro l’«astrologia divinatrice» difendendo l’«astrologia matematica», tesa a studiare le leggi sul movimento dei corpi celesti. Leonardo (in Madrid II [lxvii]) scriveva che «tutte le matematiche sieno speculation filosofiche», sicuramente accomunando a quelle tutte le indagini scientifiche sperimentali; eppure, alcuni decenni dopo, Enrico Cornelio Agrippa di Nettesheim, medico e mago, ancora doveva combattere contro «teologastri e sofisti pronti a condannare, solo a sentirne il nome, magia e cabala» [lxviii]. Pressoché coetaneo del Laurerio, Girolamo Cardano spaziava dalla matematica alla medicina, dall’astrologia alla magia, dalla geometria alla musica al gioco d’azzardo, ovunque rivoluzionando il sapere del suo tempo; e Paracelso di Hohenheim, medico ed alchimista, filosofo e mago, estimatore di Ficino (da lui definito Italorum medicorum optimus), incarnò la figura che Ficino stesso aveva definito mago perché «filosofo esperto nelle cose naturali e celesti»[lxix].

Valeva, insomma, una corretta distinzione nell’ambito della magia, ossia quella prescritta da Della Porta, che discriminò fra due tipologie ben differenti:

 

In due specie si usa dividere la magia: infame l’una, e resa nefasta dal commercio con gli spiriti maligni, sfigurata da incantamenti e curiosità malvage, e questa si chiama stregoneria []. L’altra è la magia naturale, che tutti i più saggi con grandi lodi accolgono, coltivano e venerano, talché non vi è scienza più eccellente né più apprezzata di questa dagli uomini dediti alle buone lettere  [lxx].

 

Tuttavia non era semplice per gl’illetterati, o per quelli in mala fede, operare una tale divisione, cosicché allo studioso era agevole, al contrario, incappare in accuse di stregoneria e simili. Sia Alessandro Farnese, persino da pontefice, sia Dionisio Laurerio non furono immuni da addebiti di tal fatta: nel codicetto del P. Romano vi è un appunto di questi ove trovava annotato a mano che

 

il cardinale Angelo Maria Quirini difese Paolo III dalla taccia dello studio della magia nella Diatriba III § 1 contro lo Schelornio ecc.[lxxi] .Vedi questa Diatriba ed anco la lettera di Paolo III pag. 10, dove ho preso questa notizia, e così si parlerà della voce sparsa intorno alla magia del Laurerio.

 

In realtà, la matematica di quel tempo aveva un vasto campo di ricerca: spaziava, infatti, su «aritmetica, geometria, musica, astrologia, goniometria, meteorologia, diottrica, geografia, idrografia, meccanica, architettura, architettura militare, pittura e scultura. I primi quattro argomenti rappresentavano la matematica pura, i rimanenti la matematica applicata»[lxxii]. I comuni discorsi intrattenuti tra il Farnese ed il Servita erano divenuti di pubblico dominio se anche Pasquino e Marforio motteggiavano sugli argomenti di quelle conversazioni[lxxiii] :

 

Marf.  [] Et noster Paulus Frenesius, ho! Farnesius dicere volebam, Pontifex in astrologia et divinatione primas hac tempestate obtinere dicitur.

Pasq.  Neque id falsum est; nam ut suae artis socium haberet, Dionysium Servitam, sui Ordinis principem, Cardinalem fecerat; et ipsemet Pavulus sibi hanc laudem assumit…

 

A causa dei pochi dati certi disponibili non è possibile esprimersi sulla reale portata degli argomenti esoterici trattati dai due prelati; tuttavia, la loro saggezza non sembra lasciare spazio alcuno ad un loro impegno nell’astrologia divinatrice, quella già condannata da Pico nelle pretese di divinazione del futuro. Respinta la magia negromantica, Pico esaltava solo la magia naturale che «marita il mondo», sfruttando le forze della natura; e solo quel modo di razionalizzare può apparire prossimo a due menti impegnate nel quotidiano governo della Chiesa universale.

 

5. Lo scisma d’Inghilterra ed il generalato dell’Ordine dei Serviti

 

Giunti all’agosto del 1532, morto Warham, Thomas Cranmer fu richiamato da Enrico dalla Germania e sostituito al defunto nella carica di arcivescovo di Canterbury e primate d’Inghilterra, ottenendo poi la conferma papale nel concistoro del 21 febbraio seguente[lxxiv]. Il 23 maggio 1533 Cranmer pronunziò la piena nullità del matrimonio di Enrico e Caterina, ed il giorno 28 dichiarava valido il matrimonio con Anna Bolena[lxxv], segretamente celebrato il 25 gennaio[lxxvi]. Clemente VII, in risposta, l’11 luglio decise di annullarlo; pronunciava, altresì, la scomunica maggiore contro il re, assegnandogli, tuttavia, un termine fino al 30 di settembre: una bolla dell’8 agosto notificava sentenza e sanzioni[lxxvii]. In pari data il concistoro arrivava alle stesse decisioni, con le medesime conseguenze.

A Dionisio non rimase che scrivere una lettera di resa, datata 20 agosto: il re «serenissimo» avrebbe saputo cosa egli aveva fatto per la corona dall’ambasciatore Benedict Benet, da Edoardo Karne e dal signor Bonner, agenti di Enrico con i quali aveva lavorato fianco a fianco. «Profundis etenim intimis cordis mei penetralibus defixus inheret quam a me aut ab aliis verbotenus exprimi possit». Solo l’altrui perfidia aveva potuto generare un tale risultato: «nam qum ego infelices labor nostrorum seccussus cogito mox non mee aut tuorum desidie vel ignavie sed hominum huius temporis perfidie procul dubio adscribi debere conspicio». Dispiaciuto grandemente di tutto quello che si è ottenuto, Laurerio si congedava firmandosi «Humilis perpetuusque servulus»[lxxviii]. In realtà quell’appellativo di «perpetuo» non si sarebbe rivelato certo tale, visto che la Storia avrebbe presto visto Dionisio dall’altra parte degli schieramenti: esattamente come per il cardinal Pole e per lo stesso Farnese.

Le note dedicate al Laurerio da G. Moroni riportano di un suo viaggio a Londra per conferire personalmente con Enrico VIII: «Cranmer [] giunto in Londra mise in ottima vista Dionisio al re, alla cui corte d’ordine di Clemente VII dovette poi trasferirsi per urgentissime cause, e per affari di religione»[lxxix]. De Nicastro già aveva esposto quella notizia associata all’incarico di penitenziere, scrivendo che

 

servì in tale carica Dionigi con somma laude, ed al Pontefice, ed al Re Britannico. Ma essendo poscia questi traviato dal dritto sentiere, stimò saggiamente Clemente di trasmetter Dionigi nell’Inghilterra, credendo ch’egli con la sua maravigliosa dottrina, e molto più con la servitù, e corrispondenza passata col medesimo, fosse per ridurlo ad bonam frugem. Ad ogni modo Dionigi per la protervia, e durezza del Rè, non poté riportar veruna cosa di profitto a’ prò della vera Religione.

 

E’ appena il caso di notare come gli autori non abbiano espresso la fonte della notizia, evitando anche di indicare l’anno della missione inglese, che, pertanto, resta nel campo delle notizie non direttamente riscontrabili[lxxx].

Nell’estate del 1534, tutto il clero inglese dovette giurare fedeltà ad Enrico come capo supremo della Chiesa[lxxxi]; Clemente VII morì il 25 settembre di quell’anno, ed il 12 ottobre il conclave elesse a succedergli Alessandro Farnese, con il nome di Paolo III [lxxxii]. E’ ovvio che il primo dei problemi che il nuovo pontefice dovette affrontare fu lo scisma d’Inghilterra, tuttavia la nazione era ormai definitivamente persa per il cattolicesimo: alla morte di Fisher ci fu grande sdegno a Roma, e «dal vecchio arsenale pontificio venne cavata fuori l’arma ormai rugginosa della dipendenza feudale dell’ Inghilterra dalla Santa Sede», ossia la possibilità che il re potesse essere privato del regno per lesa maestà[lxxxiii]. Ai fini del presente studio, ci preme invece sottolineare che uno dei primi atti di Paolo III fu quello di scegliersi i collaboratori più fidati: Dionisio, teologo ormai celeberrimo, a solo tre mesi dall’elezione del Farnese, da questi venne elevato il 22 gennaio 1535 a Vicario Generale Apostolico dell’ordine dei Servi di Maria[lxxxiv], in attesa del conferimento del generalato. Il Nostro, tuttavia, «non volle in alcun modo fare uso del Decreto Pontificio», in attesa del Capitolo Generale da riunirsi a Budrio[lxxxv]. Una volta convenutivi, la formalizzazione dell’elezione vide un Laurerio apparentemente schivo dinanzi a qualunque onore ed onere.

 

Per ben due volte, anche dopo la ripetuta unanime elezione canonica, tornò a rinunziare, finché una terza volta fu dagli elettori preso di peso e portato sulla sedia generalizia. La ripugnanza del Laurerio si spiega anche per il fatto che egli già prevedeva come ben poca della sua attività avrebbe potuto impiegare per l’Ordine, dato che il Papa si serviva continuamente di lui []. Infatti dovette quasi sempre governare [] mediante Vicarii generali [lxxxvi].

 

Suggestiva la narrazione del de Nicastro[lxxxvii]:

 

[] quantunque egli havesse il Breve Pontificio, col quale veniva creato Maestro Generale dell’Ordine, ad ogni modo due fiate rinunciò il Generalato, dicendo le parole del Vangelo Qui non intrat per ostium in ovile ovium, ille fur est, & latro; e due fiate à viva voce di tutti i vocali fù acclamato Generale XXVIII dell’Ordine. Poscia, cantando i Frati il giolivo Inno Te Deum laudamus, fu portato nella Chiesa. Ivi avanti di essi, e del numeroso Popolo concorso, piangendo rinunciò la terza fiata al diploma Pontificio. Mà acclamando concordemente tutti i Padri Vivat Dionysius Generalis, Vivat Dionysius Generalis, gli fù data de essi l’obbedienza, sicome costa dallo strumento della sudetta elezione.

 

Secondo la cronaca riferita da un confratello contemporaneo, fra Sebastiano Vongeschi da Pistoia, il pontefice «con le sue proprie mani li mise in capo la baretta, e dette le S. Costituzioni e sigillo dell’Ordine, e più lo titolo A Domino factum est istud»[lxxxviii]. Da allora in poi il motto, evidentemente tratto dal Salmo CXVII, fu la sottoscrizione solitamente utilizzata dal Laurerio al posto della sua stessa firma. Paolo III lo volle Visitatore della Congregazione dei Servi di Maria[lxxxix], conferendogli i più ampi poteri di visitare e riformare i monasteri dell’ordine, eventualmente facendo uso di censure e dello stesso braccio secolare contro «gli inobbedienti ed i ribelli» ed il Laurerio stesso, da generale dell’Ordine, convocò un Capitolo proprio allo scopo di «studiare e rendere più efficaci i suoi provvedimenti relativi alla riforma, come fu poi disposta dal Concilio di Trento»[xc].

Non abbiamo rintracciato ulteriori documenti d’archivio relativi al 1535, ad eccezione di un atto d’acquisto firmato «fra Dionisio Priore Generale», contenuto nel nominato Archivum S. Marcelli, relativo ad una casa sita in piazza Colonna, comprata dai serviti il 22 dicembre. Certamente l’anno trascorse nell’onorare i nuovi gravosi impegni, collaborando da vicino con il pontefice, stretto fra lo scisma d’Inghilterra e la dilagante eresia luterana, e pressato dalla necessità di un Concilio ecumenico.

 

6. Il Concilio e la nunziatura di Scozia

 

Nel 1536 Paolo inviò i suoi legati apostolici ad annunciare il prossimo Concilio a tutta la Cristianità: «in Polonia, il friulano Panfilo Strassoldo, nell’Impero nei Paesi Bassi e negli Stati scandinavi Peter Van der Vorst»[xci]. A luglio si era deciso che per Giacomo V Stuart, re di Scozia, nunzio straordinario sarebbe stato il lucchese Silvestro Dario, ma per qualche impedimento fu sostituito da Dionisio[xcii]. Sforza Pallavicino scrisse di Laurerio, a proposito della suddetta nunziatura, specificando che il servita fosse di Benevento ed aggiungendo che era stato «impiegato prima da Clemente in gravi affari in Ungheria» [xciii].

La lettera di designazione è del giorno 12 ottobre 1536[xciv], mentre le istruzioni per il Laurerio citate da Ehses[xcv] sono tratte dalla copia coeva contenuta nel cod. Vaticano  lat. 3915 [xcvi], e sono datate 24 ottobre; si dà il caso che esaminando la lettera originale posta nell’Archivio Vaticano[xcvii] si faccia la scoperta, già preannunciata, che Dionisio compaia con il suo cognome originale «Laurelio». Invece Ehses giammai avrebbe potuto leggere «Laurerio» nel Vat. lat. 3915  perché il destinatario delle istruzioni è denominato unicamente «Magister Dionysius Generalis Ord[inis] Servorum»[xcviii].

Esse dispongono che il cardinal Agostino Trivulzio debba ottenere un salvacondotto per Maestro Dionisio per il viaggio verso la Scozia:

 

quarum munimine per Angliam in Scotiam suum iter eundo et redeundo tuto facere possit. Per Angliam iter faciens omni prudentia et modestia utatur, ne iustam alicui de eo conquerendi praebeat occasionem[xcix].

 

Ottimistica speranza del pontefice, secondo la quale sarebbe bastato usare «prudenza e discrezione», senza «offrire pretesti per lamentarsi», affinché il Servita potesse transitare in sicurezza nell’isola britannica: lo stesso Paolo III presto avrebbe preferito evitargli ogni rischio astenendosi dall’inviarlo di lì. Gli ulteriori ordini impongono di presentare copie del breve e della bolla a re Giacomo e di aggiungere, nel caso, quanto il pontefice sia riconoscente che la Scozia continui a preoccuparsi per la Chiesa di Roma; comandano, infine, di consultarsi con l’arcivescovo di St. Andrews (il primate di Scozia James Beaton) e con l’arcivescovo di Glasgow (Gavinus Dunbar).

Illuminante, nell’esame della nunziatura straordinaria di Scozia curata dal Laurerio, è lo studio delle citate Letters and Papers relative al regno di Enrico VIII, nonché le corrispondenze diplomatiche della Sede Apostolica visionate dalla Facoltà di Storia Ecclesiastica della Pontificia Università Gregoriana di Roma e dall’Ecole Française di Roma. La raccolta [c] utilizza le copie dei dispacci diplomatici del Cinquecento e Seicento conservate in Vaticano, le Lettere di Principi, registri nn.10-12-14-14a[ci], nonché i regesti Letters and Papers della British Library[cii]. Infatti, poiché gran parte dei riferimenti storicamente certi, relativi alla cosiddetta nunziatura di Scozia del Laurerio, è conservata proprio negli atti della nunziatura in Francia da quest’ultima trarremo le notizie che ci interessano.

Nunzio apostolico dell’epoca è Rodolfo Pio di Carpi, vescovo di Faenza (così come si firma), il quale aveva già svolto una missione in Francia nel 1530 e poi nel 1533, mentre la nunziatura era in mano a Cesare Trivulzio, vescovo di Como. L’incarico era passato al Carpi nel 1535, con l’inizio della politica del Concilio di Paolo III: Vergerio inviato in Germania, Guidiccione in Spagna; Carpi era giunto a Saint-Germain, allora sede della Corte, il 17 febbraio, e ne sarebbe ripartito nel luglio del 1537[ciii]. La corrispondenza esaminata è sempre indirizzata ad Ambrogio Ricalcato, segretario di Paolo III fino al dicembre 1537 (quando sarà rimosso ed incarcerato in Castel S. Angelo con l’accusa di simonia).

Il Laurerio è da poco partito che, il 18 novembre, un dispaccio di Thomas Cranmer informa Enrico VIII che «father Denis who wrote on the King’s side being now General of the religion goes as Ambassador from the Pope towards the King of Scotts»[civ] : non è stata dimenticato quanto il Laurerio aveva fatto a Roma per l’annullamento del matrimonio di Enrico, ma ora da generale del suo ordine va in Scozia come ambasciatore (presso una nazione acerrima nemica del Tudor). Fonte della notizia relativa a fra Dionisio, che Cranmer dice di ricevere da Roma, è John Bianket, già proprio familiare ed ora al servizio del cardinal Ghinucci, vescovo di Worcester. Le tempestive note di Cranmer informano Enrico che il Farnese sta convocando molti prelati per un prossimo concilio e fra di loro un nuovo avversario della Corona, Reginald Pole: questi era andato a Roma nonostante il divieto di Enrico, ma Cranmer tiene a precisare al re che Paolo III ospita il Pole nel suo palazzo con grandissima considerazione, tanto che voci informate parlano di una prossima porpora cardinalizia; cosa che puntualmente sarebbe seguita a distanza di un solo mese. Dalla curia romana, Dandino scrive al Carpi il giorno 25 informandolo che Sua Santità vuole anche che fra Dionisio parli con Sua Maestà (Francesco I) relativamente al problema costituito dalla disobbedienza dei frati Servi in Francia[cv].

Il Servita giunge il 10 dicembre alla corte francese, come testimonia la lettera del giorno 13 indirizzata a Roma dal nunzio, Rodolfo di Carpi, il ”Vescovo di Faenza” [cvi]. Questi osserva che per ora sarebbe bene ospitare presso di lui il nunzio in Scozia perché, anche se fosse possibile ottenere dai francesi un salvacondotto per l’Inghilterra (cosa di per sé già improbabile per quello che si sente di quella nazione), a motivo della grande volubilità di Enrico e dell’infinita empietà e malvagità dei suoi ministri, egli stesso non si sente di ardire a consigliare la partenza del Laurerio. Ed esplicita:

 

Tutto questo nonostante io reputi Sua Signoria il più disponibile ad incontrare qualunque pericolo ad un cenno di Sua Santità.

 

E’ forse il primo dei giudizi formulati sul Nostro, dai contemporanei, senza che si debba dubitare dell’imparzialità dell’autore: ci stiamo riferendo, infatti, a pareri estratti da corrispondenza diplomatica, quindi privi della necessità di compiacere un qualsivoglia ospite od ascoltatore. Il generale dei serviti ha preso contatto con la corte francese: re Francesco I, il potente Gran Maestro e luogotenente generale Anne de Montmorency, il cardinale du Bellay[cvii], mentre re Giacomo V di Scozia è a Parigi per mettere a punto i festeggiamenti per le sue nozze con  Maddalena, figlia di Francesco I. A corte lo Stuart ha detto che avrebbe gradito la nomina a cardinale per il suo cancelliere, l’abate di Arbroath David Beaton, nipote di James, arcivescovo di St. Andrews e primate di Scozia. Il giovane sovrano, allora di soli 24 anni, orfano del padre quasi dalla nascita, era passato dalla reggenza della madre a quella dei due Beaton, veri artefici di molte importanti decisioni di quel re, comprese le sue nozze (nonché le successive).

Mentre anche l’inviato di Reginald Pole ha problemi per raggiungere l’Inghilterra dalla Piccardia, il Faenza da Parigi scrive preoccupato a Roma che «sia bene che il Rev[erendissi]mo Generale se ne ritorni compito che abbia quanto ha da fare con il Re di Scozia, il che credo non sarà finite le feste che si apparecchiano, le quali non sono perdurare per pochi dì»[cviii]. Nel dispaccio del giorno 28 il vescovo di Faenza informa Roma che «il Rev[erendissi]mo Nunzio al Re di Scozia hoggi è stato lungamente con il cancelliere di Sua Maestà, e l’uno e l’altro è restato ben satisfatto, e domani mattina sarà con la Maestà Sua»[cix].

Il 6 gennaio 1537 Faenza comunica di aver colloquiato con l’ambasciatore inglese in Francia, Wallop, sulla situazione politica del suo paese e su Enrico da poco tornato a Londra in corteo, dopo i disordini, deciso a concedere al popolo un parlamento «per giudicare per giustizia sopra le querele che facevano». Il nunzio in Francia spera, così come il papa, che Enrico torni da solo sulla retta via di obbedienza al pontefice, perciò ancora si astiene dal rendere pubbliche le censure ecclesiastiche contro il Tudor, e decide di «ritardare quì il R[everendissi]mo Nunzio al Re di Scozia», in attesa di andare nell’Isola «accompagnato con il favore del Re»[cx]. Wallop, incontrato dal Faenza alle nozze di Giacomo e Maddalena, non crede che il Laurerio sia andato fino in Francia solo per i problemi del suo Ordine per cui «ha mostrato meco credere che il detto Nunzio vadi più per fare contro Inghilterra, che per altro», visto che considerano il re di Scozia «loro inimicissimo».

 

Il dispaccio del giorno 14[cxi] ci riferisce di un re Giacomo

 

 d’ottima volontà, e tanto osservante di Sua San[ti]tà quanto si possa desiderare [anche per] le continue carezze, e ferme parole che Sua M[aes]tà, e mons[ignor] d’Abbrotto suo cancelliere usano con meco [sic], e con il R[everendissi]mo Nunzio, quale per verità ha guadagnato molta grazia, non solo con quello, ma con Sua M[aes]ta Christianissima Mons[ignor] Gramm[ae]stro, e Regina di Navarra, quale volentieri parla seco, e tutti insieme per quel che me ne dicono lo tengono chiaramente in molta reputazione, et estimazione di dotto, et huomo molto desto al negoziare, e fossi che con questi mezzi, e favori potria dare buon fine alle cose della sua religione quì, con tutto ch’ei habbia difficultà grandissima, alle quali attende aspettando io risolverlo di quello habbia a fare circa il ritorno, o progresso suo, il che sarà, come per l’altra ho scritto, secondo quelche si ritrarrà d’Inghilterra [] [cxii].

 

Anche le corti di Francia ed i reali di Scozia hanno quindi espresso grande stima per il Laurerio; sanno quanto sarebbe importante la sua figura per l’appoggio di cui necessita il giovane re ad Edimburgo, circondato dai molti nemici che Enrico gli mette contro, in patria e fuori. Ma troppo grandi i rischi per il nunzio in Scozia in un eventuale transito lungo l’isola britannica, minacciata dai sicari inglesi: lo stesso re Giacomo manifesta «desiderio grande ch’ il R[everendissi]mo Generale [] ritorni presto a Roma»[cxiii]. Paolo III medesimo avrebbe approvato, secondo quanto scrive l’11 gennaio il cardinale Alessandro Farnese al cardinal Faenza:

 

Che V[ostra] S[ignoria] R[everendissi]ma habbia dissuaso l’andata del R[everen]do nuntio in Scozia, per li pericoli etc., Sua Santità ne ha avuto piacere per non lassarlo andar in sì manifesto pericolo, et non li par più necessaria l’andata sua in quella isola, havendo satisfatto (coma ha) con quel re [] [cxiv].

 

Il dispaccio del giorno 30 [cxv] ci fa sapere che «il R[everendissi]mo Nunzio al Re di Scozia sarà chiamato da Mons[ignor] il Gramm[aest]ro per parlare secondo l’ordine di V[ostra] S[ignoria][di Ricalcato medesimo, e quindi per disposizione del papa, n.d.A.] a Sua M[aes]tà Chr[istianissi]ma toccando la pace»; indubbiamente, secondo Faenza, molto può fare al proposito il Laurerio, visto quello che già in precedenza si era detto,

 

per esser quello in buonissima reputazione appresso tutti, da quali è laudato, dico molto di letteratura, bontà, lingua, e destrezza d’ingegno, il che mi è parso debito mio di far intendere a Sua S[anti]tà, trovando io di bocca di tutti loro essere così [cxvi].

 

Il cardinale non potrebbe essere più esplicito nella sua prosa, asciutta ed efficace: fra Dionisio sta ben spendendo il suo tempo presso la corte di Francia, in quel momento a St. Germain[cxvii]; l’alta considerazione degli importanti personaggi, posti al centro del cuore politico d’Europa, non può che giovare alla riuscita delle molteplici missioni diplomatiche che il Nostro è chiamato ad affrontare: il breve d’intimazione del Concilio, già consegnato nelle mani di Giacomo V, e la visita con l’eventuale riforma dei conventi dell’Ordine in Francia, per cui Francesco I avrebbe potuto interporre anche l’autorità regia (così come Giacomo avrebbe potuto per la visita di riforma in Scozia).

Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che, associata a tali incarichi, era spesso unita la corresponsione di pingui doni in denaro e preziosi che gli alti diplomatici portavano seco, per gli usi più consoni al successo della legazione: riferendosi alla nunziatura scozzese condotta da mons. Pietro Lippomano, J. Law scrive espressamente che egli «carried funds for political purposes, to use at his own discretion, to placate or encourage influential Scots»[cxviii]. Lo storico scozzese [cxix] studia nel saggio due missioni di poco posteriori a quella del Laurerio, tra cui quella di Marco Grimani del 1543, delle quali si conosce molto di più, e dove l’autore può meglio soffermarsi sugli episodi. Per Lippomano

 

the money brought by the bishop of Verona was put to wrong uses. Ecclesiastical  patronage and, in particular, the provision to benefices was another area where Paul III could influence Scottish affairs [cxx].

 

E’ molto probabile che Dionisio Laurerio abbia personalmente portato per Giacomo V doni importanti per aiutare lui a tenere il suo Paese unito contro l’Inghilterra e lo scisma, ed a far sì che i nobili del regno lo seguissero:  così sembra pensare anche P. Rebora scrivendo[cxxi] che «Paolo III  inviò doni a Giacomo nel 1537». Del resto, nella corrispondenza del 13 marzo[cxxii], il card. Faenza riferisce che, prima di ritornare, i reali di Scozia hanno parlato di un «certo affare di quello [in riferimento a mons. Arbroath, n.d.A.], di che dovea parlare il P[rio]re Generale de i Servi a Sua San[ti]tà». Dalle considerazioni di Faenza sull’abate «che sia come padre al re di Scozia» e dal successivo suggerimento di compiacere quel prelato, si intuisce che «l’affare» consisteva nel cappello cardinalizio per mons. Beaton, quale giusta ricompensa per i suoi servigi alla Chiesa di Roma, affinché la Scozia le resti fedele: Giacomo lo aveva richiesto, insomma, sia al nunzio in Francia che al nunzio in Scozia, a chiare lettere.

Faenza continua ad essere il tramite tra le aspirazioni di Beaton che «mostra infinita sete di far servitio a Sua San.tà» e le necessità del pontefice di avere sia un nunzio in Scozia che un abile ed ascoltato portavoce presso la corte di Edimburgo, per avvalersi della grande disponibilità di quel re verso la Santa Sede: nel dispaccio che scrive da Amiens il 12 aprile[cxxiii] il nunzio, con la franchezza solita, riferendosi alla nunziatura permamanenet in Scozia, esprime una chiara valutazione sulla necessità, ed opportunità, di utilizzare Dionisio. Perché 

 

quando Sua S[anti]tà mandasse il Generale de i Servi, io per me crederei fosse molto a proposito per conoscere già l’humore, et essere in opinione di quelli  [la coppia reale, n.d.A.], e di buon cuore, e volere nel servitio di Sua San[ti]tà, e potria intrattenere di sorte questo Abbate, quale si può dire il Re medesimo [].

 

Ed aggiunge che non sarebbe fuori luogo creare Arbroath «Cardinale, e Legato in quel Regno»[cxxiv]. Conclude scrivendo che ha soltanto offerto un suo umilissimo parere a Sua Beatitudine, affinché prenda tempo a decidere chi mandare per il difficile incarico in Scozia: certamente sarà «huomo di qualch’ esperienza, e soprattutto ben prudente».

Il successivo giorno 13, alla vigilia della partenza di Arbroath, Faenza spiega all’abate, ancor più apertamente, che l’appoggio di re Giacomo alla causa del papa gli avrebbe certamente fruttato il cappello cardinalizio. Beaton di Arbroath si dichiara pronto a qualunque ordine, anzi chiede al Faenza un codice cifrato per corrispondere con Roma e lo invita ad inviare un nunzio ad Edimburgo.

 

E parlandogli del Generale de i Servi, mi mostra che lo desideraria più ch’ogni altro, onde mi pare veramente che Dio ci apra una gran strada per apportar grand’honore e contento a Sua San[ti]tà, alla quale non dovria esser grave in tal caso far questo Card[ina]le, che sarà sempre membro honorato, e laudato per più conti [cxxv].

 

Con questi schietti e motivati giudizi su Dionisio Laurerio espressi dal cardinale Rodolfo Pio di Carpi, vescovo di Faenza, nunzio in Francia, e da James Beaton, primo cardinale della storia scozzese (1538), arcivescovo di St. Andrews e primate di Scozia, si conclude la presenza del generale dei serviti nei dispacci diplomatici di quella nunziatura.

Una volta di più si dimostra la fondatezza dell’asserire che soltanto le prove documentali, tanto più se di elevata affidabilità, costituiscono buone garanzie alla corretta ricostruzione degli accadimenti storici. Infatti, biografi di Dionisio pur illustri, quale il Ciacconio, scrissero dell’arrivo del Nostro nella reggia di Edimburgo, alla presenza di re Giacomo e dei nobili del regno[cxxvi], perché al Servita sarebbero giunte successivamente le disposizioni del 23 novembre 1536 che ordinavano di riformare i monasteri dell’ordine. Tuttavia nessuna concreta notizia abbiamo del soggiorno scozzese, al fine di poter comprovare l’asserto del Ciacconio; al contrario della successiva legazione di Grimani, del quale abbiamo la corrispondenza ripresa da R. K. Hannay in «Letters of the Papal Legate in Scotland, 1543»[cxxvii]: da questa è ricavabile finanche la residenza occupata dal Grimani nel corso del soggiorno. Certo è che lo stesso Ehses[cxxviii] deve riconoscere che «de rebus per Laurerium coram Iacobo V rege in aula Edinburgensi et postea per Scotiam et Galliam in rebus sui ordinis gestis nonnulla habet» contraddicendo quello che aveva scritto Arcangelo Gianio, curatore degli Annalium dell’ordine servita [cxxix]. Questi, a sua volta, riferiva solo le generiche notizie del Ciacconio sopra riportate, senza che nessuno dei due avesse mai chiarito la fonte originale delle medesime.

Altrettanto avversa all’opinione che il Laurerio abbia visitato la Scozia è la storiografia contemporanea, primo fra tutti proprio Jedin, il quale scrive come il Servita abbia notificato a Giacomo V, allora in Francia, l’annuncio papale, «e lasciò l’incarico di citare i prelati scozzesi al futuro cardinale Beaton favorito del re»[cxxx]; la nota 7 [cxxxi] riferisce, infine, che «la conferma di ricevuta non stampata, che trovasi in Vat. lat. 3915 f.154r, 28 gennaio 1537, non contiene nulla di importante». Secondo il Gianio il Generale, di ritorno dalla nunziatura straordinaria, effettuata «plena facultate Legati de latere»[cxxxii], sarebbe sbarcato a Calais nel 1538 per dare esecuzione alla bolla pontificia sull’obbedienza dei frati servi. Poi, per l’ostinata protervia dei confratelli francesi, sarebbe dovuto ripartire lasciando l’incarico al suo vicario in Francia. Giunto a Roma, nel riferire a Paolo III sulla nunziatura di Scozia, non avrebbe mancato di descrivere l’agitata situazione dell’Ordine in Francia, scatenando l’ira del Farnese. Questi, una volta a Nizza per il convegno con Carlo V, emise il successivo 4 giugno una bolla che, rinnovando quella di Leone X del 1516 In Fratres Apostatas, riconosceva al priore generale dei serviti la facoltà di emettere giudizi e censure verso i confratelli che non osservassero lo regole, soprattutto quelle che proibivano di dimorare al di fuori del convento[cxxxiii].

Quello che personalmente abbiamo costatato, comunque, è il fatto che il Nostro figura presente a Roma, nel citato Archivum Sancti Marcelli, sotto la data dell’11 maggio 1537 per l’atto di locazione del Casale di Marcigliano, posto sulla via Salaria, a Cristoforo de Taxis[cxxxiv] e sotto il 18 luglio per l’affitto al cardinale Alessandro Cesarini del Casale di S. Nicola (oggi Casal Boccone)[cxxxv]; la prossimità di queste date a quelle nelle quali Dionisio era in Francia fa ritenere che non dovrebbe esserci stato alcun viaggio in Scozia.

Al momento null’altro si conosce sulla nunziatura effettuata dal Nostro. Soltanto si può concludere che, qualunque fosse stato il risultato immediato di una eventuale missione del Laurerio, facendo nostre le osservazioni di J. Law sulla politica pontificia un Scozia, Paolo III

 

dimostrò la sua completa dipendenza dalla Francia [cxxxvi]. Alla metà del Cinquecento il papato non possedeva le risorse per esercitare un ruolo decisivo ed indipendente negli affari scozzesi. Dove Paolo III era stato in grado di fornire un contributo, mediante l’invio di un nunzio fornito di denaro ed attraverso l’esercizio del diritto di designazione dei benefici scozzesi, egli determinò il consolidamento della politica francese.

 

             L’uso improprio del denaro portato da Roma ed il fatto che fosse lasciata irrisolta la situazione ecclesiastica, «enfatizzano il ruolo secondario giocato dal papato e dai suoi rappresentati»[cxxxvii], mentre l’Inghilterra continuava a sostenere il protestantesimo scozzese e l’opposizione politica alla Francia ed al partito di Maria di Guisa (sposata da Giacomo V in seconde nozze, vedovo di Maddalena).

 

 

7. Il bisogno di riforme e l’elezione al cardinalato

 

Il ritorno del Laurerio a Roma vede l’inizio di un altro gravoso impegno, fortemente voluto dal Farnese fin dall’elevazione al soglio: una sincera riforma della Chiesa, che, per il precipitare degli eventi, poteva sfociare solo nell’urgente convocazione di un concilio ecumenico.

Probabilmente il Servita, in visita alle nazioni del Nord Europa, doveva essere rimasto profondamente scosso nel costatare quanto grave e colpevole fosse sentita la condotta della S. Sede. Un febbrile lavoro fece sì che nell’autunno del 1537 il Generale desse al pontefice ed al Consilium quator delectorum super reformatione Romanae Ecclesiae (composta dagli illustri cardinali Contarini, Carafa, Simonetta e Ghinucci) una Compositionum defensio: un «coraggioso documento nel quale il Laurerio [] suggerisce quello che era necessario riformare in riguardo al compenso che si richiedeva per ottenere documenti pontificii, cosa che sembrava sapesse di simonia»[cxxxviii].

Le parole del Nostro risuonarono durissime per la Curia romana; indirizzandosi a Paolo III, così si pronunciava: 

 

Ma se anche tu deciderai di ritenere quello che è giusto ed equo, a proposito delle composizioni e perciò giudicherai di non toglierle (del tutto), non tentennare, te ne prego, nell’abolire quei funestissimi abusi che nascono dall’insaziabile avarizia umana e che hanno resa ingrata, anzi odiosa, a tutto il mondo cotesta S. Sede [cxxxix].

 

Parole terribili, per le mentalità e gli usi dell’epoca, che l’autore accompagnava con dotte citazioni di S. Tommaso e numerosi altri antichi maestri. Ehses[cxl] colloca, all’incirca, nel mese di ottobre il periodo in cui la Compositionum vide la luce, mediante l’esame delle numerose copie manoscritte divise tra Roma, Milano, Venezia e Napoli; fra tutte citeremo il cod. Barberini lat. 5362[cxli] che attribuisce al Laurerio la paternità dello scritto [cxlii]. E’ indubitabile che pochi atti più di una vera requisitoria sugli abusi perpetrati nell’amministrazione della Dataria nella Curia Romana possono meglio testimoniare la severa concezione del governo ecclesiastico da parte del Laurerio e la necessità assoluta di procedere ad energiche riforme: tutta la sua attività, dall’incarico di priore generale in poi, sembrano perfettamente finalizzate al raggiungimento di quella meta, sia nell’ambito dell’ordine servita che in quello dell’intera Chiesa.     

Il 1538 vide, invece, l’imposizione delle decime ecclesiastiche imposte dal pontefice, tornato dal convegno di Nizza, il quale «per apparecchiare un’armata navale contra il Turco, a’ suppliche del Generale Laurerio, che gli rappresentò la necessità, e povertà del suo ordine, concedette che dimidia tantum pars decimarum solveretur» , come scrive il de Nicastro[cxliii]: la bolla di papa Paolo è del 16 luglio di quell’anno[cxliv].

Nel 1539 la Commissione per la riforma fu elevata da quattro ad otto membri, in quanto era stato deciso di riformare, oltre la Dataria, anche Rota, Cancelleria, Penitenzeria e Tribunali[cxlv]; in realtà non sembrava agevole eliminare gli abusi in quanto che «equivaleva togliere al papa il suo sostentamento»[cxlvi]. Il cardinale Contarini continuava a sollecitare il Farnese a nominare in Curia persone distinte, «come mezzo migliore per promuovere la riforma»[cxlvii]. E già ad ottobre cominciò a vociferarsi delle future nomine cardinalizie per il prossimo Natale[cxlviii].

Effettivamente gli storici riconoscono che il concistoro del 19 dicembre premiò quasi esclusivamente «persone distinte e tali, da cui il mondo cattolico poteva attendersi il meglio: ciò vale specialmente per il dotto Dionisio Laurerio», «importante teologo», e poi per Guidiccioni, Cervini e Fregoso[cxlix]. Grande festa nell’ordine dei frati serviti, perché per la prima volta dalla fondazione un confratello era creato cardinale, e sommo onore usò il pontefice col loro generale in quanto inviò a lui

 

 a quattro hore di notte la barretta di Cardinale per mano del suo Pier Luigi Farnese Duca di Parma, e di Piacenza, nel che anche ad intender diede quanto affettuosamente l’amasse, e lo creò Cardinal Prete col titolo di S. Marcello[cl].

 

La bolla di nomina indirizzata al Laurerio, sottoscritta dal pontefice e dai cardinali, è conservata in originale presso l’archivio dei serviti. Il decreto reca le firme autografe di alcune tra le più grandi figure della storia della Chiesa di quel tempo, in primis Paolo III Farnese, insieme con insigni membri del Sacro Collegio, Bembo, Sadoleto, Contarini, Giovanni del Monte (futuro pontefice nel 1550 col nome di Giulio III), Marcello Cervini (al Sacro Soglio nel 1555 col nome di Marcello II), Gian Pietro Carafa (papa fino al 1559 come Paolo IV). E quelle firme sono il miglior sigillo ai giudizi che la bolla riporta, ripercorrendo lo straordinario cursus honorum di Dionisio Laurerio e, soprattutto, le particolari qualità di fede, di dottrina e di animo che lo distinguevano: l’impegno a restituire dignità alla vita conventuale corrotta dai costumi dell’epoca, la splendida mente, la sua celebre dottrina, la singolare onestà e saggezza, la generosità in mezzo alle difficoltà, la fermezza nelle decisioni, l’esattezza nel pronunciarsi, ed infine la massima prudenza in tutte le cose,

 

per cui non hai temuto di portare a termine i molti incarichi sopportando affanni e pericoli occorsi da troppo tempo, anche nella stessa Chiesa Romana; sappiamo che sono state riconosciute le difficili imprese, specialmente al tempo delle persecuzioni della giusta fede, funzioni svolte per Noi e per il Pontefice del tempo.

 

Può ben applicarsi a quelle bolla quanto dedica G. Palazio al nostro Dionisio in Fasti Cardinalium ecc.[cli] : «Excelsus est, humilia respicit e alta a longe cognoscit» (Salmo 137); ovverossia: Egli è l’Eccelso, ma gli umili esalta, e i superbi conosce di lontano. L’onesto Sadoleto scrive personalmente al Laurerio da Carpentras il 13 febbraio del 1540 congratulandosi per la sua investitura: la lettera è la prima conosciuta tra le molte che i due si scambieranno, e compare nella raccolta  Jacobi Sadoleti S.R.E. Cardinalis Epistolae ecc.[clii], citata più avanti.

Il 12 febbraio il “San Marcello” aveva ricevuto la preconizzazione per la cattedra episcopale di Urbino, del quale incarico abbiamo, però, pochissime notizie poiché egli governò esclusivamente a mezzo del vicario generale[cliii]. Fa fede della delusione per la mancata investitura di Benevento una avvilita lettera del Laurerio datata 26 giugno, diretta al cardinal di Carpi, «legato dela Marca»; proprio il nuncio Rodolfo Pio, testimone e cronista dell’attività diplomatica svolta dal Nostro presso la corte di Francia. La corrispondenza, indirizzata ad un cardinale della sua stessa corrente filoimperiale[cliv], comincia con un’accorata dichiarazione di impotenza:

 

Ill[ustrissi]mo et Re[verendissi]mo S[igno]r mio

Io mi trovo in gra[n] travaglio sendo privo dela gratia delo Ill[ustrissi]mo et

R[everendissi]mo Farnese []

 

Il cardinal Alessandro Farnese, nipote del pontefice, già da qualche anno protettore di Giovanni Della Casa, è schierato dalla parte di questi, ponendo il veto alla nomina arcivescovile del Laurerio per la prestigiosa sede di Benevento (cosa che invece sembrava scontata per il successivo concistoro)[clv]:

 

[] et questo ha fatto etiam S[ua] Ill[ustrissi]ma et R[everendissi]ma S[ignoria] ha pegliato per inpresa. Di far’ dar’ larcivescovado di Benevento al Mons. Gio[vanni] dela Casa; del etiam non mi curerei po[n]to, se non sene fusse tanto parlato etiam la cosa, e publica, et publico il scorno ne segue, [] heri si dovea proporr’ in co[n]cistorio, se la pieta et bonta di S. Bea[titudi]ne no[n] pigliava delationi, pero credo senza fallo seguiva leffetto []

 

Lo stesso Paolo III si era poi pentito dello scavalcamento operato a danno del fedele amico:

 

[] et li spiaceva al fine che false relationi di huomini senza spirto havermi postposto ad altri []

 

Talmente cocente, tuttavia, la delusione del Servita da fargli dubitare che i meriti acquisiti presso la famiglia Farnese sarebbero un giorno stati equamente ricompensati:

 

 [...] et certo li meriti di S[ua] Bea[titudi]ne, co[n] il cumulo deli ben[e]fitii mi obligano tanto et di tal sorte. Etiam spender’ ogni di la vita p[er] servitio di S[ua] Ill[ustrissi]ma et R[everendissi]ma S[ignoria] et di ciascuno di casa sua, no[n] paghera mai il debito, et co[n] questa fo fine [] etiam mio S[igno]re Idio la conservi et prosperi  Di Roma il dì XXVI di giugno del XXXX.

Di V[ostra] Ill[ustrissi]ma et R[everendissi]ma S[ignoria] Humil[issim]o et devotiss[im]o serv[itore] Il car[dina]le di Sa[n] Marcello [clvi]

 

In effetti, era ben noto che il Della Casa, allora chierico della Camera Apostolica, mirasse alla cattedra beneventana, poiché aveva ottenuto in quell’anno soltanto l’incarico di commissario per le decime (in Romagna, poi ad Ancona, quindi a Firenze)[clvii]. Egli fece di tutto per brigare ai danni del Laurerio il quale, infatti, non ebbe neppure il tempo di riuscirvi. Per il prelato fiorentino, invece, la desiderata nomina a metropolita beneventano si sarebbe avverata nell’aprile 1544, grazie ai cardinali Bembo, Cervini, Del Monte e, soprattutto, al suo protettore il cardinal Farnese; assegnazione a cui, prestissimo, sarebbe seguita anche quella di nunzio apostolico a Venezia. Viceversa, la porpora gli sarebbe stata definitivamente preclusa a causa dei trascorsi di letterato, autore di sconce opere profane, e poco sensibile al voti di castità anche da tonsurato. Proprio la mediocre statura morale del prelato fiorentino costituiva il legittimo motivo dello scoramento di Dionisio verso «huomini senza spirto» che lo hanno danneggiato mediante menzogne e con «publico scorno»; non è stato possibile capire esattamente a cosa si riferissero quelle falsità, considerando che le uniche accuse mosse al Laurerio, di cui si abbia memoria, sono quelle relative alle cosiddette pratiche magiche.

Tuttavia, la stima di Paolo III per il Nostro appare, immutata, anche da quanto scrive A. F. Piermei[clviii]: il papa, dopo aver sempre raccomandato ai suoi cardinali scelti per la riforma della Chiesa di consultarsi col priore generale dei serviti, una volta elevato questi alla porpora, lo nomina nella medesime commissione, ed il 17 agosto del 1540 gli conferisce l’alta dignità di Penitenziere Maggiore. L’autore scrive che tanto è dimostrato dagli Atti Concistoriali di quel giorno; secondo Ehses il giorno 27, venerdì, nel concistoro adunato in S. Marco[clix], Laurerio sarebbe stato nominato nella commissione di riforma «pro poenitentiaria», insieme con Contarini e Carafa, senza però riferire di ulteriori nomine che riguardassero il Servita.

L’ottenimento dell’incarico di penitenziere maggiore sarebbe comprovato anche da una lettera che il card. Pole scrive al Laurerio, cardinale di San Marcello, per ringraziarlo delle parole consolatorie rivoltegli per la morte di sua madre: «[] quam dignam statim persona majoris Poenitentiarii iudicavi, quam R[everendissi]ma Dominatio vestri gerit» [clx]. Allo stesso ufficio alluderebbe anche il cardinale Sadoleto scrivendo al Laurerio nella citata corrispondenza del 13 febbraio 1540: «Ad eam voluptatem, quam acceperam ex amplificatione tua dignitatis accessit litterarum tuarum suavitas»[clxi].

L’epistolario di quel porporato è anche fonte di conoscenza sulla solidità della reciproca stima intercorsa con il cardinale di S. Marcello: così la lettera del 9 maggio[clxii], in risposta a precedente corrispondenza, e quella del 18 aprile dell’anno successivo. Quest’ultima ritrae Sadoleto che scrive all’amico sulla propria composizione  De Aedificatione Catholicae Ecclesiae, supplicando «Dionisy doctissime» affinché esamini lo scritto da cima a fondo, anche correggendo gli errori. «Quid enim est repraehendi, nisi alieno labore fieri meliorem?»[clxiii]. Un’altra lettera testimonia la grande gioia del Sadoleto nel sapere ancora in vita l’amato amico quando, invece, si erano diffuse false voci sulla sua morte durante la legazione in Lucca, nel medesimo anno 1541[clxiv]. Del resto, anche gli epistolari dei cardinali Polo e Contarini manifestano in tutta evidenza quanto il parere e l’amicizia di fra Dionisio fossero ricercati dai più eminenti membri del Collegio.

Il comune impegno, insieme al Sadoleto, alla ricerca di un’intesa coi luterani, fino a giungere alla convocazione della dieta di Ratisbona, sono comprovati anche dagli scritti indirizzati al Laurerio, al Carafa ed al Fregoso, «ut trium sapientissimorum Cardinalium [] judicio subiiceret»[clxv]. Alvise Priuli, incaricato di trasmettere i pareri dei tre porporati, una volta riferiti quelli del card. Carafa e del card. Fregoso, riportava anche il pensiero del San Marcello. Questi avrebbe direttamente corrisposto con il legato, tuttavia al Servita sembrava che, nell’accordo coi protestanti, il Contarini avesse, sì,

 

fatto guadagno: ma che era ben d’avvertire, che guadagnando con quei di lì non si perdesse con questi di qui[clxvi].

 

I notevoli ostacoli frapposti alla riforma dei dicasteri della Curia trovavano ulteriore intralcio proprio nell’abbandono di Contarini, partito nel gennaio 1541 per Ratisbona, e nella morte di Ghinucci e Fregoso a luglio. Anche la questione relativa alla limitazione delle commende sui monasteri e sui meriti dei candidati nella collazione dei vescovadi videro un rigido Laurerio, così come nell’attacco al legato per le sue opinioni accomodatizie[clxvii]. Purtroppo, l’estrema lentezza nella ricerca della soluzione di tutte le gravi questioni inerenti il governo della Chiesa, con l’ulteriore rapido ingigantirsi del problema luterano, si assommavano alla prima tra le preoccupazioni: la cristianità, già divisa dallo scisma inglese, era tuttora minacciata dal perenne contrasto, bellico e politico, tra le grandi potenze del tempo, Francia e Spagna.

Laurerio, filoimperiale, fu tra i convitati del convegno di Lucca tra Paolo III e Carlo V, il quale vi giunse il 12 agosto secondo la cronaca trascritta nel codicetto del padre Romano[clxviii]. In verità l’estensore dell’appunto erra nell’indicare l’anno, riportando il 1540 anziché il corretto 1541, comunque annota scrupolosamente l’arrivo del priore generale nel convento servita di Pistoia «con 25 cavalcature la Domenica e stette la Domenica e Lunedì» (il calendario ci può dire solo che poteva trattarsi del 14 ovvero il 21 oppure il 28 agosto). Il manoscritto di N. Tucci[clxix] data il convegno all’8 settembre; secondo Jedin[clxx] Carlo V  «si incontrò a Lucca col Papa dal 12 al 18 settembre per discutere con lui la situazione politica generale, e i progetti ad essa strettamente collegati del Concilio e della riforma della Chiesa in Germania». A noi preme sottolineare che il Laurerio vi giunse «amalato in lettica», come scrive il predetto cronista, aggiungendo che  «il convento li fece grande onore», come ci si poteva aspettare, e «poi [fra Dionisio] andò a Prato e Firenze»[clxxi]. L’aperto schieramento di Dionisio nelle file dei partigiani dell’imperatore gli meritò, come sempre, la dovuta attenzione di Carlo V, così come riportato dal de Nicastro; del resto, la sua figura di porporato, tra i consiglieri più ascoltati dal Farnese, necessariamente richiedeva la sua presenza nel vertice in un posto di rilievo e, quindi, nella scelta delle conseguenti decisioni politiche.

Il de Nicastro annota che il cardinale, da Lucca, era stato inviato a Firenze in nome del pontefice

 

e di Cesare []. Il motivo di questa trasmessione fù per esortare il Duca Cosimo al Concilio. Giunto il Cardinale in Firenze fù ricevuto onorevolissimamente, siccome era dovuto, dal Duca. Ciò però non ostante volle egli dimorar nel suo Convento dell’Annunziata[clxxii].

 

Forse per l’aggravarsi delle condizioni di salute, ovvero a causa dei tempi necessari a terminare l’ambasciata, il generale fu tuttavia costretto a trattenersi ininterrottamente a Firenze per tre mesi, come scrive il Ciaconius[clxxiii]. Nell’estate del ’42 , certamente non ristabilito, si recò al convento servita di Monte Senario, sulle colline di Firenze, e poi sul Monte Amiata, ai Bagni di San Filippo, per i quali si era adoperato con il granduca affinché sollecitasse un pronto restauro.

 

Onde il pio, e generoso Principe, in poco tempo fece adempier tutto quel che saggiamente gli haveva insinuato il Cardinale; e successivamente gl’infermi cominciarono a frequentare i suddetti bagni [clxxiv].

 

Doveva essere ben avanzata la malattia del Laurerio se, morto il cardinale Aleandro il 1° febbraio, il Serristori, ambasciatore fiorentino, già relazionava in patria il giorno successivo con queste parole: gli imperiali «resteranno con pochi cardinali se di nuovo non ne sono provisti perché credo che ci sarà per pocho tempo del rev. Cesarino et S. Marcello»[clxxv].

Il Nostro, con lettera del 24 marzo 1542, aveva convocato il Capitolo Generale in Faenza per il successivo 27 maggio, dichiarandosi indisposto alla proroga del mandato di priore generale dell’Ordine[clxxvi]; dimissioni accettate da Paolo III con breve del 3 maggio[clxxvii]. Nel Capitolo

 

fu eletto Maestro Generale il Padre Agostino Bonuccio di Arezzo, degno allievo dello stesso Cardinale. Giusta le Costituzioni dell’Ordine, e gli ordini di detto Cardinale, furono rigittati tutti i voti degli assenti trasmessi per iscritto; e solamente furono ammessi i voti secreti de’presenti [clxxviii].

 

Non sapremmo dire per quale motivo la nomina di Laurerio, tanto debilitato nel fisico, a Legato in Campania (o Campagna) e Benevento, registrata l’11 agosto[clxxix]; forse solo il tardo benestare papale per esaudire il desiderio del fedele prelato: poter tornare nella sua terra da massimo rappresentante dell’autorità pontificia. L’affetto verso i suoi concittadini, invece, mai era venuto meno: né aveva rinunciato alla carica di arcidiacono della cattedrale, né smesso di accogliere le richieste che gli giungevano dalla città; per tutte vedasi, a tal proposito, presso l’Archivio Capitolare di Benevento, la supplica rivoltagli dal Capitolo per essere difeso da alcune pretese dell’abate di S. Modesto[clxxx].

Gli ultimi mesi di vita vedono il Laurerio impegnato allo spasimo nella battaglia delle diplomazie tra Francesco I e Carlo V: il Nostro, dopo le minacce del re francese di apostatare, intollerabile per il pontefice e per l’imperatore, ebbe un terribile intervento in concistoro, chiedendo con veemenza che fosse tolto a Francesco l’appellativo di “Re Cristianissimo”. Solo la reprimenda del cardinal De Cupis, decano del Sacro Collegio, lo riportò alla disciplina, e comunque non mancarono le voci di chi «quare ab illis verus Servita dictus est, cum plusquam servili adulatione erga Carolum laboraverit». Così il Ciaconius [clxxxi].

A sentire il de Nicastro[clxxxii], il Laurerio «fu sommamente stimato dal già detto Carlo V, ed egli fu sempre verso di Cesare affezzionatissimo [sic]»; prosegue narrando l’episodio sopra riportato, e conclude affermando che le definizioni di «vero servo» attribuitegli dal Giovio «sono le insulse, e fredde parole già dette in quel tempo da alcuni ciarloni, e momi».

 

 

11. Creazione della Santa Romana Inquisizione e morte del Laurerio

 

Il mese di luglio del 1542 vide anche uno dei passi decisivi che metteranno fine al Rinascimento ed avvieranno l’Europa verso la Controriforma: l’estendersi dell’eresia a molte città, fra le quali Modena e Lucca, determinò il pontefice, dietro pressione del Carafa, Juan de Toledo ed Ignazio di Loyola, a nominare sei cardinali in qualità di inquisitori generali. Sernini informa il duca di Mantova, il giorno 8, di aver saputo dal cardinale Accolti il numero dei cardinali designati; Serristori, il successivo 10 luglio, comunica i primi nomi:

 

S[ua] S[anti]ta [] ha fatto 4 [sic] inquisitori sopra questa heresia scopertasi nuovamente in Lucca, i quali sono questi rev[erendissi]mi cioè il Guidiccione, S. Marcello, S. Croce et un altro per levare via tale infectione di quella città, essendo cosa di malissima digestione [clxxxiii].

 

La costituzione Licet ab initio del 21 luglio «dava nuova forma a tutta l’Inquisizione e creava in Roma un’autorità centrale per tutti i paesi, la cui prima attività era diretta a soffocare l’eresia in Lucca» [clxxxiv]. La commissione decisa dal Farnese comprendeva «cardinali di fede, dottrina e virtù provate»[clxxxv]: Carafa, Morone, Parisio, Guidiccioni, Laurerio e Badia; «nella geografia curiale, la composizione è leggibile come un compromesso tra la tendenza conciliatrice e aperta capeggiata da Gaspare Contarini (Morone, Badia) e quella tradizionalista e curiale (Guidiccioni)»[clxxxvi]. La sfera d’azione «doveva estendersi a tutta la cristianità tanto al di qua quanto al di là dei monti, a tutta l’Italia ed eziandio alla Curia romana».  Il Pastor, che non ha mai potuto accedere agli atti conservati nell’Archivio dell’Inquisizione Romana, osserva tuttavia che «da principio questo tribunale fu temperato e mite, in corrispondenza della natura di Paolo III; (…) ma in seguito all’inumano rigore del Carafa, esso guadagnò tale importanza, che ritenevasi non darsi in tutto il mondo giudizi più spaventosi e da temersi»[clxxxvii]. Così anche M. Niccoli, che osserva come poco si conosca dei documenti direttamente prodotti dal Tribunale, perché tuttora conservati in gran segreto; però «tutto lascia credere che sotto Paolo III si procedesse con grande mitezza»[clxxxviii].

Lo stesso cardinal Contarini, tornato a Roma da Ratisbona, fu sospettato di vicinanza ai luterani, ed i suoi scritti furono esaminati dall’Inquisizione, poco prima della morte avvenuta nell’agosto del 1542. Del resto, secondo Jedin, egli era stato «il capo riconosciuto di circoli religiosi vicini all’Evangelismo raggruppati intorno a Pole, Gonzaga e Giberti. In Germania era considerato, con Pole, Sadoleto e Fregoso come sincero amico di intesa con i protestanti»[clxxxix].

E’ probabilmente poco significativo il diretto contributo del Laurerio alla nascente Inquisizione Romana, visto che la creazione di questa avveniva in una fase avanzatissima della sua malattia; né possiamo stabilire quanto egli abbia potuto incidere sulla rapida metamorfosi del nuovo organismo verso la inarrestabile macchina guidata dal Carafa, né quanto avrebbe potuto indirizzare, da celebrato teologo, il nascente Concilio di Trento. Certo, gli stessi prestigiosi incarichi attribuitigli da Paolo III, alla vigilia conciliare, dimostrano quanto confidasse il pontefice sulla diretta collaborazione del Servita[cxc]. Il 18 settembre il papa aveva nominato Gian Matteo Giberti, vescovo di Verona, e Giantomaso Sanfelice, vescovo di Cava, a commissari per la direzione organizzativa conciliare, ed il 16 ottobre aveva deciso per la nomina dei cardinali Parisio, Morone e Pole quali legati conciliari; tuttavia il 17 settembre aveva già visto la dipartita di Dionisio Laurerio, impegnato nella sua legazione in Campania.

 Rossi scrive che la morte lo colse a Frosinone, ma certamente non a Roma[cxci]; qualcun altro aveva scritto a Frosolone[cxcii], citando a sua volta lo Specimen eorum, quae in texenda Synopsi Priorum Generalium O. S. M. ecc. del Padre G. M. Bergantini. La missione pare comprovata dal Liber mandatorum di Benevento che registra per il giorno 10 settembre[cxciii] la presenza in città del «locotenente del reverendissimo cardinale di S. Marcello» al quale i consoli donarono robbe per otto ducati e disposero che cento ducati fossero spesi per «un bacile e altro»[cxciv] da offrire al cardinale in occasione della sua venuta.

La salma era poi stata portata a Roma e tumulata in San Marcello. Secondo il de Nicastro[cxcv]

 

nelle solenni esequie celebrate al medesimo nella Chiesa di S. Marcello, il Padre Baccelliere Frà Domenico di Verona recitò una nobilissima Orazione funebre, in cui intessé le laudi del defunto Cardinale. Ad ogni modo ognun credette, che facondo Panegirista delle di lui glorie fossero le sue eroiche virtù, e le copiose lacrime che tutto il Cristianesimo addolorato per la immatura sua morte []. Ed in vero non altro che Roma potea dare pari sepolcro ad un tanto Campione; ne in altra Chiesa, che in quella di S. Marcello del suo Ordine, e titolo un Religioso Cardinale, così osservante, poteva dopo morte havere il suo Campidoglio.

 

Certamente fu pianto da molti fedeli amici, tra i primi i confratelli del suo ordine: l’Annunziata di Firenze annota al giorno 5 ottobre «Ricordo come questo dì venne diretta da Roma […] come el R[everendissi]mo di S. Marcello nostro cardinale era morto in legazione di Campagnia [sic] […] Così Iddio per sua pietà e misericordia gli dia il paradiso»[cxcvi]. Dispiacque grandemente al Sadoleto, che, dopo aver saputo della morte del Contarini, avvenuta il 24 agosto, scriveva il 22 ottobre a Carlo Gualterucci: «Non so qual mia disgrazia sia di perdere così a coppie gli amici miei cari»[cxcvii].

 

12. Laurerio nella memoria storica

 

La morte di Dionisio Laurerio, come spesso capita per personaggi che abbiano avuto rilevanza sulla ribalta della Storia, anziché porre termine alle incognite che hanno accompagnato in vita quelle figure, determina la nascita di nuovi enigmi che non trovano immediata soluzione. Infatti, gli studiosi hanno attribuito solo pochissime opere a stampa al Nostro, addirittura nessuna secondo de Nicastro:

 

Questo gran letterato non dette alla luce veruno parto del suo ingegno, e specialmente di Prediche, e Panegirici, o’ perché la molte lo tolse immaturo, o’ perché le legazioni sostenute, e le occupazioni di Cardinale, e di Vescovo non glielo permisero, o’ pure perché la sua eroica modestia sui nominis celebritatem invidit. Ad ogno modo sarà egli sempre applaudito dalla fama coll’encomio, che fuit Vir adhuc suo nomine maior; & in quo docendi, ac dicendi facultas cum heroica virtute decertavit[cxcviii].

 

Tutto ciò rende problematica la ricerca di ulteriori rilevanti notizie. Al contrario, egli dovrebbe aver scritto almeno le opere seguenti:

a)   Plurima ad artem mathematicam pertinentia, già ricordata a proposito degli studi scientifici del Servita; ma il Bergantini sospettava dubbia la cosa;

b)  Selectae quaestiones theologicae;

c)   Orationes ad Carolum V, Henricum VIII Angliae regem, Cosmum Ducem Hetruriae;

d)  De reformatione Curiae Romanae;

e)   Epistolae multae[cxcix].

Tuttavia, a causa degli incarichi ricoperti dal Laurerio, per essere stato il primo porporato del suo ordine, per la celebrità di cui aveva goduto nel suo tempo, nonché per il sicuro prestigio acquisito dai frati serviti per suo personale merito, tutto ciò avrebbe dovuto determinare un sicuro proliferare di studi sulle sue opere. La sua stessa vita, che, come meteora, in soli 12 anni di presenza sulla scena di tanti grandi accadimenti dell’epoca, lo aveva visto godere del favore dei potenti, faceva dire al citato padre Bergantini:

 

Io lo stimo quanto ogn’altro ( se non forse più) de’ più cospicui Cardinali di Paolo III, e ne sono di tal maniera innamorato, che se fosse in Roma, moverei come si suol dire ogni pietra per trovare qualcosa di suo, o nella Vaticana, o in Castel S. Angelo, o negli altri più secreti archivj [cc].

 

Ebbene, sembra che tutta la grandezza delle sue attività abbia solo determinato, per quattrocento anni, un gran desiderio di studiarle, salvo arrestarsi subito dopo; la lapide riportante l’iscrizione funebre, citata in apertura del saggio[cci], fu apposta su un sepolcro che non è più rintracciabile da secoli. Vero è che San Marcello fu una chiesa impegnata fin dal secolo XVI in ripetuti restauri, ma è forse agevole immaginare che vi sia scomparso finanche il ricordo della dislocazione[ccii] ? E la stessa Benevento, ove pure un Vincenzo Laurerio, Magnifico Domino [cciii], continuava a vivere quindici anni dopo la morte del cardinale, ha serbato solo le lettere presso la famiglia Roscio ed il ritratto presso la Pedicini[cciv]? E’ possibile che nulla resti a Toro? Nulla al di fuori della tradizione orale, che tuttora riferisce di cospicue eredità con le quali i Laureli stipularono vantaggiosi contratti matrimoniali? 

Un discorso a parte merita l’oblio totale in cui caddero i rapporti, se ve ne furono, tra le parentele di Amelia ed il celebre prelato: non si può accettare di ritenere che una piccola comunità, così vicina agli ambienti curiali vaticani, potesse considerare con indifferenza il legame di sangue che univa la famiglia di origine con il cardinale. Viene, dunque, da ripensare a quanto scritto sul padre di Dionisio nell’ambito della famiglia Laurerio: se é vero che i suoi vennero a Benevento perché anello più debole della stirpe, è probabile che i grandi inevitabili disagi che accompagnano da sempre l’errare di un “espatriato”, seppure colto e socialmente inserito, avranno pesato non poco negli anni di ambientamento nella nuova terra; ove tutte le amicizie e frequentazioni dovettero essere daccapo ricreate. Cosicché, una volta diventato celebre «sua virtute», favori e benefici dovettero essere stretto appannaggio dei soli familiari prossimi del Nostro.

L’intera ricerca svolta per esaminare tutto quanto fosse ricostruibile sulla vita del Laurerio ha trovato un solo punto che possa giustificare quella che, nei fatti, è l’incomprensibile perdita della memoria storica, al di là delle scarne note che i vari biografi ebbero a tracciare (per lo più, citando ogni storico gli immediati predecessori).

I  giorni che videro la morte del Servita assistettero al dilagare del luteranesimo in molte parti d’Italia; addirittura nella stessa Urbe, se, nonostante l’Inquisizione, finanche nel 1545 e nel 1547 alcune relazioni citate dal Pastor descrivono Roma  frequentata da numerosi luterani[ccv]. Conservato nel Record Office di Londra [ccvi], un dispaccio del 10 ottobre 1542 indirizzato da Paget ad Enrico VIII spicca per la notizia della morte del cardinal Dionisio Laurerio, ma soprattutto riferisce della fuga in Germania di suo fratello, fra Bernardino,

 

a cordelier, esteemed above all in Rome for learning, virtue and preaching, is fled to Germany and professes himself  ‘one of theirs’ .

 

Dunque, «un frate, stimato sopra tutti in Roma per la cultura, la virtù e la preghiera», ma che ora «si professa uno di loro»[ccvii]. Infatti, molti prelati sinceramente desiderosi di una reale, efficace riforma dei vertici della Chiesa universale (Sadoleto, Contarini, Fregoso, Morone, ecc.) erano stati indistintamente confusi con gli esponenti più radicali della Riforma protestante. Da tutto questo la fuga di Bernardino, fratello carnale di uno dei sei Inquisitori Generali, evidentemente nei giorni immediatamente successivi alla morte di fra Dionisio; così come quelle di Bernardino Ochino, celebre predicatore generale dei cappuccini, amato da Pietro Bembo, dal Pole e da Vittoria Colonna, e del canonico lateranense Pietro Martire Vermigli, con il minorita Camillo Renato.

 

Richiesti o costretti a dare spiegazioni circa le loro dottrine, essi fuggirono all’estero; dando così inizio a un esodo di dissidenti religiosi, o almeno di parecchie decine di loro, che spostò la sede delle controversie teologiche italiane intellettualmente più impegnate dall’Italia a Ginevra, Basilea, Zurigo, Cracovia, Alba Iulia e soprattutto nei Grigioni, prima tappa della maggior parte di essi e tappa finale per molti [ccviii].

 

I tentativi di riforma di Paolo III erano consistiti soprattutto nella elevazione alla porpora di alcune delle più elevate figure dell’epoca, e nel rimaneggiamento del personale della Dataria, l’ufficio che amministrava l’assegnazione dei benefici; la precoce morte di Marcello Cervini, vero antinepotista, pontefice per soli 20 giorni, aveva impedito una volta di più il compimento di quel bisogno di autentico rinnovamento chiesto a gran voce dai tanti che, assieme al cardinal Seripando, volevano «togliere dall’avvilimento in cui erano cadute le belle parole; Chiesa, Concilio, Riforma». Gli anni a metà del secolo, testimoni del trionfo della Controriforma e del disfacimento di ogni tentativo di fermare Paolo IV Carafa dall’ «innalzare l’Ufficio dell’Inquisizione al vertice della gerarchia curiale»[ccix], calarono una spessa cortina sulla vita di Dionisio Laurerio, quando probabilmente si osservò con nuovo sospetto la reale portata della Compositionum defensio, evidentemente trasformata in un ingiustificabile attacco alle prerogative del pontefice e della curia. Neppure la morte del Carafa (1559), con le conseguenti distruzioni del palazzo dell’Inquisizione e della statua del pontefice in Campidoglio, e con la riabilitazione dei prelati perseguitati, servirono a liberare la figura del Laurerio da connotazioni negative: il successore di Paolo IV, Pio IV, chiuse il Concilio di Trento il 4 dicembre 1563 con il riconoscimento della superiorità papale all’assemblea conciliare, senza altre possibilità d’apertura ai protestanti, con tutto quello che ne sarebbe seguito nei secoli a venire.

Se, dunque, venti anni dopo la morte del Laurerio neppure il suo ordine religioso tentò di “riabilitarne” la memoria mediante lo studio del pensiero, così come non fu fatto a Benevento, lacerata da una continua lotta intestina che da tempo insanguinava la vita cittadina, inevitabile fu la perdita di qualsivoglia interesse ad esaminarne la figura con un’approfondita indagine storica: soprattutto allorquando la riforma della Chiesa era sfociata nella radicale, inconciliabile contrapposizione tra Riforma Protestante e Controriforma. E la più importante produzione storiografica italiana stava nascendo soltanto in quel XVI secolo, grazie alla forza di grandi studiosi del pensiero politico.

La memoria di Dioniso Laurerio, nonostante l’importanza e l’originalità delle idee e delle opere, rivolte alla rivalutazione di un’autentica spiritualità ed esplicata in pochissimi anni di azione, rimase dunque così confinata piuttosto alle rare carte d’archivio che alle rapide cronache di cui fu oggetto. Solo la fruttuosa ricerca di ulteriori testimonianze contemporanee, in primis sui rapporti con le istanze di riforma, potrà aggiungere informazioni significative, valide per l’approfondimento della storia personale del Servita e della travagliata Chiesa del suo tempo.

 

 

 

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ã F. LAURELLI 1997

©  RIVISTA STORICA DEL SANNIO 1997

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LEGENDA

 

ACAm     ARCHIVIO COMUNALE DI AMELIA

ASFI       ARCHIVIO DI STATO DI FIRENZE

ASNA     ARCHIVIO DI STATO DI NAPOLI

ASRM    ARCHIVIO DI STATO DI ROMA

ASS        ARCHIVIO STORICO DEL SANNIO , BENEVENTO

ASV       ARCHIVIO SEGRETO VATICANO

ASBN    ARCHIVIO DI STATO DI BENEVENTO

ASCB    ARCHIVIO DI STATO DI CAMPOBASSO

ASCS    ARCHIVIO DI STATO DI COSENZA

ASLU    ARCHIVIO DI STATO DI LUCCA

ASMN   ARCHIVIO DI STATO DI MANTOVA

ASTR    ARCHIVIO DI STATO DI TERNI

BAV     BIBLIOTECA APOSTOLICA VATICANA

BNN     BIBLIOTECA NAZIONALE DI NAPOLI

BNF      BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE  

RSS      RIVISTA STORICA DEL SANNIO

 

 

 

 

  

NOTE   


[i]G. V. CIARLANTI, Memorie Storiche del Sannio, Isernia 1644, p. 475.

[ii] Biblioteca Apostolica Vaticana [d’ora in poi BAV], v. 167, f. 326.

[iii] C. EUBEL, Hierarchia Catholica Medii et Recentioris Aevi, Münster 1913, vol. III, p. 27.

[iv] Nel Totius Latinitatis Onomasticon opera et studio doct. Vincentii De-Vit (Prati 1859-1867, t. VII, p. 179) è offerto solo l’esempio del nome Agrius, definito «nomen virile, græcum; Agriwz , quod silvestrem ac ferum significat». La possibile corruzione dal greco Nearchus  (Nearcwz , che significa «comandante delle navi»), rappresenta una seconda alternativa per la spiegazione al Neagrus di Laurerio, che portava già nel primo nome una denominazione altrettanto ispirata ai miti della Grecia antica.

[v] G. DE NICASTRO, Memorie intorno alla patria, ed alla vita del Cardinale Dionisio Laurerio Servita; una copia manoscritta del 1719 è conservata nella Biblioteca Arcivescovile di Benevento ed un’altra nell’Archivio Generale dell’Ordine dei Servi di Maria (Annalistica, filza  Q3QQqq.III.16). Anche nella Beneventana Pinacotheca (Benevento 1720, p. 93) il de Nicastro scriveva di «nobilibus ortus parentibus».

[vi] G. PALAZIO, Fasti Cardinalium omnium S.R.E. ecc., Venezia 1703.

[vii] F. UGHELLI, Italia Sacra, Venezia 1717, t. III, col. 798.

[viii] A. CIACONIUS, Vitae et res gestae Pontificum Romanorum et S. R. E. Cardinalium ecc., Roma 1677, col. 672.

[ix] «Ms. edito da M. CHIVASSA, col titolo La Nobiltà in Benevento ecc. » (A. ZAZO, Dizionario Bio-Bibliografico del Sannio, Napoli 1973, p. 140).

[x] ARCHIVIO DI STATO DI FIRENZE [d’ora in poi ASFI], Congregazioni soppresse dal governo francese, 119, vol. 34, f. 21v.

[xi] Un quadro rappresentato da A. Musi nella Storia del Mezzogiorno diretta da G. Galasso e R. Romeo (Napoli 1986, vol. VI, pp. 281-302); cfr. G. INTORCIA, La comunità beneventana nei secoli XII-XVIII. Aspetti istituzionali Controversie giurisdizionali, Napoli 1996. Cfr. anche A. ZAZO, Professioni, arti e mestieri in Benevento nei secc. XII-XIV, in «Samnium», lug.- dic. 1959, nn.3-4, pp. 121-177.  

[xii] V. SPRETI nell’ Enciclopedia storico – nobiliare italiana, p. 795, scriveva che fosse famiglia beneventana da tempi antichi. Tuttavia UGHELLI (cit., vol. VIII, col. 210) riferisce certamente nativo di Terni mons. Angelo Roscio, che fu vescovo di Alife; così anche EUBEL (cit., III, 117). Angelo è chiamato Rossi da D. B. MARROCCO ne Il Vescovato Alifano nel Medio Volturno (Piedimonte Matese, 1979, p. 35); comunque l’autore stesso lo definisce «prete di Terni e utriusque iuris doctor, nominato il 31.1.1567», aggiungendo la descrizione di una lapide apposta a Prata Sannita, ove il prelato morì, nella quale è scritto «ANGELO ROSCIO INT/ERAMNATI NAHAR/TI MARIANGELI FRATI GALEACII (?) EPISCOPI ASISINO ecc.». UGHELLI (ibid., col. 484) scriveva, poi, di Galeazzo Roscio, ugualmente ternano, vescovo di Assisi nel 1554, nonché di Gerardo Roscio, ovvero Rubeus, di Amelia vescovo della sua città nel 1363 (ibid., col. 300). A Terni tuttora esiste il palazzo Roscio ed almeno due sono le lapidi che nel duomo riguardano quella famiglia (proprio nelle persone dei monsignori Angelo e Galeazzo).

[xiii] La grande mole di documenti che l’ARCHIVIO DI STATO DI TERNI [d’ora in poi ASTR] custodisce sulle più importanti famiglie di Amelia è riepilogata innanzitutto dal fondo Cansacchi, recentemente acquisito, formato da accurati studi eseguiti nei secc. XVIII e XIX sui documenti comunali e notarili. Per i Laureli (o Mattiacci, nella denominazione più antica del casato), si aggiungono gli estesi protocolli rogati da Lisia Laurelio, notaio ad Amelia nel primo Cinquecento, nonché gli strumenti che riguardano la famiglia, conservati fra i protocolli di Fazio Piccioli, Paolo di Vico, Luca Petruccioli, Arcangelo de’ Carlenis, Ugolino di Nicolò. Le Riformanze del Comune di Amelia (conservate nell’Archivio Comunale, d’ora in poi ACAm) contribuiscono a tracciare l’evoluzione della famiglia Laurelio, fra Trecento e Cinquecento, nei numerosissimi atti pubblici firmati dai componenti investiti da cariche riservate al patriziato cittadino. Numeroso altro materiale è reperibile nei codici della BAV e dell’ARCHIVIO SEGRETO VATICANO [ASV] relativo a due notai apostolici (Anselmo e Laurelio), nonché a quei familiari che scrissero celebri versi ed epigrammi nella Roma di Leone X (Pier Francesco, Girolamo, Silvio); molto è anche disponibile tra le carte dell’ARCHIVIO DI STATO DI ROMA [ASRM], dell’ ARCHIVIO DEL VICARIATO DI ROMA e dell’ARCHIVIO DEL SACRO CONVENTO DI ASSISI. Anselmo è altresì riportato in F. CARBONI (Incipitario della lirica italiana, secc. XV-XX , Città del Vaticano 1982, vol. I) per un suo componimento, mentre in un’altra famosa collezione di epigrammi, Coryciana (stampata a Roma nel 1524 a cura di B. PALLADIO), numerose liriche sono firmate da Silvio e Girolamo Laurelio.

[xiv] Sulla pletora di amerini che ricoprirono cariche nelle amministrazioni ecclesiastiche e laiche (cardinali, vescovi, governatori, podestà, giuristi, avvocati rotali, vicari vescovili, ecc.), cfr. i vari personaggi delle famiglie Cansacchi, Delfini, Farrattini, Geraldini, Mandosi, Moriconi, Petrignani, Racani, Venturelli, Zuccanti ecc., citati nei seguenti studi: C. ORLANDI, Delle Città d’Italia ecc. (Perugia 1772, pp. 8-18); B. KATTERBACH, Referendarii Utriusque Signaturae ecc. (BAV 1931); A. DI TOMMASO, Guida di Amelia (Terni 1931, pp. 59 ss.); L. BOLLI, La Famiglia Petrignani di Amelia (Amelia 1920). Limitandoci a citare i soli Farrattini, diremo che essi si trasmisero l’incarico di prefetti della Fabbrica di S. Pietro per l’intero Cinquecento, e pertanto furono i diretti interlocutori degli architetti sovrintendenti all’erezione della nuova basilica, tra 1506 e 1614: da Bramante a Raffaello, da Baldassarre Peruzzi ad Antonio da Sangallo, da Michelangelo al Vignola, Pirro Ligorio, Giacomo Della Porta, Domenico Fontana, fino a Carlo Maderno. Il grande palazzo romano che Bartolomeo III Farrattini (reggente della Cancelleria, prefetto della Segnatura di Giustizia, poi governatore di Roma e cardinale nel 1605) edificò nel 1586 attribuì il nome alla dirimpettaia via Frattina, fu donato nel 1626 alla Congregazione di Propaganda Fidae e dal 1633 ne divenne la sede.

[xv]Volendo riassumere in una sola nota alcune notizie storiche sulla famiglia Geraldini, che fornì prelati alla S. Sede dal Quattrocento allo scorso secolo, e sulla quale molti libri sono stati scritti in Italia ed all’estero, potremo solo riferire di quattro grandi personaggi nati nel suo seno: mons. Angelo, mons. Antonio, mons. Agapito e mons. Alessandro, il quale soprattutto interessa al nostro saggio. Angelo, figlio di Matteo, giurista e podestà d’Ancona, e fratello di Bernardino, presidente della Camera della Vicaria alla corte degli Aragona di Napoli, fu per papa Nicolò V archivista e catalogatore della futura Biblioteca Vaticana, e per l’imperatore Federico III d’Asburgo ambasciatore presso la Sede Apostolica e conte palatino. Fu segretario del successivo pontefice, Callisto III Borgia, nonché ambasciatore presso Jacopo Piccinino e Francesco Sforza; nel 1463 fu preconizzato da Pio II Piccolomini a vescovo di Sessa Aurunca e Datario, nel 1469 inviato da Ferdinando il Cattolico in Spagna presso il padre Giovanni II d’Aragona. Vi divenne consigliere e ministro, e subito inviato in Italia per sollecitare l’invio della flotta napoletana, oltre che per ottenere la dispensa papale alle nozze di Isabella di Castiglia con Ferdinando; altre missioni lo videro in Firenze, Milano, Venezia, in Belgio e Francia. Angelo morì a Vejo nel 1486, ormai prossimo al cardinalato. Per le notizie sulla vita di Angelo, cfr.: E. GAMURRINI, Istoria genealogica delle famiglie nobili di Toscana et Umbria (Firenze 1673, t. III, p. 170); F. UGHELLI, cit.(tomo VI, col. 541); A. GERALDINI, Vita di mons. Angelo Geraldini (Perugia 1895, in «Bollettino della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria», 2 ,1896); J. PETERSOHN, Ein Diplomat des Quattrocento Angelo Geraldini (1422-1486), Tubingen 1985. Cfr. KATTERBACH, cit. (p. 52, n. 59). Sulle genealogie della famiglia, cfr. anche il cod. Barberini lat. 2312 intitolato De Geraldina Familia Episcopi aliique viri illustres (in BAV). Al seguito dello zio, il nipote Antonio Geraldini fu nunzio apostolico in Spagna, e soprattutto grande amico e protettore di Cristoforo Colombo, quando questi cercava finanziatori per l’impresa americana. Scomparso Antonio nel 1489, il fratello Alessandro fu presso quella corte cappellano maggiore, educatore delle principesse reali e nuovo sostenitore di Colombo; fu, infine, vescovo di Santo Domingo, ove tuttora riposa nella cattedrale che fece erigere, accanto al sepolcro del Navigatore (cfr. A. GERALDINI, Itinerarivm ad Regiones sub Aeqvinoctiali Plaga Constitvtas ecc., a cura di O. Geraldini, Roma 1631, nell’edizione Nuova Eri curata da A. Geraldini, Roma 1991). Agapito Geraldini fu primo segretario di Cesare Borgia, il duca Valentino: sul grande potere esercitato alla corte del celebre condottiero, si rimanda alle pagine dedicate ad Agapito da Niccolò Machiavelli nelle corrispondenze diplomatiche (cfr. N. MACHIAVELLI, Legazioni e Commissarie, a cura di S. Bertelli, Milano 1964; C. CANSACCHI, Agapito Geraldini primo segretario di Cesare Borgia 1450-1515, in «Bollettino della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria», vol. LVIII, 1961; sull’ENCICLOPEDIA TRECCANI, alla voce Leonardo, è riprodotta la firma Agapitus sul salvacondotto rilasciato a Leonardo da Vinci incaricato per le fortificazioni del duca).

[xvi] Sono parentele documentate almeno dal 1416, allorché ser Arcangelo di Lello (Geraldini) concedeva in sposa la figlia Agnese a Pietro di Paolo Mattiacci («Macthiaccii» era l’alias dei Laureli). Arcangelo di Lello Geraldini era doppiamente legato coi Laureli perché contemporaneamente cognato di Giovanni Mattiacci, così come Arcangelo di Cello Geraldini (cfr. numerosi rogiti tra i protocolli notarili di Paulus Vici e di Luca Petruccioli, in ASTR). Alla fine del Quattrocento, poi, Angelo Antonio Geraldini, zio di primo grado di mons. Alessandro,  sposava Medea Laurelio (cfr. sponsalia in ASTR, Cansacchi, volume di G. Venturelli in attesa di inventariazione). Ancora, i protocolli notarili riferiscono, alla fine del secolo, del deposito di 100 ducati che Laurelio Laureli, fratello di Medea, effettua in favore di Angelo Antonio, in relazione ad alcuni rapporti di affari con la città di Orte (ASTR, Notai, Arcangelo de’ Carlenis, prot. 46, 14 ottobre 1490, cc. 158v). Inoltre, il 6 aprile 1491 è sempre Angelo Antonio di Bartolomeo Geraldini a dare quietanza di 100 ducati d’oro in favore di Battista di Andrea di Pietro Mattiacci, al fine di costituire una società dedita all’esercizio dell’arte della lana (ASTR, Notai, Ugolino di Nicolò, prot. 82, c. 81r); lo stesso giorno, poi, Pier Francesco ed Anselmo Laureli (Ibid., c. 81v: ove il primo è priore del duomo di Amelia ed il secondo notaio apostolico) dichiarano di avere un debito di 200 ducati papali larghi nei confronti di Angelo Antonio. Per chiarezza, si osservi che Pier Francesco ed Anselmo sono fratelli di Medea, quindi cognati del suddetto Geraldini, mentre Battista Laureli è cugino in primo grado della medesima. Le Riformanze del comune di Amelia riportano, in aggiunta, il 20 novembre 1493, di Eliseo Laurelio che fa ritorno in patria da una legazione svolta presso il Legato pontificio, in nome e per conto del governo comunale (Amelia, ACAm, Riformanze, aa.1491-1493, c. 88r). Ad accoglierlo nel Consiglio dei Dieci trova proprio il potente amico Bernardino dei Geraldini, l’illustre giurista, già famoso a Napoli presso la corte d’Aragona; il Geraldini prende la parola in pubblica adunanza e saluta Eliseo lodandone l’operato.

[xvii]Per ammissione dei più antichi esponenti dei Roscio, in Benevento, si è sempre insistito sulla parentela con il nostro: DE NICASTRO (cit.) riferisce a tal proposito che quella famiglia «serba ella lettere [di  Dionisio, n.d.A.] scritte a Tommaso Roscio, in cui si soscrive parente. Io 40 anni addietro n’hebbi sotto l’occhio una, mostratami dal fù D. Francesco Roscio».

[xviii] Per la nomina di Alessandro a vescovo di Volturara (Appula) e Montecorvino cfr. UGHELLI (cit., col. 392).

[xix] M. FIRPO, Il cardinale, in AA. VV., L’uomo del Rinascimento, a cura di E. GARIN, Bari 1995, p. 89.

[xx] Ad ulteriore sigillo degli intimi legami intercorsi tra Laureli e Geraldini esistono gli epigrammi di Pier Francesco e Publio Laurelio riportati da P. O. KRISTELLER (Iter italicum: a list of uncatalogued or incompletely catalogued humanistic manuscripts of the Renaissance in italian and other Libraries, vol. II, London-Leiden 1967, pp. 382 ss.). Sul «Bollettino della Società Umbra di Storia Patria» (anno 1896, vol. II, in Vita di Angelo Geraldini Vescovo di Sessa) viene infine attribuito a Pier Francesco Laurelio, già compagno di studi di Alessandro Geraldini, un epitaffio per la tomba di mons. Angelo. Quanto allo stabilire con attendibilità il ramo dei Laureli d’Amelia da cui si originò Dionisio, si può solo ipotizzare che possa essere stato quello disceso dai figli di Giovanni, quindi da Francesco oppure Cristofano (i cugini della sunnominata Medea Laurelio). Tutto questo perché, dalle Riformanze del 1452 (in ACAm) e dai protocolli di Nicola di Narduccio del 1465 (in ASTR), sappiamo che già da tempo essi erano in difficoltà economiche, tanto da essere costretti a vendere la rocca di Totano che detenevano in Amelia (prima da vicari dei castelli e poi da proprietari). L’aumentare delle traversie in epoca successiva e la morte in giovane età di Cristofano costrinsero forse gli elementi meno favoriti del clan a muovere da un piccolo centro umbro, che all’epoca contava oltre venti notai, alla volta di un vescovado del regno meridionale, al seguito del vicario designato per Volturara. In aggiunta, si è ritenuto di riferirsi al ramo dei figli di Francesco Laureli perché delle generazioni successive non troviamo più traccia nei protocolli dei notai amerini e neppure nelle Riformanze cittadine; al contrario dei discendenti del notaio apostolico Anselmo Laureli, del ramo del quale compaiono in Amelia i diretti pronipoti fino alla fine del secolo XVII, sempre presenti nel nobile Consiglio dei Dieci. L’agiatezza del casato è attestata dagli sponsali di Claudia, figlia del notaio Gerolamo, quando i familiari si permettono di stanziare per la sua dote una somma talmente elevata, 500 ducati, che essa supera il consentito dagli statuti di Amelia; il nonno, Laurelio, è allora costretto a produrre la dispensa del pontefice: Paolo III Farnese il 29 ottobre del 1539 firma la concessione (riportata in AST, prot. F. Fariselli, cc. 323ss., sotto la data del 7 novembre 1540).

[xxi] Per i Lorellus e Laurellus notai ad Aiello Calabro, cfr. l’Inventario dell’Archivio Tocco redatto da A. ALLOCATI (Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Roma 1978, pp. 187-188) in riferimento alla busta 55, nn. 29-2 e 29-3. Il casato dei notai compare a volte come « Laurello» (cfr. notar Francesco, n. 29-2, f. 106, 8 dicembre 1603), a volte come «Lorello». Per i Geraldini arcivescovi, cfr. M. SENSI, La famiglia Geraldini di Amelia, in AA. VV., Alessandro Geraldini e il suo tempo (a cura di E. Menestò, Amelia, novembre 1992, edito dal Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, Spoleto 1993, p. 66 con appendici D, E, F).

[xxii] Pubblicato in «Atti della Società Storica del Sannio», anno III, fasc. I, gennaio-aprile 1925.

[xxiii] VICENTINI, cit., nella n. 1 a pg. 6, enumera i soli beneventani che furono nell’Ordine, oltre al Laurerio: uno soltanto prima di lui, nel 1402, e 6 confratelli dall’anno di fondazione (1233) fino al 1807.

[xxiv] ARCHIVIO GENERALE DEI SERVI DI MARIA, Schedario Albarelli.

[xxv] Cfr. per tutti, G. A. GRECO – C. CITO, Difesa di S. Giovanni in Galdo, Toro, e Fragneto, Feudi della Badia di S. Sofia, stamp. Napoli 22 novembre 1722.

[xxvi] Si fa riferimento all’Archivum ecclesiae citato nel par. 1.

[xxvii] Rotuli del lettori legisti e artisti dello Studio Bolognese, a cura di U. Dallari, Bologna 1889.

[xxviii] BNN, Conventi Soppressi, S. Maria del Parto.

[xxix] ASS, S. Sofia, indice delle Concessiones Hortorum, vol. XXIII, n. 13.

[xxx] Ibid., indice delle Concessiones Vinearum, vol. XXVII.

[xxxi] ASV, Arm. XLI, vol. 4, f. 156r.

[xxxii] ASFI, Corp. Rel. Soppr., 119, f. 22v.

[xxxiii] Dionisio compare, invece, più solitamente con il cognome «Laureri(o)», come è poi passato alla Storia, mentre è di tutta evidenza l’approssimazione con cui i cognomi venivano riportati in quell’epoca, finanche negli atti pubblici, l’incredibile denominazione di «Maestro Dionisio Laudano» che balza agli occhi nello strumento redatto a Napoli da notar Domenico De Rocca, il giorno 24 dicembre 1529 (BNN, Conv. Soppr.), ancora in riferimento alla donazione di S. Maria del Parto che Jacopo Sannazzaro fece ai serviti. Addirittura, in una compravendita redatta dal notaio Francesco Prunauro, di Toro, il 7 febbraio 1573 (ff. 158 ss., nell’ASCB) abbiamo che, nello stesso rogito, la medesima persona è chiamata prima «Salvatore de Laurello» e successivamente «de Laudiello».

[xxxiv]Del resto, è certo che nella metà del Cinquecento a Toro la famiglia Laureli fosse presente fra le maggiorenti nella persona di don Paolo: vedasi, ad esempio, D. CIACCIA, Toro, in «Molise Oggi» (anno 9°, n.25, p. 20), che trae la fonte dai catasti comunali dell’anno 1600.

[xxxv] Serie cronologica, cit., p. 42.

[xxxvi] Schedario Albarelli.

[xxxvii] G. CARDANO, Artis magnae sive de reguli algebraicis (Norimberga 1545, p. 29v). Dal Ferro non pubblicò la scoperta, confidata ai soli familiari, perciò essa fu reclamata nel 1535 da N. Tartaglia. Cfr. M. KLINE, Storia del pensiero matematico (Torino 1962, p. 307); S. MARACCHIA, Da Cardano a Galois (Feltrinelli 1979, p. 22).

[xxxviii] KLINE, cit., p. 283.

[xxxix] Cfr. VICENTINI, cit., p. 9.

[xl] ROSSI, Manuale di storia dell’Ordine dei Servi di Maria, Roma 1956, p. 556.

[xli] Rotuli dei lettori legisti, cit.

[xlii] P. M. BONFRIZIERI, Diario sagro dell’Ordine dei Servi di Maria Vergine ecc., Venezia 1723, p. 439. Cfr. G. MORONI, Dizionario di Erudizione Storico-Ecclesiastica, Venezia 1848, vol. LV, p. 71, il quale nella voce Predicatore pone Dionisio fra nove cardinali che furono grandi oratori sacri nella storia della Chiesa: «tra’ cardinali predicatori si distinsero, Ruffini, Canisio, Laurerio, Bertrano, Petow, Baronio, Toledo, Bellarmino, Micara».

[xliii] VICENTINI, cit., p. 26, descrivendo il codice manoscritto sul Laurerio, incontra frequentemenete un Tomo Bullarum distinto con lettere e numeri progressivi; la predetta approvatio è codificata A40.

[xliv] Ivi, p.12. Gli estremi delle scritture notarili relative alla donazione sono state riportate nel paragrafo precedente.

[xlv] ROSSI, Serie cronologica ecc., p. 42.

[xlvi] L. VON PASTOR, Storia dei Papi, a cura di A. Mercati, Roma 1914, vol. IV, p. 456.

[xlvii]Era perfettamente inutile, infatti, la bolla del 13 aprile  che conferiva ai cardinali Wolsey e Campeggio il potere di dirimere la questione del divorzio con Caterina; il decreto si sarebbe rivelato un mero espediente per rimandare sine die la decisione del pontefice, magari riconciliando re e regina (PASTOR, cit., p. 468). Terminato il lentissimo infruttuoso negoziato fra i due cardinali, presto si arrivò all’autunno del 1529 con la caduta politica del Wolsey, incapace di offrire la vittoria al re.

[xlviii]P. PECCHIAI, Roma nel Cinquecento (Istituto di Studi Romani, Bologna 1948, p. 178).

[xlix]Padova, Pavia, Ferrara e Tolosa votarono favorevolmente alle tesi di Enrico, ma di molto più importanti i responsi, ugualmente positivi, delle università di Parigi e Bologna (C. FATTA, Il Regno di Enrico VIII d’Inghilterra secondo i documenti dei contemporanei, Firenze 1938, pp.600 ss.). Nonostante le grandi pressioni esercitate dal vice-legato papale per la Romagna, Bologna si espresse secondo i desideri della diplomazia inglese, così come quest’ultima, allora sotto la guida di Reginald Pole, riuscì anche con l’università della Sorbona «considerata come la più illustre della cristianità » (ivi, p. 591). Trattative e promesse di ogni tipo cercavano di ottenere, dalle rispettive parti in causa, il parere voluto, naturalmente con grande dispendio di energie e profusione di denaro, cose alle quali il papa cercò di opporsi con i brevi del 21 maggio e del 4 agosto 1530, che comminavano gravi pene alle persone coinvolte nel giudizio che fossero influenzate «da lucro, timore e passione» (ivi, p. 599).

[l] Ivi, p. 478.

[li] Ivi, p. 479.

[lii] BRITISH LIBRARY- RECORD OFFICE, State Papers of the Reign of Henry VIII, Londra 1862-1921, vol. VII, n.279 [la raccolta è citata in seguito con la sigla  S.P.]

[liii] Cfr. N. POCOCK, Records of the Reformation, the Divorce, Oxford 1870, vol. II, 236; S. EHSES, Römische Dokumente zur Geschichte de Ehescheidung Heinrich VIII von England, 1893, n. 98.

[liv] H. HALL, Enrico VIII, Londra 1904, II, p.183.

[lv] FATTA, cit., II, pp. 24 ss.

[lvi] Ivi, p. 35.

[lvii] Letters and Papers, foreign and domestic, of the Reign of Henry VIII, ecc., a c. di J. GAIRDNER, London 1880, vol. V, 782 [raccolta d’ora in poi citata con la sigla L.P.].

[lviii] S.P., vol. VII, 324; POCOCK, cit., II, 258.

[lix] BRITISH LIBRARY, ms. Cotton Vitellius B XIII, f. 190, citato in L.P., vol.VI, n.1005.

[lx] Cfr. UGHELLI, cit., col. 167.

[lxi] Tra i biografi che inducono a riferire l’episodio agli anni più giovanili il CIARLANTI (cit., pp. 474-75), che riporta come il Farnese «Arcivescovo della sua Patria [] vedendo, e di giorno in giorno isperimentando le sue eminenti virtù, e meriti, se li affettionò in maniera, ch’assai alla domestica se la fè poscia con lui».

[lxii] CIACONIUS, cit., col. 672.

[lxiii] CIARLANTI, cit., p. 475; cfr. anche Annalium Sacri Ordinis Fratrum Servorum B. Mariae Virginis ecc., Lucca 1721, p. 111.

[lxiv] M. B. HALL, La scienza, in Storia del Mondo Moderno, Milano 1968, vol. III, p. 613  (ed. originale The New Cambridge Modern History, Cambridge University Press, 1962, vol. III).

[lxv] E. GARIN in Il filosofo e il mago, in AA. VV., L’uomo del Rinascimento, cit., p. 182.

[lxvi] Ivi, p. 186.

[lxvii] E’ la sigla con cui è convenzionalmente conosciuto il cod. Madrid 8936, presso la BIBLIOTECA NACIONAL di Madrid. Il riferimento della citazione è al  f. 107r.

[lxviii] GARIN, cit., p. 195. E quelli «quando c’è qualcosa che non gli piace, o che non capiscono [andavano sparlando] di eresie, di scandali, di intoppi, di superstizioni, di malefici, condannando come perfidia pagana tutta la filosofia classica, fatta eccezione per il loro pestilenziale Aristotele» (ibid.).

[lxix] Ivi, p. 196. L’autore prosegue citando Paracelso per il quale la medicina è fondata sulla filosofia perché essa è basata sulla natura.

[lxx] G. DELLA PORTA, Magiae naturalis libri viginti, Francofurti 1591, p. 2. Gli stessi confini tra le più acute discipline erano, poi, molto permeabili: il Rinascimento vide la ripresa degli studi di matematica e geometria, fermi ad Euclide, e quelli di algebra, coltivata nel Medioevo dai soli Arabi. Si approfondì molto lo studio della sezione aurea che, appunto, implicava, fin da Pitagora, significati esoterici prossimi alla magia ed all’alchimia (cfr. gli studi sul segmento e sulla sezione aurea di L. Pacioli e di G. Keplero).

[lxxi] Forse J. G. SCHELHORN in De Consilio de Emendanda Ecclesia jussu Pauli III ecc., Heidegger 1748.

[lxxii] KLINE, cit., p. 261.

[lxxiii] Riportato da VICENTINI, cit., p. 25.

[lxxiv] S. EHSES, Acta Consistoralia, p. 214.

[lxxv] PASTOR, cit., p. 480.

[lxxvi] L.P., vol. VI, n. 661.

[lxxvii] Ivi, 953.

[lxxviii]BRITISH LIBRARY, Ms. Harley 6989,  f. 20, riportato in L.P., vol. VI, n.1005.

[lxxix] MORONI, cit., vol. XXVII, p. 182.

[lxxx]L’anno 1533 coincise con l’affermarsi di Thomas Cromwell e, con questi cancelliere dello Scacchiere, il trionfo del partito ostile ad un accordo con la Sede Apostolica (FATTA, II, pp. 88 ss.). Infatti ad agosto gli ambasciatori inglesi furono richiamati dalla curia pontificia, ed a gennaio del 1534 Enrico fece abolire i pagamenti delle annualità destinate a Roma, mentre Clemente dichiarava valido il matrimonio con Caterina e dava obbligo al re di riprenderla con sé (concistoro segreto del 24 marzo, cfr. EHSES, Acta Cons., cit., pp. 215 ss.; POCOCK, cit., II, pp. 532 ss.).

[lxxxi] PASTOR, cit., pp. 482 ss.

[lxxxii]Troppo tardi un «filo-inglese» era asceso al papato: aver promosso a cardinale il vescovo John Fisher, nel concistoro del 20 maggio 1535, suonò addirittura come una sfida ad Enrico, che già lo aveva fatto rinchiudere nella Torre con l’accusa di tradimento alla Corona. Il 22 giugno il Fisher venne decapitato e con la successiva esecuzione di Tommaso Moro, il 6 luglio, «si chiudeva addirittura un’era, ossia il medioevo inglese» (secondo FATTA, cit., II, p. 130).

[lxxxiii] FATTA, cit., II, p. 154.

[lxxxiv] Cfr. Annalium OSM, cit., t. II, pp. 113 ss.

[lxxxv] ROSSI, I Servi di Maria, in AA. VV., Il contributo degli ordini religiosi al Concilio di Trento, a c. di P. Cherubelli, Firenze, p. 68.

[lxxxvi] Ivi, p. 68, n. 2; cfr. CIACONIUS, cit., vol. III, col. 672, che descrive Laurerio finanche «reluctans et plorans».

[lxxxvii] DE NICASTRO, cit.

[lxxxviii] In VICENTINI, cit., p. 13.

[lxxxix] Lettera apostolica del 17 agosto 1535.

[xc] ROSSI, I Servi di Maria ecc., cit., p. 69, n. 3; cfr. Annalium OSM, cit., t. II, pp. 120 ss.

[xci] H. JEDIN, Storia del Concilio di Trento, Brescia 1949, vol. I, p. 266.

[xcii] S. EHSES, Concilii Tridentini Actorum, Friburgo 1904, p. 43, n. 3.

[xciii] S. PALLAVICINO, Istoria del Concilio di Trento scritta dal Padre Sforza Pallavicino della Compagnia di Gesù ecc., Roma 1664, libro IV, capo I, p. 363; ed  apporta come fonti «il Gianio, nell’Istoria de’ Servi, il Gariberto, e l’Ughelli».

[xciv] Cfr. Annalium OSM, cit., p. 117.

[xcv] Conc. Trid., cit., p. 43.

[xcvi] Cod. Vat. lat. 3915, ff. 77 e 78.

[xcvii] Arm. 41, vol. 4, f. 156r, n.147.

[xcviii] Comunque, abbiamo già chiarito che in quei secoli i cognomi erano scritti con continue modifiche, e che anche per la famiglia del Nostro, a Benevento e Toro, come ad Amelia e poi ad Isernia, si avrà il ritramutamento definitivo verso la forma più vecchia «Laurello/i», superando il “rotacismo intervocalico” intervenuto tra le consonanti “l” ed “r” del cognome. In questo senso abbiamo parlato di cognome “originale”, in quanto relativo alla famiglia d’origine: i «Laureli(o)» di Amelia.

[xcix] V. nota 95.

[c] E’ denominata Acta Nuntiaturae Gallicae; il volume che ci riguarda ha per titolo Correspondance des nonces en France Carpi et Ferrerio 1535-1540, a cura di J. LESTOCQUOY, Roma-Parigi 1961.

[ci] Lettere di Principi, Venezia 1570-77.

[cii] BRITISH LIBRARY, Add. Ms. 8715.

[ciii] Correspondance, cit., pp. XXXIII ss.

[civ]In L. P., vol. XI, n. 1100, p. 442 è scritto”goes as nuncio to Scotland”, ma si è preferito citare il ms. Harley 787, f. 18 (BRITISH LIBRARY) nella versione autentica del tempo.

[cv] Correspondance, cit., pp. 204-5.

[cvi] L. P., n. 1297, pp. 525 ss.

[cvii] Cfr. Correspondance, cit., p. 220, Carpi a Ricalcato, da Melun il 15 dicembre.

[cviii] L. P., n. 1379, p. 549, 27 dicembre, citando Add. Ms. 8715, f. 318v.

[cix] Ivi, f. 319.  Il Faenza approfitta del corriere per scrivere a mons. Ricalcato che «a Vs. Signoria mi raccomando quanto più posso, pregando Dio le doni quanto desidera, et a me quanto V.S. mi augura, et afferma» (ibid.). Il nunzio ha fretta di ricevere notizie da Roma che gli confermino quanto era prevedibile e vociferato: la sua elevazione al cardinalato, in quanto impegnato in una nunziatura presso una corte di primo piano. In realtà, sappiamo che la nomina era già avvenuta nel concistoro del giorno 12, quando la porpora era stata attribuita, fra gli altri, a Pole, Carafa, Sadoleto, Del Monte ed all’Aleandro. La conferma non dovette tardare ad arrivare al Faenza se il 4 gennaio avrebbe scritto al pontefice per ringraziarlo profondamente e dichiararsi «senza eccezione alcuna prontissimo a’ entrare nel fuoco con lei, e per lei» (ivi, f. 319v).

[cx] Ivi, da Parigi, ff. 320v-321.

[cxi] Add. Ms. 8715, f. 324, da Parigi.

[cxii] Ivi, f. 326.

[cxiii] Ivi, f. 322, da Parigi, 19 gennaio.

[cxiv] ASNA, Carteggio Farnese, fasc. 694, litt. F.

[cxv] Add. Ms. 8715, f. 335; da Faenza a mons. Ambrogio, da Parigi.

[cxvi] Ibid.

[cxvii] Ivi, f. 333.

[cxviii] JOHN E. LAW, The nunciature to Scoltland in 1548 of Pietro Lippomano, bishop of Verona, estr. da «Atti e Memorie dell’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona» (a. acc. 1970-71, serie VI, vol. XXII, p. 426).

[cxix] Cfr. L’Italia del Rinascimento, Bari 1989  (ed. originale Italy in the Age of the Renaissance,1380-1530, 1989 Longman Group UK Limited).

[cxx] LAW, The nunciature, cit., pp. 426-7.

[cxxi] Enciclopedia Italiana, voce Giacomo V Stuart.

[cxxii] Add. Ms. 8715, f. 340 ss.

[cxxiii] Ivi, ff. 357v ss.

[cxxiv] Ibid.

[cxxv] Ivi, ff. 359v. ss.

[cxxvi] CIACONIUS, cit., t. III, col. 672.

[cxxvii] In «Scottish Historical Review», vol. IX (1914).

[cxxviii] Conc. Trid., cit., indice, p. 604.

[cxxix] Annalium OSM, t. II, p. 120.

[cxxx] JEDIN, cit., p. 266.

[cxxxi] Ivi, p. 290.

[cxxxii] Annalium OSM, II, pp. 120 ss.

[cxxxiii] Archivio di San Marcello, Tomo Bullarium, Litt. A n. 18.

[cxxxiv] Litt. 5-1, f. 25v., a firma «Dionisius Beneventanus».

[cxxxv] Litt. A, f. 104, a firma Dionisio Priore Generale.

[cxxxvi] Traducendo fedelmente dall’inglese quanto scritto dallo storico nella citata The nunciature to Scotland, pg. 447.

[cxxxvii] Ibid.

[cxxxviii] ROSSI, I Servi di Maria, cit., pp. 69 ss.

[cxxxix] Trad. di A. M. ROSSI, ivi, p. 70.

[cxl] Conc. Trid., XII, p. 215, n. 3.

[cxli] BAV, Barb. lat. 5362, ff. 188 ss.

[cxlii] Cfr. PASTOR, cit., V, p.117, n. 1.

[cxliii] DE NICASTRO, cit.

[cxliv] Cfr. Annalium OSM, pp. 123 ss.

[cxlv] PASTOR, cit., V, p. 123.

[cxlvi] Ivi, p. 124.

[cxlvii] Ivi, pp. 125 ss.

[cxlviii] Cfr. dispaccio di Vincenzo da Gattico al duca di Mantova del 24 ottobre, ove si parla di «fra Dionisio generale de servi» fra i candidati (ASMN, Archivio Gonzaga).

[cxlix] PASTOR, cit., pp. 127 ss.; sulla cooptazione fra i cardinali di teologi, umanisti, letterati, cfr. M. FIRPO, Il cardinale, cit., p. 121.

[cl] CIARLANTI, cit., p. 475; cfr. anche Annalium OSM, cit., p. 125. L’assegnazione di quel titolo è del 28 gennaio 1540 secondo Ehses (Conc. Trid., XII, p. 604) sarebbe invece datata 6 febbraio secondo il Tomo Bull. (Litt. C n. 38).

[cli] PALAZIO, cit., col. 144-5.

[clii] G. SADOLETO, Epistolae, Roma 1764, Generosus Salomonius, pars tertia, pp. 199-201.

[cliii] Cfr. Tomo Bull., cit., alla data del 14 febbraio, litt. A n. 47; B. LIGI, I vescovi ed arcivescovi di Urbino, Urbino 1953, II, pp. 140 ss.; UGHELLI, cit., T. II, col. 798.

[cliv] Cfr. R. PIO, Discorso a Carlo V Cesare del modo di dominare il mondo, redatto nel 1543.

[clv] Il Laurerio deteneva da tempo la carica di arcidiacono della cattedrale beneventana. E’ questa una delle tante notizie fornite da tutti i suoi biografi, ma per la quale non esiste alcuna fonte assolutamente attendibile, e neppure la data nella quale la nomina fu pronunciata. Se, come essi scrivevano, «la qual dignità ritenne in tutto il corso di sua vita» (cfr. CIARLANTI, cit., p. 474; CIACONIUS, cit.), considerando la breve vita del Nostro, e, allo stesso tempo, l’importanza rivestita da quella prelatura, solitamente non conferita a religiosi troppo giovani, è possibile ipotizzare che Dionisio ne fosse investito nel periodo che intercorre tra l’incarico di procuratore generale dei frati serviti (1527) e quello di priore generale (1535). Possiamo qui ricordare che fino al 1504 lo aveva preceduto Giustiniano Moriconi, di Amelia, e gli sarebbe succeduto Tomaso Conturbinio il 29 ottobre 1542 (cfr. Archivio Capitolare di Benevento, Lettere Onorifiche di Personaggi al R.mo Capitolo, coll. 88, lettera del card. Farnese).   

[clvi] ARCHIVIO GENERALE DEI SERVI DI MARIA, Cartella Laurerio.

[clvii] Cfr. DIZIONARIO BIOGRAFICO DEGLI ITALIANI, voce G. Della Casa (Roma 1988, vol. 36, p. 703).

[clviii] A. F. PIERMEI, Memorabilium Sacri Ordinis Servorum B. M. V. Breviarium ecc., Roma 1934, vol. IV, pp. 7 ss., in n. 1.

[clix] Cfr. Conc. Trid., cit., p. 454.

[clx] PIERMEI, cit, p. 10; cfr. Epistolae Reginaldi Poli et aliorum ad ipsum ecc., a cura di G. Quirini, Brescia 1744-57, vol. III, pp. 73-76.

[clxi] Ivi, citando le Epistolae del cardinale.

[clxii] SADOLETO, cit., pp. 201-202.

[clxiii] Ivi, pp. 254-257.

[clxiv] Ivi, pp. 202-203.

[clxv] PIERMEI, cit., p. 9, nota.

[clxvi] Ibid.

[clxvii] Cfr. EHSES, Acta Consistoralia del 27 maggio; cfr. «Studi Storici», XVI, 250.

[clxviii] Cfr. VICENTINI, cit., p. 13 n. 10.

[clxix]ASLU, Storia di Lucca, vol. II, 309.

[clxx] JEDIN, cit., p. 368.

[clxxi] VICENTINI, cit., p.14.

[clxxii] DE NICASTRO, cit.

[clxxiii] CIACONIUS, cit., col. 673.

[clxxiv] DE NICASTRO, cit.

[clxxv] ASFI, f. 3264, citato da PASTOR.

[clxxvi] Annalium OSM, II, pp. 129-131.

[clxxvii] Testo in Annalium, cit.

[clxxviii] DE NICASTRO, cit.

[clxxix] ASV, Archivio Concistoriale, 4 f. 153, Acta Cameraria 3.

[clxxx] Datata 31 ottobre 1539, in Lettere onorifiche (cit., n. 91, f. 8). Il n. 89, f. 8, reca la data dell’11 gennaio 1542, contiene una sua lettera di raccomandazione per la concessione di indulgenze per la festa del Corpus Domini ed il sigillo del cardinale di San Marcello.

[clxxxi] CIACONIUS, cit., a sua volta citando P. GIOVIO; cfr. PASTOR, cit., V, p. 450.

[clxxxii] DE NICASTRO, cit.

[clxxxiii] ASFI, citato da PASTOR, che data la nomina dei cardinali al giorno 4 (cit., p. 673).

[clxxxiv] PASTOR, cit., p. 673.

[clxxxv] Ivi, p. 674.

[clxxxvi] A. PROSPERI, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari,Torino 1996, p. 45.

[clxxxvii] Ivi, p. 676; cfr. Concilium Tridentinum, 2: Diariorum pars altera, a cura di S. MERKLE, Freiburg im Bresigau 1991, p. 405.

[clxxxviii] Enciclopedia  Italiana, voce Inquisizione.

[clxxxix] JEDIN, cit., pp. 311-312.

[cxc] ROSSI, Il Contributo ecc., cit., p. 72, n. 2.

[cxci] Ivi, p. 71.

[cxcii] VICENTINI, cit., p. 8, n. 2, riportando quando scritto da PIERMEI, cit., p. 7, n.1, citando egli a sua volta: «De Dionysio haec habet Synopsis nostra: [] morbo incurabili consumptus Frusoloni [non Romae] obiit, et Romae sepelitur».

[cxciii] ASBN, Liber Mandatorum, cc. 116v, 177, 179.

[cxciv] Cfr. A. ZAZO, in «Samnium», anno XL, gennaio-giugno 1967, n.1-2, p. 28.

[cxcv] DE NICASTRO, cit.

[cxcvi] ASFI, Congregazioni soppresse, cit., f. 83.

[cxcvii] SADOLETO, cit., p. 321.

[cxcviii] Con queste parole ha termine il manoscritto, tuttora inedito, che Giovanni de Nicastro ebbe a dedicare alla figura di Dionisio Laurerio. Aveva cominciato il componimento confutando la possibilità che il borgo di Sieti, vicino Salerno, avesse potuto dare i natali al celebrato cardinale, poiché l’autore si sarebbe sforzato «di provar, che la patria del suddetto Cardinale sia Benevento»; affinché a questa, che già era stata la patria di «tre Sommi pontefici, otto altri Cardinali, d’innumerevoli Arcivescovi, e Vescovi, e d’infiniti celebri Letterati non mancasse ad un così glorioso Eroe, e celebre Letterato, quale si fù il Laurerio».

[cxcix] VICENTINI, cit., p. 9.

[cc] Ivi, p. 33; lettera del 28 dicembre 1764.

[cci] L’iscrizione fu riportata da molti, in versioni simili: Ciacconio, Cabrera, Della Vipera, Ciarlanti, Gianio; si può considerare come più vicina all’originale quella tratta da V. FORCELLA (Iscrizioni delle Chiese di Roma ecc., Roma 1874, vol. II, p. 305, n. 942), in quanto fedele trascrizione del citato ms. Chigiano I (v. 167, f. 326):

DYONYSIO LAVRERIO BENEVENTANO

TT.LI S.TI MARCELLI S.R.E. PRESBITERO CARDINALI

VRBINATENSI EPISCOPO RELIGIONIS SERVORVM

GENERALI GRAVISSIMO AC LEGATO CAMPANIE

A P. III ORDINATO VIRO OMNI FERE

OMNI SCIENTIARVM GENERE ORNATO

R.P.M. AUGVSTINVS ARETINVS EIVS

ALVMNVS GENERALIS POSVIT VIXIT ANNOS

XLV OBIIT XVII DIE SEPTEMBRIS MDXLII

[ccii] «Per tutto il ‘500 e fino al ‘700 proseguirono infine i lavori di abbellimento, che riguardano soprattutto le cappelle laterali ed arricchiscono la chiesa di nuovi capolavori» (L. GIGLI, San Marcello al Corso, Istituto di Studi Romani, Roma 1977, p. 27). Della dispersa tomba del Generale, naturalmente, non troviamo accenni.

[cciii] Cfr. la citata concessione dell’11 novembre 1557 in ASS.

[cciv] Cfr. Annalium OSM, cit., p.138; anche in VICENTINI, cit., p. 17.

[ccv] PASTOR, cit., p. 676, n. 4.

[ccvi] BRITISH LIBRARY, State Papers, IX, 192, citato in L. P., vol. XVII, p. 533, n. 935.

[ccvii] Cfr. copia a Cambridge, Caius College, ms. 597, p. 189.

[ccviii] COCHRANE, cit., p. 155. Solo per un attimo, privi come siamo di qualsivoglia riscontro in proposito, il pensiero ritorna a Volturara Appula: se esso fu paese sede di “eretici” valdesi, fin dal 1502 (cfr. G. SACCO, Gli eretici «Oltremontani» dell’ Alto Fortore, in RSS, I/1995, III serie, pp. 153 ss.), è possibile che i Laureri, e quindi un giovane Bernardino, vi abbiano avuto contatti con i movimenti «oltremontani»?

[ccix] Ivi, p. 160.


 [FL1]

26 décembre, 2012

Storia Italia meridionale RAPPRESAGLIA NAZISTA ED EPISODI DI RESISTENZA NELL’AGRO ATELLANO E AVERSANO DOPO L’8 SETTEMBRE DEL ‘43

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RAPPRESAGLIA NAZISTA
ED EPISODI DI RESISTENZA
NELL’AGRO ATELLANO E AVERSANO
DOPO L’8 SETTEMBRE DEL ‘43

FRANCO PEZZELLA

Nel primo dopoguerra era opinione pressoché unanime tra gli studiosi del conflitto appena terminato che la Campania, e più in generale l’Italia meridionale, non fossero state teatro, al di là di alcuni sporadici episodi come le Quattro giornate di Napoli o l’assalto da parte di alcuni gruppi antifascisti alle caserme di San Prisco e di Santa Maria Capua Vetere per procurarsi armi e contrastare così le truppe tedesche in rotta verso il nord, di significativi episodi di resistenza alla rappresaglia nazifascista scatenatasi subito dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943 (1). E’ inutile sottolineare, alla luce della gran messe di testimonianze coeve e successive (2), quanto fossero e sono inesatte queste considerazioni, anche se non può essere accolto del tutto il giudizio espresso da Luigi Cortesi che definisce le attività antinaziste sviluppatesi nella provincia di Caserta “una vera e propria lotta partigiana di massa” (3).

Storia Italia meridionale RAPPRESAGLIA NAZISTA ED EPISODI DI RESISTENZA NELL’AGRO ATELLANO E AVERSANO DOPO L’8 SETTEMBRE DEL ‘43  rappresaglia_nazista_fig_01
Postazione tedesca

Né d’altra parte questa avrebbe avuto ragione di essere, giacché l’Italia meridionale non visse un’esperienza resistenziale paragonabile a quella del Nord o di alcune zone del Centro: lo sbarco in Sicilia degli anglo-americani e la loro rapida avanzata fino alla Linea Gustav (tra Termoli e Gaeta) dispensarono, di fatto, le popolazioni meridionali dall’organizzare una lotta sistematica contro i tedeschi e contro i fascisti. In realtà, come già evidenziava Corrado Graziadei nel 1955: “La lotta partigiana, in questa parte del suolo italiano, divampò in uno stillicidio di episodi, tutti staccati ed isolati”, per lo più a carattere spontaneo e di tipo ribellistico, “ma che, raccolti e coordinati, esprimono una luce vivida di eroico patriottismo, che neppure l’oblio in cui ingiustamente quegli episodi sono stati relegati, è riuscito a spegnere” (4). “Non vi è dubbio” scriveva qualche decennio dopo Graziadei, Giuseppe Capobianco per spiegare quest’oblio, “che i maggiori ostacoli sono stati determinati dalla cancellazione consapevole, dall’immediato dopoguerra, di quel periodo della storia. La responsabilità coinvolge tutti, anche le forze della sinistra. Ciò ha impedito che si scrivesse, pur nella specificità degli eventi, una storia completa della Resistenza italiana in cui trovassero posto le vicende del Sud” (5).

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Bassorilievo con la raffigurazione dell’eccidio sul monumento di Teverola

Tra queste vicende, una sicuramente fondamentale per le sorti future del conflitto, ritenuta anzi da alcuni studiosi la prima azione in assoluto della Resistenza italiana, fu quella che, partita da Napoli il 12 settembre del ‘43, si concluse tragicamente, il giorno dopo, con l’eccidio di 14 carabinieri, nell’agro aversano, a Teverola. Era accaduto che le truppe naziste stanziate in Campania, alla notizia dell’armistizio, giunta quasi inattesa nel tardo pomeriggio dell’8 settembre ‘43, dopo un iniziale momento di disorientamento, già la sera stessa avevano dato corso ad una serie di violente azioni di rappresaglia. Azioni che si erano rafforzate nei giorni successivi, subito dopo che il comando tedesco aveva ordinato alle truppe in ritirata di razziare alla popolazione civile le derrate alimentari e il bestiame, oltre che distruggere tutto quanto potesse essere utile agli anglo-americani dati in procinto di sbarcare a Salerno: dalle strade alle linee ferroviarie, dai sistemi di comunicazione postali, telegrafici e radiofonici alle industrie belliche. In questo contesto i quattordici carabinieri si erano resi responsabili, agli occhi dei nazisti, di aver difeso il palazzo dei telefoni, pregiudicando così le comunicazioni nel momento in cui, essendo prossimo lo sbarco degli alleati, i collegamenti erano diventati fondamentali per contrastarlo e organizzare la difesa. Costretti da alcuni contingenti della divisione corazzata Goering a barricarsi nella loro caserma di Napoli Porto, i carabinieri avevano opposto una strenua resistenza agli assedianti, arrendendosi, al termine di una lunga giornata di combattimenti, solo per la schiacciante superiorità numerica degli avversari e per l’esaurirsi delle munizioni.

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Manifesto commemorativo dei 14 carabinieri fucilati a Teverola

Il giorno successivo, dopo essere stati obbligati a raggiungere con un’estenuante marcia a piedi Teverola, i militari erano stati barbaramente passati per le armi in località Madama Vincenza, ai margini di un campo di concentramento. Con i carabinieri furono fucilati anche due civili: Carmine Ciaramella e Francesco Fusco detto Friscolisi, entrambi di Teverola, operaio di 30 anni il primo, trovato con un fucile in mano nella scuola di Casaluce, bracciante di 52 anni il secondo, catturato per aver insistito a voler vendemmiare sulla terra occupata dai tedeschi (6). L’eccidio si consumò davanti agli occhi di una ventina di inermi cittadini, che, rastrellati con un altro migliaio di persone lungo la strada da Napoli a Teverola, poi liberate, erano stati appositamente trattenuti per scavare la fossa e dare sepoltura ai fucilati. Però ai poveretti, stremati dalla lunga marcia, erano mancate le forze fisiche, e il pietoso compito fu affidato, perciò, a tre contadini del luogo, tali Alessandro Muscariello detto “chiavone”, ad un suo omonimo detto “moscone” e a Raffaele Iavarone. Prima di essere seppelliti sotto una spessa coltre di terreno, i cadaveri furono spogliati dai tedeschi di tutto quanto di utile e prezioso avevano addosso. Giuseppe Muscariello figlio di Alessandro, quello contro nominato “moscone”, testimoniò che le 700 lire trovate in tasca di Francesco Fusco furono offerte quale ricompensa al padre e agli altri due contadini, che sdegnosamente però rifiutarono, invitando il soldato che glieli aveva offerti a far celebrare, invece, delle Messe in suffragio delle anime dei caduti.

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Stele ricordo nel luogo dell’eccidio

Per il suo sacrificio, a conflitto terminato il brigadiere Giuseppe Lombardi, insieme con l’appuntato Emilio Immaturo e i carabinieri Ciro Alvino, Antonio Carbone, Giuseppe Covino, Michele Covino, Nicola Cusatis, Domenico Dubini, Domenico Franco, Aldo Lazzaroni, Emilio Scala, Giuseppe Manzo Martino, Giuseppe Pagliuca, Giuseppe Ricca e Giovanni Russo, quasi tutti di origini campane, sarà insignito della Medaglia d’argento al Valore Militare con la seguente motivazione: “In periodo di eccezionali eventi bellici seguiti all’armistizio, preposto con gli altri militari della sua stazione alla difesa di importante centrale telefonica, assolveva coraggiosamente il suo dovere opponendosi al tentativo di occupazione e di devastazione da parte delle truppe tedesche. Catturato per rappresaglie e condannato a morte con i suoi compagni, affrontava con ammirevole stoicismo il plotone di esecuzione. Nobile esempio di virtù militari e di consapevole sacrificio”. Rimasto lungamente misconosciuto nel dopoguerra, l’episodio trovò spazio sulla stampa locale e su qualche quotidiano nazionale, solamente a partire dal 1983, in occasione dello scoprimento di un monumento a Teverola (7).
L’eccidio non fu, purtroppo, il primo e neanche l’unico di una lunga serie di episodi che si svolsero in questa parte di Terra di Lavoro, la provincia dell’Italia meridionale che avrebbe pagato poi, a fine conflitto, il contributo più alto in termini di vite umane (8).

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Monumento di Teverola

Già la stessa sera dell’8 settembre l’agro aversano era stato, infatti, teatro di un primo episodio di resistenza alla rappresaglia nazista allorquando a Villa Literno e ad Aversa gli uomini del 151° Reggimento costiero si erano battuti a lungo contro i tedeschi impegnati a razziare viveri e animali da macello (9). Gli scontri erano stati piuttosto sanguinosi: nei giorni seguenti presso l’ospedale militare di Caserta si contarono diversi feriti, di cui alcuni morirono poi, per i postumi delle lesioni riportate (10). All’ospedale di Caserta morì anche Mormile Giuseppe, un giovane operaio diciassettenne di Cardito rimasto coinvolto negli scontri, che spirò il 15 settembre. Nelle stesse ore si contarono anche le prime vittime civili tra le popolazioni dei due agri: ad Arienzo, in Valle Caudina, la sera del 9 settembre, verso le 21, mentre un gruppo di sfollati provenienti dai dintorni di Napoli sostava in piazza Lettieri, una scarica di mitragliatrice partita da una motocarrozzetta tedesca in perlustrazione falciava la piccola Autilia Robustelli, di 5 anni, di Grumo Nevano (11). L’11, ad Aversa, cadeva vittima del piombo nazista Luigi Oggiero, uno sfollato napoletano. Lo stesso giorno dell’eccidio di Teverola, invece, furono uccisi, sempre ad Aversa, in via Campo, tali Beniamino Affinito detto Beniamino Donsanto, di 31 anni (12), e Paolo Matacena, di 51, impiegato presso il mulino Maione, in località ponte Mezzotta, verso Sant’Antimo, passato per le armi come presunto guastatore di linee telefoniche (13). In realtà era successo che il poveretto, nel ritornare a casa con il proprio cavallo, per dare un passaggio ad un suo compagno di lavoro che abitava a Caivano, si era diretto verso Gricignano; se non ché al ponte di Carinaro i due erano stati bloccati dai tedeschi e trasportati con altri deportati, tra cui il professore Federico Santulli, in un improvvisato campo di concentramento a Marcianise. Liberati, dopo qualche ora, grazie all’intervento del podestà di Aversa Luigi Andreozzi, i malcapitati si erano poi separati, dopo un lungo tragitto a piedi attraverso i campi, nei pressi dello stesso ponte dove erano stati catturati. E fu lì che il Matacena, per raggiungere la strada, nell’attraversare la cunetta in precedenza utilizzata dai tedeschi per posare i fili telefonici, fu da questi sorpreso e colpito a morte.
Il giorno 15, ad Aversa, cadeva il giovane brigadiere dei Carabinieri Agostino Maggi; il giorno seguente, a Trentola, il quindicenne Nicola Di Guida di Lusciano moriva – come annotò il parroco di Ducenta, nel suo diario – in seguito alle ferite riportate alla mano destra dilaniata da una bomba a mano raccolta incautamente nei pressi dell’accampamento tedesco (14); il 18 toccava, invece, a Nicola Tessitore, un modesto operaio cementista, che, di ritorno da Carinaro, dopo una dura giornata di lavoro, appartatosi all’altezza dell’ex campo profugo di Aversa per soddisfare un bisogno fisiologico, fu scambiato per un sabotatore delle linee telefoniche e colpito più volte da un soldato tedesco in perlustrazione. Ferito, fu soccorso da un certo Affinito e trasportato su un carrettino all’ospedale di Aversa, dove morì dopo sei giorni di agonia (15). Sempre ad Aversa, il 23 settembre, cadeva, freddato dal piombo di un soldato tedesco, Stabile Aniello, un calzolaio, appena uscito dal rifugio dove si era nascosto a lungo per sfuggire alla cattura (16).
Va ricordato, in proposito che in quei giorni molti aversani per sfuggire ai tedeschi, si rifugiarono, travestendosi da internati e mischiandosi a loro, nel locale Ospedale Psichiatrico della Maddalena; altri ancora, con la complicità del dottor Vincenzo Forzano, si fecero operare di appendicectomia (17).
Sul fronte del sistematico saccheggio di derrate alimentari e bestiame messo in opera dai tedeschi nei riguardi non solo delle caserme e dei depositi militari, ma anche di negozi ed abitazioni private, bisogna purtroppo registrare un’attiva compartecipazione della popolazione civile alle scorrerie teutoniche. In alcuni casi i tedeschi dopo aver aizzato la folla repressero questa partecipazione nel sangue, come a Gricignano, dove il 12 settembre, prima filmarono l’assalto della folla ai depositi militari, siti in località “San Vicienzo”, e poi la dispersero a colpi di armi da fuoco, ammazzando, forse, quel Falace Elpidio registrato tra le vittime civili di Sant’Arpino (18), Nicola Lettieri, un cinquantenne di Frattaminore e Carlo Marino, un vecchio bracciante di Cesa, e ferendo gravemente una bracciante di Succivo, tale Maddalena Lampitelli, poi deceduta all’ospedale di Frattamaggiore (19).

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Padre Paolo Manna

Altri, tra cui un certo Giovanni Fusco di Gricignano, che per procurarsi dell’olio pare fracassasse un intero bidone, morirono per mano delle sentinelle italiane (20). A Frattamaggiore, negli stessi giorni, come si legge nella testimonianza rilasciata da tale Giuseppe Marotta, un ragazzo undicenne di Napoli ivi sfollato con la famiglia, i tedeschi, dopo aver saccheggiato e data alle fiamme una filanda, repressero con le armi il tentativo della popolazione di appropriarsi di ciò che era rimasto (21). La stessa sorte toccherà alla folla che, più tardi, il 31 ottobre, assalirà prima il deposito di cartine per sigarette e carta per cancelleria del distretto militare di Aversa alloggiato nell’ex asilo infantile di piazza Lucarelli, e poi, in successione un deposito di gomme Pirelli ubicato nel granaio di palazzo Golia in via Seggio (l’attuale corso Umberto) e alcuni negozi di oreficeria nella stessa via (22). In questi episodi non furono risparmiate le istituzioni religiose: il convento del Carmine subì un pesante svaligiamento tra il 2 e 3 ottobre e nella ressa morirono cinque persone; mentre da un altro ex convento, quello di Sant’Agostino degli Scalzi a Torrebianca, furono sottratti foraggi per muli e cavalli dell’esercito e perfino alcune bestie (23).

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Raffaele Anatriello negli anni ‘80

Molti furono anche gli episodi di rappresaglia negli immediati dintorni di Aversa. Il 20 settembre a Villa Literno alcuni soldati tedeschi tentarono di rapire e violentare una ragazza; il contadino Francesco Mercurio intervenuto per difenderla fu immediatamente freddato (24). La sera dello stesso giorno, San Cipriano, che allora costituiva con Casal di Principe e Casapesenna l’abitato di Albanova, visse le sue ore più tragiche allorquando un soldato tedesco fu ferito da un colpo di pistola alla gamba da un giovane del paese, tale Angelo Chiarolanza, originario di Quarto, noto come “scassacarrette”. La reazione tedesca fu immediata, crudele, barbara. Al termine delle rappresaglia, durante la quale “grida, pianti si susseguivano senza sosta al crepitio incessante delle mitragliatrici ed allo scoppio fragoroso delle bombe a mano”, in via Fiume si contarono ben quattro morti e numerosi feriti. Raccapricciante la descrizione della scena riportata dal dottore Scipione Letizia accorso per portare soccorso ai poveri malcapitati: “Lo spettacolo che si presentò al mio sguardo fu non solo raccapricciante, ma allucinante. Un gruppo di cinque o sei casupole, quasi catapecchie, erano sventrate dalle esplosioni di bombe a mano e dalle sventagliate delle mitragliatrici. Porte abbattute, suppellettili misere in frantumi e tutt’intorno sparsi sul pavimento, quattro cadaveri di persone adulte ed oltre diciotto feriti” (25).
Il giorno successivo, mentre ancora si componevano i cadaveri delle vittime (Salvatore Baldascino, Giuseppe Cavaliere, Domenico Cirillo e Maria Giuseppa Salzillo), i tedeschi rastrellarono il paese alla ricerca di ostaggi da fucilare, e nonostante la maggior parte degli uomini avesse trovato sicuro rifugio nelle grotte dove essi non si avventuravano temendo delle imboscate, catturarono dieci persone, le quali, però, grazie alle insistenze di una commissione di notabili del paese furono risparmiate (26).
Qualche giorno dopo, il 23 settembre, un’altra possibile strage era sventata a Trentola Ducenta allorché una squadra di S.S. penetrata nel locale seminario del P.I.M.E. alla ricerca di soldati sbandati e civili datisi alla macchia per scampare ai rastrellamenti, fu allontanata con modi garbati e persuasivi, dal rettore, padre Paolo Manna (27).

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Gennaro Marchese fine anni ‘40

Tra il 23 e il 26 settembre anche Casapesenna registrò un significativo episodio di resistenza ai tedeschi allorquando nella contrada denominata “u’perillo”, a breve distanza dalla linea ferroviaria, mentre alcuni militari tedeschi s’intrattenevano in un’abitazione vicina, degli uomini del posto assaltarono ed incendiarono un carro armato, uno dei pochi mezzi corazzati superstiti che i tedeschi, strategicamente, spostavano di tanto in tanto sparando qualche colpo nella direzione degli accampamenti alleati per dare ad intendere di essere ancora nelle capacità di difendersi. In conseguenza di questo fatto la rappresaglia teutonica diventò più violenta, ma fortunatamente i pochi uomini che riuscirono a catturare e a trasportare a Casal di Principe si liberarono a causa di un bombardamento che sopraggiunse all’improvviso (28). Il 26 settembre in località S. Larienzo, presso Villa di Briano, furono fucilati, con l’accusa di aver sottratto materiale bellico, Cacciapuoti Giovanni, Della Corte Raffaele e Pellegrino Carlo, rispettivamente di anni 43, 36 e 15, tutti e tre braccianti di Frignano. Benché colpito in più parti del corpo, quest’ultimo era però sopravvissuto al piombo nazista e, soccorso da alcuni contadini presenti alla scena dopo che i tedeschi avevano abbandonato il posto, fu trasportato di nascosto all’ospedale di Aversa. Qui però, fu subito raggiunto dai suoi aguzzini, informati non si sa da chi, che, quantunque lo avessero trovato prossimo a morire, lo prelevarono, lo caricarono su una camionetta e si diressero verso il luogo in cui intendevano finirlo. Dio volle, però, ad evitare un ulteriore gratuito atto di ferocia, che vi giungesse cadavere (29).
Intanto, il 27 settembre, un gruppo di guastatori tedeschi era giunto a Frattamaggiore, accampandosi nella zona “monte ‘e sciemi”, per minare la sottostazione della Società Meridionale di Elettricità e i ponti sulla ferrovia Napoli – Roma, già vigilata da un contingente armato accasermato nel locale Linificio Nazionale, e da una postazione antiaerea. Alcuni giovani, capeggiati da Raffaele Anatriello e da Gennaro Marchese, balzato nel dopoguerra agli onori della cronaca sportiva per essere stato, prima, arbitro internazionale, e poi presidente della Federazione italiana arbitrale, si risolsero, forti di fucili 91 e di poche altre armi sottratte all’Esercito, di difendere la centrale, ma quando si resero conto di trovarsi di fronte a forze francamente preponderanti, capirono che non era il caso, anche per evitare guai maggiori alla popolazione civile.

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Centrale elettrica di Frattamaggiore

Fu così che, prima il ponte carrozzabile tra Fratta e Grumo, e poi la centrale elettrica saltarono in aria. Con queste importanti strutture furono fatte saltare anche alcune parti del Canapificio Partenopeo e delle Manifatture Cotoniere Meridionali. In queste azioni di rappresaglia si distinse particolarmente un soldato italo – tedesco, tale Michele (forse un altoatesino o il figlio di un emigrante italiano, secondo altri), che più avanti ritroveremo, a ragione della sua balordaggine, come uno dei corresponsabili dell’eccidio di Orta di Atella. Fra l’altro il balordo si era reso protagonista di alcuni deprecabili atti di violenza nei confronti di inermi cittadini, in particolare, nei confronti di un’anziana donna, tale Anna Vitale, alla quale impose di accendere appositamente il forno per mettere ad asciugare le divise di alcuni commilitoni inzuppate di acqua piovana (30).
Ai danni arrecati dai tedeschi, si aggiunsero in quei giorni, quelli provocati dall’aeronautica alleata che, smaniosa di centrare a sua volta la centrale elettrica, faceva, sovente, delle disastrose incursioni aeree. Durante una di queste fu centrata una casa di Grumo e vi furono delle vittime, compreso un artificiere, rimasto dilaniato nel tentativo di disinnescare una bomba inesplosa. Antagonisti politici attribuirono la colpa dei bombardamenti alleati ad un acceso antifascista del tempo: quell’Amedeo Vetere che più tardi, a conflitto concluso, fonderà la locale sezione del partito comunista. Il Vetere, che era stato più volte incarcerato dai fascisti per motivi politici prima di essere inviato al confino nella cittadina di Palena sulla Maiella, fu accusato di aver fatto uso durante le incursioni alleate di uno specchietto con lampada per richiamare l’attenzione dei bombardieri alleati. In realtà, le uniche azioni di sabotaggio compiute dal Vetere erano state quelle di vagare per le campagne fingendosi contadino per poter spezzare i fili delle linee telefoniche tedesche. Il taglio dei cavi aveva la funzione non solo di impedire i collegamenti ma anche quella, più squisitamente psicologica, di dare la sensazione ai tedeschi di trovarsi ad operare in un ambiente ostile (31).

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Amedeo Vetere

Anche a Frattamaggiore, come ad Aversa, ci furono, ahimé, saccheggi di case e negozi. In particolare a farne le spese furono un magazzino di materiale elettrico nei pressi della ferrovia e un piccolo deposito di articoli casalinghi gestito da una certa signora Canciello. Ma a subire i maggiori danni da questi sistematici svaligiamenti furono soprattutto i vagoni merci che sostavano nella stazione.
L’ultimo giorno del mese si concluse con una delle stragi più barbare perpetrate in Campania dai tedeschi: l’eccidio di Orta di Atella. Secondo le ricostruzioni più attendibili, realizzate da De Marco (32) e Motti (33) prima, e da De Santo poi, avvalendosi di una serie d’interviste effettuate in loco (34), è ipotizzabile che tutto ebbe inizio nelle prime ore del mattino, allorquando, nei pressi della baracca di legno dove tale mastu Vicienzo Tizzano esercitava il mestiere di ferracavallo, sita sulla provinciale Aversa-Caivano, si erano raccolti, sull’onda delle notizie portate da uno sfollato napoletano che riferiva di scaramucce in città fra truppe tedesche e napoletani, ma anche in risposta ai rastrellamenti dei giorni precedenti, una cinquantina di dimostranti che, armati di fucili da caccia, pistole ed arnesi vari, affrontavano gli sparuti soldati tedeschi di passaggio. Guidati dal professore Matteo Calisti, un ex ufficiale di origini siciliane che aveva combattuto la I guerra mondiale, e da Adamo Ernesto Salvatore, ex comandante dei Vigili Urbani, si trattava, per lo più, di padri di famiglia che imbracciavano le armi per difendere le mogli e le figlie dalle razzie tedesche (35), di giovanotti che volevano fare gli eroi, di soldati sbandati che ambivano a passare per patrioti, ma anche di persone dedite ai furti e alle violenze (36). In particolare un energumeno, sospettato peraltro di collaborazionismo con gli stessi tedeschi, si era avventato contro uno di essi picchiandolo selvaggiamente, mentre altri due giovani militari tedeschi erano stati fermati a bordo del loro camion, imprigionati nella torre del Bruzzusiello e solo dopo alcune ore liberati dopo aver chiesto degli abiti civili per potersi allontanare indisturbati. Intanto il camion era stato portato dalle parti della Crocesanta (l’attuale via Del Vecchio) e svuotato del suo contenuto ancorché la maggior parte della popolazione disapprovasse il gesto temendo una possibile vendetta da parte dei tedeschi.

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L’eccidio di Orta in un dipinto
di Luigi Marruzzella

E, infatti, la risposta, non tardò ad arrivare. Nel tardo pomeriggio in via Chiesa sopraggiunse una camionetta tedesca con 12 soldati armati di tutto punto seguiti da un’altra cinquantina di militari a piedi che inferociti forzavano le porte delle case e, armi spianate, trascinavano fuori uomini, donne e bambini. Portate in piazza San Salvatore le persone catturate intuirono ben presto le vere intenzioni dei tedeschi, quando uno di loro, appostato sul balcone di palazzo Greco, di fronte al convento, sparò, scambiandolo per un civile malintenzionato, e ammazzandolo sul colpo, all’ignaro fra Fedele, un anziano e malaticcio francescano che, portatosi alla finestra della propria cella apertasi a causa di un’improvvisa folata di vento per chiuderla, si apprestava, su invito degli sgomenti e spaventati malcapitati radunati nella piazza sottostante, a benedirli. Subito dopo l’efferato episodio (si era ormai quasi all’imbrunire), gli uomini furono separati dalle donne e dai bambini e spinti, sotto la minaccia delle armi, lungo corso Vittorio Emanuele, verso la provinciale Caivano – Aversa, dove, disposti lungo un vecchio muro di cinta che correva parallelo alla strada furono, alfine, falciati dalle armi di un plotone di esecuzione. Sul terreno, restarono, esanimi, i corpi di 20 innocenti.

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Lapide commemorativa dell’eccidio di Orta

I loro nomi e l’età: Cannella Vincenzo di anni 28, Castellano Vincenzo di anni 35 e suo figlio Michele di anni 18, Chianese Arcangelo di anni 62, Daniele Salvatore di anni 55 e il figlio Antonio di anni 15, De Sivo Guido di anni 54, Di Letto Salvatore di solo 17 anni, Di Lorenzo Alessandro di anni 58, D’Onofrio Gioacchino di anni 71, Ferrara Michele di anni 39, Greco Corrado di anni 43 e suo fratello Mario di anni 41, Lazzaroni Aldo di anni 22, Pellino Oreste di anni 17, Ricci Vincenzo di anni 44, Romano Salvatore di anni 49, Serra Salvatore di anni 49, Serra Sossio di anni 58, Sorvillo Massimo di anni 57 e Zarrillo Giovanni di anni 31. Sopravvisse alla falcidia (per essersi finto morto o forse, chissà, per il pietoso gesto del soldato incaricato di finire chi non era ancora spirato) solo Salvatore Costantino, rimasto leggermente ferito ad un braccio. Quando ritornò al paese, smarrito e tremante, lo trovò in preda alle fiamme in più punti (37) e completamente deserto: le donne e i bambini erano riparati, parte nella vicina Succivo, parte nelle grotte sottostanti ai palazzi, mentre gli uomini scampati al massacro si erano nascosti un po’ dappertutto, chi sui tetti del luogo detto di Panico, attiguo al transetto della chiesa di San Massimo, chi nei fienili, chi nel convento di San Salvatore. Quella sera gli unici a percorrere fino a notte inoltrata le strade del paese, prima di abbandonarlo, furono oltre a qualche cane o gatto randagio, i tedeschi, ancora alla ricerca di possibili vittime. Il giorno successivo, ai primi ortesi accorsi sul luogo del massacro si offrì uno spettacolo raccapricciante: i corpi dei poveri sventurati giacevano con gli abiti sforacchiati nelle pose più disparate, chiazze di sangue ingrumito imbrattavano il muro, rivoli di sangue si perdevano fra l’erba mischiandosi al fango. Grazie alla pietosa opera dei parenti e di alcuni volontari i cadaveri furono rimossi, trasportati nelle loro abitazioni e poi inumati nel locale cimitero. Nel frattempo il buon parroco, don Salvatore Mozzillo, diffusasi la voce che i tedeschi si apprestavano a radere Orta al suolo, accompagnato da due bizzoche, si era recato al comando tedesco di Crispano per impetrare la grazia di risparmiare il paese, offrendo dell’oro raccolto presso alcune famiglie e promettendo di adoperarsi per recuperare il bottino sottratto dal camion il giorno precedente. Qualche giorno dopo, infatti, accompagnato da Michele Del Prete, un sarto di Orta, si recò a Frattamaggiore, presso il linificio, dove era alloggiato, come si accennava in precedenza, un reparto tedesco adibito al controllo della contigua linea ferroviaria, per restituire parte della refurtiva sottratta (38).
Corre obbligo ricordare che alla già lunga lista dei caduti di via Nuova vanno aggiunti i nomi di Adelaide Organo, detta Lilaida, di anni 78 anni, rimasta vittima, qualche ora prima del massacro, di un colpo sparatole da un rabbioso tedesco nel luogo detto delle Tranghelle, e del contadino ventottenne Salvatore Pezzella, raggiunto da una raffica di mitra mentre cercava di scavalcare il muro di cinta di un giardino per mettersi al sicuro. Non sembra, invece, collegarsi ai tedeschi l’assassinio di Raffaele Guerra, sottufficiale dell’Esercito, di anni 26, uno dei partecipanti agli assalti, sulla cui morte permangono molti punti oscuri. Pare, infatti, che fosse rimasto vittima di uno dei suoi compagni, ma non si capisce bene se per errore o per vendetta personale. In ogni caso il suo nome compare, insieme a quello di Raffaele Spina, l’autista dei marchesi Capece ucciso dai tedeschi in data e circostanze diverse, come vedremo, e a quelli di Adelaide Organo e Salvatore Pezzella, nella lapide che, murata negli anni Cinquanta su una parete della scuola elementare di Orta, ricorda l’eccidio del 30 settembre. La lapide è sormontata da un bassorilievo raffigurante un’aquila bifronte che assale uomini e bambini inermi per giustificare, in un certo qual modo, le parole martirio e sacrificio che compaiono nella frase commemorativa e che giacché nell’accezione più comune indicano, rispettivamente, come osserva De Santo richiamandosi al Devoti-Oli: “il sacrificio accettato in nome della fede “ e “l’offerta della propria vita per un ideale”, non sono certamente identificabili con gli stati d’animo presenti in quel momento nelle vittime, tutto al più rassegnate, e diventate tali solo per placare l’ira tedesca (39). L’episodio, benché alcuni mesi dopo avesse trovato spazio su Il Risorgimento, l’unico quotidiano campano dell’epoca (40), in termini apologetici, era stato, infatti, vissuto, dalla maggioranza della popolazione ortese, come un errore gravissimo, una rappresaglia compiuta dai tedeschi non per odio ma solo in risposta ad una serie di atti ostili (l’attacco sulla strada, la cattura dei soldati, l’appropriazione del contenuto dei camion) da parte di un gruppo di persone poi dileguatosi: e come tale era stato prima quasi giustificato e poi rimosso (41). Questa rimozione spiega, peraltro, il riutilizzo del muro stesso della fucilazione nella costruzione di uno stabile e l’assenza di una targa sul luogo preciso in cui fu perpetrata la strage, che ha beneficiato, per il resto, negli anni, solo di due commemorazioni: una prima volta, il 26 maggio del 1991 in occasione del Terzo raduno provinciale dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci (ANCR) di Terra di Lavoro, nel contesto di una rievocazione generale della guerra (42), e una seconda volta il 30 settembre del 1993 in occasione del Cinquantenario dell’eccidio (43).
Molti più frammentari e imprecisi rispetto a quelli di Orta di Atella, restano a tutt’oggi, i fatti di sangue riguardanti la vicina Marcianise. Mentre Capobianco registra, infatti, senza nessuna altra notizia, ben 5 morti in via Grillo tra il 3 e il 4 ottobre (44), Salvatore Buonanno e Carmine Cimmino riportano la testimonianza di Orlando Gaglione, raccolta dal nipote Gianpietro Bellopede, alunno della scuola elementare del 3° circolo didattico di Marcianise, circa un eccidio perpetrato dai tedeschi nei confronti di un gruppo di inermi cittadini catturati lungo via S. Giuliano e poi fucilati sui Regi Lagni presso la masseria don Giulio. Secondo il racconto di Gaglione, alla morte sfuggì un certo Giuseppe Iuliano, detto “zi’ Giuseppe” che al momento degli spari si gettò a terra fingendosi morto (45). Un altro episodio analogo, raccolto da Motti, riferisce che nei pressi della stessa masseria furono fucilati, dopo essere stati catturati dai tedeschi e costretti a pulire col petrolio un carro armato che per mimetizzarlo era stato coperto di paglia, un contadino di Marcianise, tale Giuliano Silverio, il già citato autista dei baroni di Casapuzzano, Raffaele Spina, e un anonimo vecchietto di Frattamaggiore, antifascista, che credendo Marcianise già liberata, voleva recarsi in questo paese per incontrare Saverio Merola, capo degli antifascisti locali. Come Giuseppe Iuliano anche Giuliano Silverio si salvò gettandosi a terra e fingendosi morto (46). Non si salvarono, invece, tranne Salvatore Bellotta, che all’epoca contava poco meno di 20 anni, e tale Gaetano chiamato “o’ macchiaiuolo” gli altri tre frattesi che, dopo essersi recati, con loro, prima a Santa Maria Capua Vetere e poi a Macerata Campania per comprare merce da rivendere, incapparono, sulla via del ritorno, nei pressi della stessa masseria don Giulio, in una postazione tedesca. Era successo che i cinque, recatisi a Santa Maria con un calesse per approvvigionarsi di grano e trovato il locale mulino incendiato, pur di non tornare a mani vuote, a Macerata, avevano acquistato da tale Mattia, insieme con alcuni sacchi di fagioli secchi, anche cinque cappotti militari inglesi, ceduti, probabilmente, da prigionieri scappati dai campi di concentramento di Capua o Aversa in cambio di abiti civili. Sulla via che congiunge Marcianise con Orta, alla vista del posto blocco tedesco il gruppo si era disfatto del compromettente carico lanciandolo nell’attiguo lagno; il gesto non era, però sfuggito ai militari che, dopo aver ammazzato la cavalla che trasportava il calesse e obbligato i cinque ad indossare i cappotti inglesi, li fucilarono, risparmiando per mero calcolo, come vedremo, il solo Bellotta.

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Ponte a Selice in una fotografia d’epoca

Fu così che trovarono la morte Rocco Perfetto, di 40 anni, suo figlio Francesco, di 19, e Rosa Costanzo, nubile, di professione pettinatrice, detta “fra Diavolo”. Gaetano “o’ macchiaiuolo”, benché trafitto più volte alla gola e creduto morto, riuscì a sopravvivere. Il Bellotta, invece, dopo essere stato rifocillato, fu trasportato a Macerata e invitato ad indicare la casa del ricettatore, che, però, annusato il pericolo, si era già prudentemente allontanato, abbandonando moglie e figli. A quel punto i tedeschi, dopo aver perquisito la casa e avervi trovato altri cappotti inglesi, allontanati la donna e i bambini, distrussero l’abitazione con le bombe. Il povero Bellotta, dopo essere stato costretto a chiedere in giro per il paese dove era nascosto il mediatore Mattia e chi avesse altri cappotti inglesi, fu alla fine liberato e riuscì finalmente a raggiungere Frattamaggiore, dove i familiari, avendo saputo intanto delle fucilazioni, gli avevano già preparato la bara (47).
Alle vittime dirette della ferocia nazista vanno aggiunte quelle provocate dallo scoppio delle mine, piuttosto numerose nel quadrilatero compreso fra Trentola, S. Marcellino, Parete e Villa Literno, che, i tedeschi, per sventare un eventuale attacco dal nord, avevano minato dopo aver allagato anche i Mazzoni. Tra il 6 e il 10 ottobre, persero la vita, Conte Maria, una scolara di 16 anni, i germani Luciano e Michelina Cassandra, rispettivamente di 17 e 14 anni, di San Marcellino, Andrea Pizzorusso e il fratellastro Luciano Lemma, entrambi contadini, rispettivamente di 39 e 28 anni, la mamma dei due, Angela Riccardo, una casalinga di 60 anni, tutti di Trentola. Originario di Trentola era pure Andrea Arbitrio, un giovane militare di 31 anni, ucciso lungo la provinciale Giugliano–Parete insieme a un seminarista che cercava di raggiungere la propria casa, dal gruppo di guastatori tedeschi che poco prima avevano trucidato a Giugliano, davanti alla chiesa dell’Annunziata, numerosi ostaggi, tra cui alcuni religiosi (48).

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Tenente Silvio Gridelli

Nelle campagne di Parete il 3 ottobre trovava la morte anche Nicola Parete, un bracciante di 30 anni circa che, impossessatosi di due dei numerosi fucili trovati nei pressi della masseria Picone, e incappato poi in un rastrellamento tedesco, fu fucilato dopo essere stato costretto a scavarsi la fossa con le sue stesse mani. Poco dopo, nello stesso luogo, raggiunto intanto da un centinaio di persone per impossessarsi delle restanti armi, trovarono la morte, in circostanze non molto chiare, due giovanetti: Severo Agrippino, di 14 anni, un ragazzo originario di Arzano, adottato da una famiglia di Parete, e lo scolaro Gennaro Chianese, pure lui di Parete, che contava appena 8 anni. La morte di Severo avvenne, forse, involontariamente, per mano di un carabiniere, inviato sul posto per tenere alla larga dal deposito d’armi, la popolazione (49).
Il giorno dopo le truppe di liberazione raggiungevano, accolti gioiosamente dalla popolazione, la maggior parte dei paesi sia dell’agro atellano sia di quello aversano. Gli ultimi reparti tedeschi lasciavano definitivamente le nostre terre non prima di aver fatto qualche altra vittima come il povero Francesco Cantiello, un trentaquattrenne contadino ammazzato in via L. Caterino a San Cipriano per essersi rifiutato di consegnare la sua cavalla e per aver puntato il fucile contro i tedeschi (50). Altre due vittime si ebbero a Trentola Ducenta dove i guastatori prima di abbandonare il campo si erano appostati con una mitragliatrice alla fine di via Roma, laddove si stacca la traversa che va a Cientepertose, sparando all’impazzata su chiunque osasse attraversare la strada. A farne le spese furono un’erbivendola di Aversa, avventuratasi per vendere la sua merce, raggiunta alla coscia da un proiettile, per fortuna in modo leggero, e tale Carlo Grassia detto Napoleone che, colpito al ventre da una sventagliata di mitra, fu ricoverato all’ospedale di Aversa, dove morì dopo 15 giorni. Nella ritirata i tedeschi non mancarono di minare alcuni ponti della direttissima Napoli –Roma (51), e lo storico e monumentale Ponte a Selice sui Regi lagni (52).
Nei giorni seguenti in cui si andavano svolgendo queste vicende, intanto, in diverse parti d’Italia, altre persone dell’agro perdevano la vita nelle stragi naziste o in azioni di Resistenza. Il 18 ottobre era ucciso ad Alvignano, presso Caiazzo, l’arciprete Biagio Mugione di Cardito. Il cadavere fu ritrovato 6 giorni dopo, il 24 ottobre, nei pressi di un torrente. La funzione funebre si svolse, come riporta, celato dietro lo pseudonimo di Mario Guerra, il parroco don Gregorio Mormile (prima entusiasta propagandista del fascismo nella zona, e poi indignato censore del comportamento tedesco) alla presenza dei soli “vecchi genitori e di qualche vecchietta” (53).

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Maggiore Ugo De Carolis

Tra i civili che negli stessi giorni a Mondragone, armi in pugno, affrontarono i tedeschi in ritirata perdendo la vita, c’erano anche diversi uomini dell’agro aversano. Tra le cinque vittime cadute in combattimento o trucidate dai tedeschi perché trovate in possesso di armi, Capobianco annovera, infatti, anche i fratelli Antonio e Orlando Zaccariello di Frignano (54).
All’alba del 31 ottobre i nazisti, nel corso di una delle numerose demolizioni con esplosivi compiute dai reparti pionieri, durante le quali non si curavano neanche di accettarsi se le abitazioni da abbattere fossero ancora abitate, fecero brillare alcune mine collocate sotto il palazzo Cameretti di Prata Sannita: saltarono in aria, con le mura, le membra straziate del tipografo aversano Nicola Nappa, della moglie Raffaella Cangiano e delle figlie Errica ed Anna, rispettivamente di 30 e 18 anni, nonché della giovane domestica Giovannina Nobile di Teverola. Nello scoppio perdevano la vita altresì il commerciante Gabriele Abate, anch’egli di Teverola, e le figlie Teresa e Raffaelina, di sei e cinque anni, imparentati con i Nappa. Rimase illesa la sola Rosaria, neonata (55). Ironia della sorte, le due famiglie, temendo che Aversa e Teverola fossero rase al suolo dai bombardamenti alleati, se ne erano allontanate per luoghi più sicuri.
Lontano da Aversa, dove era nato il 6 gennaio del 1921 da Cesare, maresciallo di Cavalleria, e Maria Puricelli, cadeva, negli scontri di fuori Porta San Paolo a Roma il tenente Silvio Gridelli. Dopo una prima formazione alla Scuola Militare di Napoli (denominazione assunta dalla Nunziatella nel triennio 1939-42) il giovane ufficiale era passato poi all’Accademia di Modena, da dove, al termine degli studi, era stato immesso in ruolo nell’Esercito Regio. Verso la metà del ‘43 dopo alcuni soggiorni in diverse località d’Italia per corsi d’addestramento o brevi comandi fu inviato a Roma presso il 4° reggimento carristi, laddove ancora si trovava l’8 settembre, quando i militari italiani, in assenza di direttive unitarie, dovettero operare una scelta di campo. E Gridelli, come tanto giovani ufficiali, sorretto “da un estremo senso di fedeltà allo Stato e alla monarchia” scelse di contrastare i tedeschi: la mattina del 10 settembre partecipava con la Compagnia Carri M alla battaglia di Porta San Paolo al comando di un mezzo corazzato. Rimasto ferito ad una gamba “non desisteva dalla lotta fino a quando un nuovo colpo lo raggiungeva in pieno petto, stroncando la sua nobile vita” come recita la motivazione che accompagnò il conferimento della medaglia d’argento al Valore Militare (56).
Alla resistenza romana partecipò attivamente meritandosi una medaglia d’oro al Valore Militare alla memoria anche il maggiore dei carabinieri Ugo de Carolis, nato a Caivano il 18 marzo 1899 da una famiglia di Santa Maria Capua Vetere. Trucidato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944, De Carolis aveva partecipato alla prima guerra mondiale, durante la quale già era stato decorato di medaglia d’Argento. Ufficiale di carriera, aveva combattuto anche in Africa e, nel 1942, aveva fatto parte della Commissione d’armistizio con la Francia. Dopo l’8 settembre del ‘43 aveva contribuito all’organizzazione della formazione partigiana dei carabinieri, comandata dal generale Filippo Caruso. Arrestato in seguito ad una delazione, fu trucidato alle Fosse Ardeatine, dopo essere stato selvaggiamente torturato in via Tasso (57).
Di Caivano era pure Ezio Murolo che si distinse nelle Quattro giornate di Napoli (58).
Un altro ufficiale, nativo di Aversa, Vincenzo Fabozzi, poi decorato con croce di ferro, si distinse particolarmente nella zona di Bologna (59).Tra i caduti nelle formazioni partigiane del Centro e Nord Italia vanno inoltre ricordati, Gennaro Bencivenga di Cesa, di anni 20, caduto ad Anagni il 3 giugno del ‘44 e Giuseppe Tartaglione di Marcianise, morto a Rivoli, nel Torinese il 10 marzo del ‘45 (60).

Note:
(1) Per questi episodi cfr. C. BARBAGALLO, Napoli contro il terrore nazista (8 settembre-I° ottobre 1943), Napoli s. d.; E. CUTOLO, La Resistenza e le Quattro Giornate di Napoli, Napoli 1977; P. LAVEGLIA, Il gruppo patrioti di S. Prisco, in “Mezzogiorno e fascismo”, Napoli 1978, II, pp. 747 – 760; M. SCARLATO, I tedeschi a S. Maria C. V., in “La Resistenza in Terra di Lavoro”, Santa Maria Capua Vetere, s. d., pp. 7 – 9.
(2) Si citano, in proposito, solo per dare qualche titolo della prima ora, e relativamente alla sola Campania, i lavori di: E. PONTIERI, Rovine di guerra a Napoli, in Archivio Storico delle Province Napoletane, vol. XXIX (1943), pp. 274 -276; L’insurrezione di Ponticelli, in La Voce, Napoli 6 luglio 1945; A. CARUCCI, Lo sbarco anglo-americano a Salerno, Salerno 1948, pp. 28 – 26; A. TARSIA IN CURIA, Napoli negli anni di guerra, Napoli 1954; F. MATRONE, La cacciata dei tedeschi da Scafati, Pompei 1954; P. SCHIANO, La Resistenza nel Napoletano, Bari 1965.
(3) AA. VV., La Campania dal fascismo alla Repubblica, Napoli 1977, pag. 50.
(4) C. GRAZIADEI, La rivolta nel Sud, in Il Secondo Risorgimento d’Italia, s.l.e., 1955, pp. 71-76, pag. 71.
(5) G. CAPOBIANCO, La giustizia negata L’occupazione nazista in Terra di Lavoro dopo l’8 settembre 1943, Caserta s.d., pag. 16. In un altro scritto, Il recupero della memoria Per una storia della Resistenza in Terra di lavoro – autunno 1943, Napoli 1995, pp. 5 – 6, l’autore sostiene, anzi, che l’opposizione delle popolazioni meridionali costituì la prima pratica sperimentazione della guerra partigiana e in questo senso rappresentò una sorta di “laboratorio” per la Resistenza italiana.
(6) G. MOTTI, Podestà e poi Sindaci, Aversa 1998, pag. 154.
(7) G. LAMA, A Teverola: un monumento in ricordo dei 14 Carabinieri trucidati il 13 settembre 1943, in Il Gazzettino aversano, settembre 1983; G. MOTTI, Il sacrificio dei CC a Teverola, in Il Mattino del 21/9/83. Più tardi, l’episodio fu ricordato in un numero monografico de Il Gazzettino aversano (1/2/86), dallo stesso G. MOTTI, I carabinieri trucidati a Teverola, e da N. DE CHIARA, 1943: strage di carabinieri a Teverola, in Lo spettro (1994). All’episodio è dedicato, altresì, l’intero capitolo XXIX del libro di G. MOTTI, op. cit., pp. 319 – 337.
(8) Si ricordano, in proposito le stragi di Bellona, Caiazzo, Caserta, Conca della Campania, Sparanise. La ricerca, nonostante gli anni trascorsi, il vuoto degli archivi e talvolta la rimozione quanto non anche la falsificazione degli episodi, ha permesso, a tutt’oggi, di quantizzare in 658, di cui 69 donne, il numero dei cittadini trucidati in provincia di Caserta. Gli eccidi coinvolsero persone di tutte le età, dai 10 mesi agli 87 anni, e di condizione sociale: i più numerosi furono, tuttavia, i contadini, con ben 230 caduti (cfr. G. CAPOBIANCO, La giustizia …, op. cit., pag. 28).
(9) UFFICIO STORICO DELLO STATO MAGGIORE ESERCITO, Le operazioni delle unità italianenel settembre- ottobre 1943, Roma 1975, pag. 220.
(10) G. CAPOBIANCO, Il recupero…, op. cit., pag. 83.
(11) G. CAPOBIANCO, La giustizia …, op. cit., pag. 28.
(12) G. MOTTI, Podestà …, op. cit., pag. 285.
(13) Ivi, pag. 44-45.
(14) Ivi, pag. 287.
(15) G. MOTTI, Trucidato Nicola Tessitore, in Il Gazzettino aversano, 30 novembre 1973.
(16) G. MOTTI, Podestà…, op. cit., pag. 43 – 44.
(17) Ivi, pag. 65.
(18) A. DELL’AVERSANA – F. BRANCACCIO, Sant’Arpino ai suoi caduti, Sant’Arpino 1997, pag. 80.
(19) G. MOTTI, Podestà …, op. cit., pag. 58.
(20) G. MOTTI, Una pagina di storia recente. Gricignano: il deposito di Dio in Consuetudini aversane, 23-24 aprile-settembre ‘93, pp. 89-94.
(21) ARCHIVIO DELL’ISTITUTO CAMPANO PER LA STORIA DELLA RESISTENZA, fondo La mia guerra, 16/U.
(22) S. BUONANNO – C. CIMMINO, Terra di Lavoro durante l’occupazione nazifascista nelle indagini degli allievi delle scuole della provincia, in Rivista storica di Terra di Lavoro, a. XV (gennaio – dicembre 1990), nn. 26/27, pag. 45. Le oreficerie in questione erano, come riporta G. MOTTI, Podestà…, op. cit., pag. 285, di Michele Gatta e Giuseppe Vitale.
(23) G. MOTTI, Podestà …, op. cit., pag. 62 e 58.
(24) G. CAPOBIANCO, La giustizia …, op. cit., pag. 29.
(25) S. LETIZIA, Un paese fuori legge Casal di Principe, s. d., pp. 181-184. Uno dei feriti, la signora Abatiello Rosa, cessò di vivere qualche giorno dopo all’ospedale di Aversa.
(26) L. SANTAGATA, Casal di Principe e Frignano Maggiore Due Comuni dell’Agro Aversano, Napoli 1987, pag. 106.
(27) R. TROTTA, Padre Paolo Manna, Bologna 1981, pp. 121-123.
(28) L’episodio è riportato da L. SANTAGATA, Casapesenna Passato e presente, Napoli 1990, pag. 125, sulla scorta di una testimonianza diretta del professore Nicola Ardito, all’epoca diciassettenne.
(29) L. SANTAGATA, Villa di Briano, Napoli 1979, pag. 94.
(30) G. MOTTI, Sindaci …, op. cit., pag. 198
(31) Ivi, pag. 197.
(32) A. DE MARCO, Dieci anni, Frattamaggiore 1983, pp. 53-72.
(33) G. MOTTI, Martiri atellani e frattesi. 30 settembre 1943. Storie di prima, durante e dopo, dattiloscritto, Aversa, Biblioteca Comunale; ID., Sindaci …, op. cit., pp. 192-193.
(34) A. DE SANTO, L’eccidio di Orta d’Atella: 30 settembre 1943, in G. GRIBAUDI (a cura di), Terra bruciata. Le stragi naziste sul fronte meridionale, Napoli 2003, pp. 200-230. L’autore si è avvalso di un’altra fonte inedita costituita dal Diario dattiloscritto di Ersilia Greco, moglie e madre di due vittime della strage, messogli a disposizione dalla nipote della signora, Milena Greco.
(35) Pare, infatti, che uno dei motivi principali che determinarono la formazione del gruppo sia stata la notizia, proveniente da Frattamaggiore, di un tentativo di rapimento per stupro ai danni della giovane Lillia Nava, figlia dell’ingegnere Lelio, messo in atto da Michele, il soldato italo – tedesco di cui si è già parlato precedentemente. Il tentativo fu sventato da un gruppo di dimostranti di Frattaminore che sottrassero l’auto a Michele affinché lasciasse la povera ragazza. Per questa ragione il Michele si sarebbe fatto giustizia ammazzando Raffaele Lionello, uno degli assalitori, e l’incolpevole Gennarino Clemente, scambiato per Sossio Iannuzzi, un altro degli assalitori. Il primo sarebbe stato sgozzato personalmente da Michele; il secondo fucilato. Sulla vicenda, permangono, tuttavia, molti dubbi.
(36) La costituzione di una formazione analoga, decisa a brandire le armi e combattere contro i tedeschi, fu tentata a Succivo anche da Salvatore Tinto, un estroso giovanotto comunista di buona famiglia, che, però, dissuaso dal cugino Pasquale Tinto, dall’avvocato Luigi Pagliuca e soprattutto dallo scarso entusiasmo dei concittadini, ben presto rinunciò al progetto.
(37) Furono dati alle fiamme, fra gli altri, il palazzo Granata, detto dei Pirchitiello e il palazzo detto dei Prizidi, mentre palazzo Migliaccio fu solamente mitragliato.
(38) G. MOTTI, I Martiri atellani e frattesi del 1943. Tra cronaca e storia, in Campania Sette Nord – Est, supplemento al giornale Avvenire del 6/3/94, pag. 3.
(39) G. DEVOTO – G. C. OLI, Dizionario della lingua italiana, Firenze 1971.
(40) Il Risorgimento, mercoledì 15 dicembre 1943, pag. 2.
(41) In particolare furono accusati Salvatore Auletta, Ernesto Iovinella, operaio presso un mulino di Frattamaggiore, Francesco Tornincasa, Antonio Mozzillo, un certo Lampitelli e i già citati Adamo Ernesto Salvatore e Matteo Calisti, il capo carismatico che cercò di regolamentare l’insurrezione e che ne fu, invece, ingiustamente ritenuto il responsabile principale. Matteo Calisti, strenuamente difeso nel suo libro da N. LEWIS, Napoli ‘44, Milano 1993, nell’immediato dopoguerra, subì, peraltro, dopo un periodo di carcerazione a Poggioreale, un regolare processo per questi fatti uscendone assolto.
(42) Relativamente all’eccidio, nell’intervento del sindaco dell’epoca, Luigi Ziello, riportato sull’invito, si legge: “La crescente necessità di assicurare e rafforzare lo stato di pace tra i popoli e le varie etnie ha dettato alla Federazione provinciale dell’ANCR di Caserta, in collaborazione con la locale sezione e con il patrocinio dell’Amministrazione comunale di Orta di Atella, l’idea di promuovere un’occasione di incontro a Orta di Atella. La località è stata scelta in considerazione del tributo pagato dalla città Atellana il 30-9-1943, quando ventiquattro inermi cittadini caddero nella rappresaglia sotto il fuoco nemico. Con tale ricordo i partecipanti al raduno intendono non solo tributare il riconoscimento dovuto alle vittime innocenti di quella infausta giornata, ma soprattutto promuovere e rafforzare tutte le iniziative che debbono indurre gli uomini a non combattersi tra loro, ma a creare condizioni di pace e di concordia tra tutti popoli del mondo”.
(43) Per l’occasione fu ripubblicato, in forma autonoma e lievemente riveduto, il saggio di A. DE MARCO, In ricordo dei martiri atellani nel 50° anniversario dell’eccidio, Frattamaggiore 1993, già apparso nella miscellanea Dieci anni.
(44) G. CAPOBIANCO, La giustizia …, op cit., pag. 51, 78, 95, 97, 99. Si tratta di Gaetano Sibona e Vito Cecere, entrambi contadini, di 21 anni il primo, di 43 anni il secondo; del bracciante diciottenne Giovanni Tartaglione; del pensionato Raffaele Valletta di 62 anni e del marittimo Tammaro Mandile di 45 anni.
(45) S. BUONANNO – C. CIMMINO, op. cit., pag. 40.
(46) G. MOTTI, Podestà …, op. cit., pag. 190.
(47) G. MOTTI, Come ci attraversò la guerra aprile 1944, in Il Clanio, a. II, n. 4, pag. 5.
(48) E. COPPOLA – T. DAVIDE, Testimonianze ed eventi a Giugliano dall’8 settembre al 5 ottobre 1943, Giugliano 1993; G. GRIBAUDI, Memoria ed oblio. Massacri nazisti nel Napoletano-1943, in Nord e Sud, n. 6 (1999).
(49) G. MOTTI, Podestà …, op. cit., pag. 137.
(50) Ivi, pag. 129.
(51) R. TROTTA, op. cit., pp. 121-123.
(52) F. DE MICHELE, Severo Melton nel 1943, Napoli 1978, pag. 178.
(53) M. GUERRA, Dal mondo dell’anima Scritti vari, Piedimonte d’Alife 1964.
(54) G. CAPOBIANCO, La giustizia …, op. cit., pag. 58.
(55) G. MOTTI, Prato Sannita ‘43 Quel Palazzo Cameretti, dattiloscritto del 11/11/80, Aversa, Biblioteca Comunale; G. CAPOBIANCO, La giustizia …, op. cit., pag. 58.
(56) P. GRAZIANO, La vicenda di Silvio Gridelli, soldato aversano resistente a Porta San Paolo nel ‘43, in La Resistenza nel Sud. Le azioni spontanee partigiane, Atti del Congresso internazionale di Caserta- Mignano Montelungo – San Pietro Infine- 21- 24 ottobre 2004, Caserta 2005, pp. 261-268.
(57) G. CAPOBIANCO, Il recupero …, op. cit., pag. 224.
(58) S. M. MARTINI, Materiali di una storia locale, Napoli 1978, pag. 117.
(59) G. CAPOBIANCO, Il recupero …, op. cit., pag. 226.
(60) Ibidem.

24 septembre, 2012

Suppliche litaniche a Santa Maria Mariale Servorum copyright Curia Generalizia Ordine dei Servi di Maria

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Mariale Servorum 5

SUPPLICHE LITANICHE A SANTA MARIA

Editio typica

Romae, Curia Generalis osm ,1986

Indice

I. Le Litanie lauretane;

II. Litanie dei Servi di santa Maria;

III. Litanie dei novizi dei Servi a santa Maria;

IV. Litanie bibliche a santa Maria;

V. Supplica litanica a santa Maria inspirata alla “Lumen gentium”;

VI. Litania a Santa Maria Figlia del nostro popolo;

VII. Litanie della Chiesa di Aquileia alla Vergine Maria;

VIII. Litanie a santa Maria di Monte Berico;

IX. Litanie a santa Maria, donna e madre;

X. Litanie a santa Maria Regina;

XI. Litanie di santa Maria della Speranza;

XII. Litanie dell’Addolorata.

Le Litanie della beata Vergine Maria, per il favore che godono presso il popolo, occupano un posto rilevante tra le espressioni di pietà mariana. Le litanie sono una forma di preghiera semplice facile: sulla trama di una struttura volutamente ripetitiva, atta a favorire un atteggiamento contemplativo, la lode a santa Maria, varia e intensa, si fonde armonicamente con la devota richiesta della sua intercessione: “prega per noi”, “vieni in nostro aiuto”.

 

Lungo i secoli, nelle varie Chiese locali e in molte famiglie religiose, sono fioriti formulari litanici di lode e di supplica alla gloriosa Madre di Cristo. Fiorirono pure nel nostro Ordine dei Servi di Santa Maria. Nel suo rinnovamento dopo il Concilio Vaticano II, l’Ordine ha voluto rivedere e aggiornare le espressioni della sua pietà mariana. La Commissione liturgica internazionale dell’Ordine ha preparato una raccolta di Suppliche litaniche a santa Maria con cui i Servi, per quell’attenzione alla pietà mariana che fa parte del suo carisma originario, cerca di elevare, per mezzo di questi sussidi, la sua venerazione verso la sua Signora.

 

Ci presenta 12 formulari:

I. Le Litanie lauretane;

II. Litanie dei Servi di santa Maria;

III. Litanie dei novizi dei Servi a santa Maria;

IV. Litanie bibliche a santa Maria;

V. Supplica litanica a santa Maria inspirata alla “Lumen gentium”;

VI. Litania a Santa Maria Figlia del nostro popolo;

VII. Litanie della Chiesa di Aquileia alla Vergine Maria;

VIII. Litanie a santa Maria di Monte Berico;

IX. Litanie a santa Maria, donna e madre;

X. Litanie a santa Maria Regina;

XI. Litanie di santa Maria della Speranza;

XII. Litanie dell’Addolorata.

I

LE LITANIE LAURETANE

 

Con il nome di Litanie lauretane si designa la supplica litanica che dalla prima metà del secolo XVI, si cantava nella Santa Casa di Loreto e da lì, favorita dalla fama del santuario e da alcuni interventi pontifici, si diffuse nella Chiesa latina fino a divenire una delle preghiere più popolari alla Vergine. Ma le Litanie “Lauretane” non ebbero origine nel celebre santuario delle Marche: nella loro forma caratteristica e nel contenuto essenziale sono già attestate in un manoscritto della fine del secolo XII, segnato come: Paris, Nat.Lat. 5267.[1]

 

Struttura

 

La struttura attuale delle Litanie ricalca quella dei suoi “antenati” medievali: ad una invocazione incisiva, generalmente breve — la maggior parte consta di due parole —, talora suggestiva e non priva di efficacia poetica (Stella matutina), fa seguito la supplica dell’assemblea (ora pro nobis):

Stella matutina, ora pro nobis.

Nella redazione attuale figurano cinquanta invocazioni distribuite in sei gruppi:

— tre invocazioni iniziali, che derivano direttamente dalle Litanie dei Santi;

— un gruppo di dodici invocazioni che si snodano intorno al termine Mater, di marcato accento teologico (“Madre di Cristo”, “Madre del Salvatore”) o di tono encomiastico (“Madre ammirabile”) o sgorganti da un’affettuosa contemplazione del prodigio della maternità divina e verginale di Maria (“Madre sempre vergine”, “Madre degna d’amore »); altre accennano ai rapporti materni che, a causa della maternità divina, si instaurano tra Maria e il Corpo mistico di Cristo (“Madre della Chiesa”),

— un gruppo di sei invocazioni che sono rivolte a Maria quale Virgo e ne esaltano la prudenza, la clemenza, la fede;

— un gruppo di tredici invocazioni riunisce titoli di derivazione biblica (« Arca dell’alleanza », « Sede della sapienza”) con altri di origine patristica (“Dimora consacrata a Dio”);

— un gruppo di quattro invocazioni propone un’esperienza tipica della pietà medievale: il ricorso alla Vergine vista come presenza tutelare per i suoi figli — soprattutto per i peccatori —, come sorgente di consolazione per i miseri, gli afflitti, gli infermi (“Rifugio dei peccatori », “Consolatrice degli afflitti”);

— infine un gruppo di dodici invocazioni si svolge attorno al termine Regina: per l’assoluta eccellenza nella santità e nell’adesione alla volontà del Signore, la Vergine è celebrata quale Regina delle varie categorie dei “servi di Dio”: angeli, patriarchi e profeti, apostoli e martiri…

Questi sei gruppi si ritrovano negli archetipi medievali, che presentano in più un gruppo di invocazioni radunale intorno al termine MagistraMagistra humilitatis, Magistra sanctitatis, Magistra oboedientiae,Magistra paenitentiae; gruppo della cui caduta si può esprimere il rammarico.

 

Caratteristiche e valore

 

Nonostante alcuni difetti (evidenti ripetizioni, non immediata intellegibilità di alcune invocazioni, mancanza di rigoroso ordine logico), le Litanie Lauretane sono ritenute un capolavoro della preghiera popolare.

Oggetto di innumerevoli studi e commenti, recitata quotidianamente dal popolo di Dio, la supplica lauretana ha un indiscutibile valore intrinseco. L’alternarsi di motivi dottrinali e poetici, biblici e patristici, liturgici e popolari, nonché un’aura di terre lontane recata da alcune immagini (Turris eburnea) le conferiscono un fascino singolare. Essa è ora atto di fede, ora lode schietta, ora supplica accorata, ora riconoscimento commosso della sovrana santità di Maria. Per tutto ciò il popolo le ama e le canta con devota continuità.

 

Signore, pietà.                                             Signore, pietà.

Cristo, pietà.                                                    Cristo, pietà.

Signore, pietà.                                             Signore, pietà.

 

Cristo, ascoltaci.                                      Cristo, ascoltaci.

Cristo, esaudiscici.                              Cristo, esaudiscici.

 

Padre, che sei nei cieli,                           abbi pietà di noi.

Figlio, redentore del mondo,                   abbi pietà di noi.

Spirito Santo Paraclito,                            abbi pietà di noi.

Trinità santa, unico Dio,                          abbi pietà di noi.

 

Santa Maria,                                                 prega per noi.

Santa Madre di Dio,

Santa Vergine delle vergini,

 

Madre di Cristo,

Madre della Chiesa,

Madre della divina grazia,

Madre purissima,

Madre castissima,

Madre sempre vergine,

Madre immacolata,

Madre degna d’amore,

Madre ammirabile,

Madre del buon consiglio,

Madre del Creatore,

Madre del Salvatore,

 

Vergine prudente,

Vergine degna di onore,

Vergine degna di lode,

Vergine potente,

Vergine clemente,

Vergine fedele,

 

Specchio di perfezione,

Sede della Sapienza,

Fonte della nostra gioia,

Tempio dello Spirito Santo,

Tabernacolo dell’eterna gloria,

Dimora consacrata a Dio,

Rosa mistica,

Torre della santa città di Davide,

Fortezza inespugnabile,

Santuario della divina presenza,

Arca dell’alleanza,

Porta del cielo,

Stella del mattino,

 

Salute degli infermi,

Rifugio dei peccatori,

Consolatrice degli afflitti,

Aiuto dei cristiani,

 

Regina degli angeli,

Regina dei patriarchi,

Regina dei profeti,

Regina degli Apostoli,

Regina dei martiri,

Regina dei confessori della fede,

Regina delle vergini,

Regina di tutti i santi,

Regina concepita senza peccato,

Regina assunta in cielo,

Regina del rosario,

Regina della pace,

Regina dei tuoi Servi,*

 

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, perdonaci, Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, ascoltaci, Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.

 

V. Prega per noi, santa madre di Dio.

R. Rendici degni delle promesse di Cristo.

 

 

Tempo di Avvento

 

Preghiamo.

 

O Dio, che all’annunzio dell’Angelo

hai voluto che il tuo Verbo

si facesse uomo nel grembo verginale di Maria,

concedi al tuo popolo,

che la onora come vera Madre di Dio,

di godere sempre della sua materna intercessione.

Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

Tempo di Natale

 

Preghiamo.

 

O Dio, che nella verginità feconda di Maria

hai donato agli uomini i beni della salvezza eterna,

fa’ che sperimentiamo la sua intercessione,

poiché per mezzo di lei

abbiamo ricevuto l’Autore della vita,

Cristo tuo Figlio, che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

Tempo di Quaresima

 

Preghiamo.

 

O Dio, tu hai voluto che accanto al tuo Figlio,

innalzato sulla croce,

fosse presente la sua Madre Addolorata:

fa’ che la tua santa Chiesa,

associata con lei alla passione del Cristo,

partecipi alla gloria della risurrezione.

Egli è Dio e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

Tempo di Pasqua

 

Preghiamo.

 

O Dio, che nella gloriosa risurrezione del tuo Figlio

hai ridonato la gioia al mondo intero,

per intercessione di Maria Vergine

concedi a noi di godere

la gioia senza fine della vita eterna.

Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

 

Tempo ordinario

 

Preghiamo.

 

Concedi ai tuoi fedeli, Signore, Dio nostro,

di godere sempre la salute del corpo e dello spirito

e per la gloriosa intercessione

di Maria santissima, sempre vergine,

salvaci dai mali che ora ci rattristano

e guidaci alla gioia senza fine.

Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

II

LITANIE DEI SERVI DI SANTA MARIA

 

II formulario Litanie dei Servi di santa Maria è composizione nuova. Tuttavia la Commissione liturgica OSM, nel redigerlo, ha avuto cura, con intendimento anche storico-culturale, di ricuperare alla pietà dei frati del nostro tempo invocazioni ed elementi strutturali di alcuni formulari litanici che, tra i secoli XV e XVI, furono in uso nell’Ordine.

La Commissione ha avuto presenti soprattutto due formulari:

— le Litaniae beatae Mariae Virginis, che figurano nell’opuscolo Exortationi che debia fare el correctorea nostri in Christo Jhesu fratelli e sorelle della nostra sancta fraternità e compagnia dell’Ordine dei Servi della Vergine Maria, una sorta di direttorio per i correttori dei sodalizi del Terz’Ordine, composto nel 1497 da fra Nicolò da Pistola (+ 1499) (cfr. Monumenta OSM, VII, pp. 192-193);

— le Litaniae beatae Mariae Virginis, di origine — sembra — veneziana, aggiunte all’Officium beataeMariae Virginis secundum consuetudinem fratrum Servorum, stampato in Venezia nel 1566 a cura di fra Ippolito Massarini (+ 1604).[2]

Struttura

 

Le Litanie dei Servi di santa Maria hanno una struttura armonica: constano di sette gruppi di sei invocazioni ciascuno. Ogni gruppo inizia con le parole dell’Angelo, Ave Maria: esse, ripe–tendo il saluto di Gabriele, rievocano implicitamente la serena e fiduciosa risposta della Vergine.

Le sette serie considerano santa Maria rispettivamente nella sua condizione di vergine, di madre, di sede della gloria divina; nel suo magistero spirituale; nella sua missione di conforto e di misericordia; nella sua qualità di radice e sorgente di vita; e, infine, nell’esercizio della sua regalità materna nel confronti di coloro che accolgono il messaggio delle beatitudini.

 

Uso

 

Una attenta recitazione delle Litanie metterà in luce il susseguirsi delle tematiche: la prima invocazione, che ripete cultualmente il saluto dell’Angelo e propone il contenuto peculiare della serie, dovrà essere opportunamente sottolineata; al termine di ogni gruppo di invocazioni, una breve pausa consentirà di interiorizzare il motivo dominante, e il silenzio, interrompendo il pregare litanico, solleciterà una rinnovata attenzione.

Per il richiamo orante dell’annuncio a Maria, questo formulario sembra particolarmente adatto per i tempi liturgici e per i giorni in cui la Chiesa celebra e venera il mistero dell’incarnazione del Verbo: Tempo di Avvento, Tempo di Natale, memorie dedicate alla maternità della Vergine.

 

 

Signore, pietà.                                               Signore, pietà.

Cristo, pietà.                                                      Cristo, pietà.

Signore, pietà.                                               Signore, pietà.

 

Cristo, ascoltaci.                                        Cristo, ascoltaci.

Cristo, esaudiscici.                                Cristo, esaudiscici.

 

Padre, che sei nei cieli,                             abbi pietà di noi.

Figlio, redentore del mondo,

Spirito Santo Paraclito,

Trinità santa, unico Dio,

 

Ave Maria, Vergine madre,                           prega per noi.

Vergine fedele,

Vergine intrepida,

Vergine sapiente,

Vergine prudente,

Vergine orante,

 

Ave Maria, Madre di Dio,

Madre di Cristo,

Madre del Salvatore,

Madre dell’Uomo nuovo,

Madre della grazia,

Madre di misericordia,

 

Ave Maria, sede della sapienza,

Dimora dello Spirito,

Tempio di santità,

Arca dell’alleanza,

Scala del ciclo,

Porta del paradiso,

 

Ave Maria, conforto dei poveri,

Rifugio dei miseri,

Salute degli infermi,

Guida dei pellegrini,

Speranza dei peccatori,

Gioia dei tuoi servi,

 

Ave Maria, maestra di santità,

Maestra di umiltà,

Maestra di obbedienza,

Maestra di fortezza,

Maestra di contemplazione,

Maestra di servizio,

 

Ave Maria, fonte di vita,

Fonte di luce,

Fonte di bellezza,

Fonte di gioia,

Fonte di perdono,

Fonte di comunione,

 

Ave Maria, regina degli umili,

Regina dei miti,

Regina dei misericordiosi,

Regina dei puri di cuore,

Regina dei costruttori di pace,

Regina dei tuoi servi,

 

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, perdonaci. Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, ascoltaci, Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.

Preghiamo.

 

Dio, amico degli uomini,

fedele all’alleanza e alle promesse,

che nell’annuncio a Maria

hai portato a compimento l’attesa dell’umanità,

ascolta la nostra preghiera:

per la totale disponibilità

che hai trovato nella Vergine,

Figlia di Sion e sorella nostra,

rendi noi, tuoi servi, attenti alla Parola

e aperti al dono dello Spirito.

Per Cristo, nostro Signore.

Amen.

 

 

III

LITANIE DEI NOVIZI DEI SERVI A SANTA MARIA

 

 

Le Litanie dei novizi dei Servi a santa Maria sono un formulario storico: secondo fra Arcangelo Giani (+1623), annalista dell’Ordine, esse si cantavano «il sabato sera da Novizi de Servi nella cappella della Madonna».[3]

Il celebre annalista le pubblicò nel 1591, in appendice all’edizione della Regola che diede papa Martino V econfirmò Innocentio VIII a fratelli e le sorelle della Compagnia de’ Servi di santa Maria, da lui curata per incarico di fra Lelio Baglioni (+ 1620), vicario generale apostolico dell’Ordine. L’appendice comprendeva «alcune particulari e brevi divotioni per e giorni della settimana, le quali sono assai familiari a’ divoti Servi della Vergine Maria».[4]

Nella sua compilazione il Giani si era proposto di offrire ai terziari formulari di preghiera attinti dalla genuina tradizione dell’Ordine; perciò ricorse ad antichi testi liturgici e devozionali, alcuni dei quali – egli osserva – «furono insino al nascere di questa Religione».[5] Guidato da questi criteri, il Giani assegnò al sabato, giorno di santa Maria, le Litanie, preferendo al formulario lauretano, già molto diffuso all’epoca, le antiche Litanie in uso tra i novizi dei Servi.

Il formulario, sebbene presenti elementi comuni ai formulari litania dei secoli XIV e XV, rispecchia l’ambiente in cui era utilizzato e in cui fu probabilmente composto: la basilica della SS. Annunziata di Firenze.

 

 

Struttura e caratteristiche

 

Sono caratteristiche di questa supplica litanica:

– anzitutto il saluto «Ave Maria», ripetuto ad ogni invocazione. Esso richiama la scena dell’annuncio di Gabriele a Maria, ritratta nella veneratissima immagine del santuario fiorentino, e stabilisce un rapporto tra quell’episodio salvifico e la supplica litanica: che, in un certo senso, le Litanie alla Vergine erano state concepite come prolungamento e variazione del saluto dell’Angelo (cf. Lc 1, 28): Ave Maria, gratia plena, nel quale l’appellativo «piena di grazia» era via via sostituito con altri titoli di lode; 

– poi l’appellativo «tuoi servi», apposto al pronome «noi»: «prega per noi, tuoi servi»; esso ricorda la particolare condizione; degli oranti: i novizi dell’Ordine dei frati Servi di Maria, i quali ; professano, quale loro particolare vocazione, il servizio alla Vergine, la gloriosa Domina, cui essi offrono costante omaggio di lode e alla cui intercessione ricorrono fiduciosi.

Dal punto di vista strutturale, il formulario appare diviso in quattro parti: la prima sviluppa la lode alla Virgo, tempio dello Spirito; la seconda contempla la Mater di Dio e degli uomini; la terza è rivolta a santa Maria,Advocata misericordiosa presso il Figlio; la quarta costituisce omaggio reverente alla Regina di tutti gli eletti.

Litanie storiche, si diceva; perciò si è ritenuto opportuno conservare integre le trentasei invocazioni originarie. E – si deve aggiungere – Litanie da pregare con «animo storico»; con l’animo cioè di chi, riguardando un documento di famiglia cerchi di rievocare e quasi di rivivere il tempo e le circostanze che l’hanno prodotto, e insieme di coglierne il significato e i valori che quel tempo trascendono. La preghiera infatti perché sia viva e vera deve risuonare attuale nel cuore dell’orante. E nulla impedisce che egli faccia propria, con verità e autenticità, un’esperienza orante di generazioni passate. Nel nostro caso: che i Servi e le Serve del nostro tempo si pongano dinanzi alla Vergine con lo stesso animo devoto con cui ogni sabato i novizi cantavano questa supplica litanica nella cappella della SS. Annunziata di Firenze.

 

 

Signore, pietà.                                             Signore, pietà.

Cristo, pietà.                                                    Cristo, pietà.

Signore, pietà.                                             Signore, pietà.

 

Cristo, ascoltaci.                                      Cristo, ascoltaci.

Cristo, esaudiscici.                              Cristo, esaudiscici.

 

Padre, che sei nei cieli,                           abbi pietà di noi.

Figlio, redentore del mondo,

Spirito Santo Paraclito,

Trinità santa, unico Dio,

 

Vergine annunziata,                   prega per noi, tuoi servi.

 

Ave Maria, vergine fra gli angeli,

Ave Maria, vergine fra i vergini,

Ave Maria, vergine purissima,

Ave Maria, vergine castissima,

Ave Maria, vergine intatta,

Ave Maria, vergine amabile,

Ave Maria, vergine ammirabile,

Ave Maria, vergine degna di lode,

Ave Maria, vergine degna di venerazione,

Ave Maria, vergine tempio dello Spirito,

 

Ave Maria, Madre di Dio,

Ave Maria, Madre di Gesù,

Ave Maria, Madre del Creatore,

Ave Maria, Madre del Redentore,

Ave Maria, Madre del Signore risorto,

Ave Maria, Madre del sommo Giudice,

Ave Maria, Madre di Cristo nostra gloria,

Ave Maria, Madre di tutti gli uomini,

Ave Maria, Madre della grazia,

Ave Maria, Madre di misericordia,

 

Ave Maria, rifugio dei peccatori,

Ave Maria, salute degli infermi,

Ave Maria, consolazione degli afflitti,

Ave Maria, avvocata dei miseri,

Ave Maria, mediatrice dei cristiani,

Ave Maria, speranza nostra,

 

Ave Maria, regina dell’universo,

Ave Maria, regina degli angeli,

Ave Maria, regina dei patriarchi,

Ave Maria, regina dei profeti,

Ave Maria, regina degli apostoli,

Ave Maria, regina dei martiri,

Ave Maria, regina dei testimoni della fede,

Ave Maria, regina delle vergini,

Ave Maria, regina di tutti gli eletti,

Ave Maria, regina di tutti i santi,

 

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, perdonaci. Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, ascoltaci, Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.

Preghiamo.

Dio. Padre di consolazione e di pace,

che nella Vergine Maria ci hai donato

la madre della misericordia e l’avvocata dei miseri,

concedi a noi, tuoi servi,

che, liberi da ogni egoismo e paura,

ci dedichiamo con più fervido impegno

al servizio tuo e di tutte le creature.

Per Cristo, nostro Signore.

Amen.

 

 

IV

LITANIE BIBLICHE A SANTA MARIA

 

 

 

Dalla Sacra Scrittura trae la Chiesa la lode più alta e più pura a santa Maria; alla stessa Parola si ispira il formulario Litanie bibliche a santa Maria: Parola colta nel suo senso letterale, ma spesso filtrata dalla Chiesa, – meditata dai Santi Padri, assunta dalla Liturgia, proposta dal Magistero –.

 

 

Struttura

 

Il formulario consta di quarantasei invocazioni: la prima e l’ultima sono, per così dire, fuori schema; le altre quarantaquattro sono raggruppate in due sezioni che corrispondono ai due tempi essenziali della divina Rivelazione, l’Alleanza antica e l’Alleanza nuova.

L’invocazione iniziale – Santa Maria, Madre di Dio – presenta il nome della Vergine (“La vergine si chiamava Maria”, Lc 1, 27 ) e ricorda la sua missione singolare di Madre del Verbo incarnato. L’invocazione finale, con espressione tratta dal Salmo 44 (“Figlie di re stanno tra le tue predilette; alla tua destra la regina in ori di Ofir”, v. 10), contempla la Vergine nella gloria dell’Assunzione, “esaltata quale Regina dell’universo (.. .) pienamente conformata al Figlio suo, Signore dei dominanti e vincitore del peccato e della morte” (Lumengentium, 59).

Le invocazioni ispirate ai libri dell’Antico Testamento conducono l’orante anzitutto alla pagina iniziale della Bibbia, per vedere compiuta in Maria, vero inizio dell’umanità rinnovata e vera madre dei viventi, la figura profetica di Eva. Poi, percorrendo la Legge e i Profeti, rilevano il legame – di sangue, di fede, di speranza – di Maria di Nazareth con i Patriarchi – Abramo, Davide – e glorificano la Vergine quale Figlia di Sion, pienezza dell’antico Israele.

Dieci invocazioni propongono altrettanti simboli di Maria: simboli forti, già presenti nella letteratura cristianaprenicena e successivamente approfonditi dai Padri dei secoli IV e V; simboli che rinviano l’orante al mistero di Dio e gli svelano la missione della Vergine. Le dieci invocazioni non esauriscono, ovviamente, la gamma dei simboli mariani biblico-patristici: altri, sommamente espressivi, – la nube, il tempio, il vello, l’orto chiuso … – non figurano qui: si è ritenuto opportuno, infatti, non sovraccaricare la supplica, ma mantenere ad essa un tono sobrio e una giusta proporzione fra le parti.

La sezione veterotestamentaria si chiude con tre invocazioni che traggono ispirazione dal libro di Giuditta: elogi rivolti all’eroina di Betulia, ma giunti al testo litanico per il tramite del celebre Tota pulchra es Maria.

L’invocazione Vergine di Nazareth apre la sezione neotestamentaria, articolata in quattro parti: la prima è lode alla Vergine, adombrata dallo Spirito; la seconda invoca la Serva del Signore, umile e povera, eppur benedetta fra le donne; la terza considera la Madre, madre di Gesù e madre nostra, che nei luoghi precipui della salvezza – Nazareth, Betlemme, Cana, Gerusalemme … – vive la sua maternità con cuore forte e provvido, trepido e gioioso; la quarta contempla la Donna nuova, “il frutto più eccelso della Redenzione”, (Sacrosanctum Concilium, 103), primizia e immagine della Chiesa.

La Litania termina ponendo sulle labbra degli oranti l’esclamazione che, profetizzata dalla stessa Vergine (cf.Lc 1, 48), fu prima di Elisabetta (cf. Lc 1, 42) e della donna anonima del Vangelo (Lc 11, 27) ed è ora di tutta la Chiesa: beata!

 

 

 

Signore, pietà.                                                   Signore, pietà.

Cristo, pietà.                                                          Cristo, pietà.

Signore, pietà.                                                   Signore, pietà.

 

Cristo, ascoltaci.                                            Cristo, ascoltaci.

Cristo, esaudiscici.                                    Cristo, esaudiscici.

 

Padre, che sei nei cieli,                                 abbi pietà di noi.

Figlio, redentore del mondo,                         abbi pietà di noi.

Spirito Santo Paraclito,                                  abbi pietà di noi.

Trinità santa, unico Dio,                                abbi pietà di noi.

 

Santa Maria, Madre di Dio,                               prega per noi.

 

Novella Eva,

Madre dei viventi,

Stirpe di Abramo,

Erede della promessa,

Germoglio di Iesse,

Figlia di Sion,

 

Terra vergine,

Scala di Giacobbe,

Roveto ardente,

Tabernacolo dell’Altissimo,

Arca dell’Alleanza,

Sede della Sapienza,

Città di Dio,

Porta orientale,

Fonte di acqua viva,

Aurora della salvezza,

 

Gioia di Israele,

Gloria di Gerusalemme,

Onore del nostro popolo,

 

Vergine di Nazareth,

Vergine piena di grazia,

Vergine adombrata dallo Spirito,

Vergine partoriente,

 

Serva del Signore,

Serva della Parola,

Serva umile e povera,

Sposa di Giuseppe,

Benedetta fra le donne,

 

Madre di Gesù,

Madre dell’Emmanuele,

Madre del Figlio di Davide,

Madre del Signore,

Madre dei discepoli,

 

Madre sollecita nella Visitazione,

Madre gioiosa a Betlemme,

Madre offerente al Tempio,

Madre esule in Egitto,

Madre trepida a Gerusalemme,

Madre provvida a Cana,

Madre forte al Calvario,

Madre orante nel Cenacolo,

 

Donna della nuova Alleanza,

Donna vestita di sole,

Donna coronata di stelle,

 

Regina alla destra del Re,

 

Beata perché hai creduto,                                 noi ti lodiamo.

Beata perché hai custodito la Parola,      noi ti benediciamo.

Beata perché hai fatto la volontà del Padre, noi ti glorifichiamo.

 

Preghiamo.

 

Padre,

di generazione in generazione

riveli il tuo amore per l’uomo;

ti ringraziamo perché, nella pienezza dei tempi,

per mezzo della beata Vergine Maria,

ci hai donato Gesù, tuo Figlio e nostro Salvatore;

concedici, ti preghiamo, lo Spirito di verità

per scoprire negli avvenimenti della storia

i segni di speranza e di pace,

per cogliere nelle vicende della vita

i germi di libertà e di grazia.

Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

V

SUPPLICA LITANICA A SANTA MARIA

INSPIRATA ALLA “LUMEN GENTIUM”

 

 

 

Dalla fede procede il culto; dalla vera dottrina la genuina pietà. Ciò, se è riscontrabile in tutte le espressioni della vita cultuale, è ancor più manifesto nell’ambito della devozione a santa Maria, così viva nella Chiesa e sentita nell’animo dei fedeli, ma soggetta sempre ad insorgenti deviazioni.

In relazione al “fenomeno mariano”, così ricco nelle tematiche e vario nelle espressioni, la Chiesa del nostro tempo ha compiuto una straordinaria esperienza storica, teologica, mistica: dopo aver riflettuto a lungo, tra momenti di tensione e momenti di consenso, i vescovi hanno elaborato un documento – il capitolo VIII dellaLumen gentium – in cui ripropongono con linguaggio nuovo e con nuove prospettive la dottrina perenne della Chiesa sulla Madre di Cristo. Ma, come avverte il Concilio stesso, non tutti i temi mariologici furono considerati, né risultò esaurita la trattazione sulle modalità di approccio – teologico, cultuale, esistenziale – alla figura della Vergine.

Dal documento magisteriale è stata tratta la supplica litanica: essa vuol rendere in termini di preghiera i contenuti dottrinali del testo conciliare. Non tutti, ovviamente: che lo spazio di cinquanta invocazioni non consente di chiudere nel formulario litanico i molteplici insegnamenti del capitolo VIII. E, d’altra parte, non tutte le formulazioni dottrinali si prestano ad essere trasformate in “invocazione litanica”, che richiede una forma espressiva breve, incisiva, aperta alla lode-supplica.

 

 

Struttura

 

La Litania riflette nella sua articolazione la struttura del capitolo VIII che, a sua volta, segue la trama della storia della salvezza: dalla predestinazione di Maria a madre del Cristo Salvatore fino al compimento del suo destino glorioso e alla prosecuzione della sua missione materna verso la Chiesa e l’umanità.

L’invocazione Santa Madre di Dio, che esprime la missione essenziale e la dignità singolare di Maria di Nazareth, apre la supplica litanica; il testo conciliare inizia pure la trattazione sulla Vergine ricordando che essa è la Genetrix Dei et Domini nostri Iesu Christi (n. 52).

Seguono tre invocazioni che mettono in luce i rapporti di Maria – figlia, madre, tempio – con le Persone della santa Trinità; anche in questo tratto la Litania riflette il movimento del testo conciliare il quale, dopo aver ribadito che Maria è riconosciuta e onorata come vera Madre di Dio (n. 53), accenna alle relazioni dell’umile Serva del Signore con il Padre, il figlio e lo Spirito (cf. ibid.).

La Litania prosegue contemplando Maria nella sua predestinazione eterna, nella sua condizione umana e nel suo inserimento nella radice santa d’Israele, ma soprattutto nella sua missione verso Cristo e verso la Chiesa.

Verso Cristo. I termini mater e socia definiscono i rapporti essenziali di Maria con Cristo, il Figlio eterno divenuto nel tempo figlio della Vergine di Nazareth. Ma, come nella Lumen gentium, la maternità di Maria è vista nella sua dimensione soteriologica, per cui all’invocazione “Madre del Salvatore” seguono le invocazioni “Madre dei viventi”, “Madre di tutti gli uomini” …

Verso la Chiesa. Seguendo la dottrina della Costituzione conciliare, la Litania invoca Maria quale suo membro eminente, sua immagine luminosa, suo modello nella vita teologale e nell’impegno apostolico.

La supplica litanica termina implorando il soccorso della Vergine che, assunta alla gloria celeste, non ha deposto la sua missione materna e che, allo sguardo implorante dei fedeli, appare quale segno di consolazione e pegno della gloria futura.

 

 

 

Signore, pietà.                                                   Signore, pietà.

Cristo, pietà.                                                          Cristo, pietà.

Signore, pietà.                                                   Signore, pietà.

 

Cristo, ascoltaci.                                            Cristo, ascoltaci.

Cristo, esaudiscici.                                    Cristo, esaudiscici.

 

Padre, che sei nei cieli,                                 abbi pietà di noi.

Figlio, redentore del mondo,                         abbi pietà di noi.

Spirito Santo Paraclito,                                  abbi pietà di noi.

Trinità santa, unico Dio,                                abbi pietà di noi.

 

Santa Madre di Dio,                                           prega per noi.

 

Figlia prediletta del Padre

Madre del Verbo incarnato

Tempio dello Spirito Santo

 

Vergine scelta da tutta l’eternità

Novella Eva

Figlia di Adamo

Figlia di Sion

 

Vergine immacolata

Vergine di Nazareth

Vergine adombrata dallo Spirito

 

Madre del Signore

Madre dell’Emmanuele

Madre di Cristo

Madre di Gesù

Madre del Salvatore

Socia del Redentore

 

Tu che hai accolto la Parola

Tu che hai dato al mondo la Vita

Tu che hai presentato Gesù al Tempio

Tu che hai mostrato Gesù ai Magi

Tu che hai allietato la mensa di Cana

Tu che hai collaborato all’opera della salvezza

Tu che hai sofferto presso la Croce

Tu che hai implorato il dono dello Spirito

 

Madre dei viventi

Madre dei fedeli

Madre di tutti gli uomini

 

Eletta tra i poveri del Signore

Umile ancella del Signore

Serva della redenzione

Pellegrina nel cammino della fede

 

Vergine dell’obbedienza

Vergine della speranza

Vergine dell’amore

Modello di santità

 

Membro eminente della Chiesa

Immagine della Chiesa

Madre della Chiesa

 

Avvocata nostra

Aiuto dei cristiani

Soccorso dei poveri

Mediatrice di grazia

 

Assunta alla gloria celeste

Glorificata nel corpo e nell’anima

Esaltata sopra gli angeli e i santi

Regina dell’universo

 

Segno di consolazione

Segno di sicura speranza

Segno della gloria futura

 

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, perdonaci. Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, ascoltaci, Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.

Preghiamo.

Ti rendiamo grazie, Padre, perché dall’eternità

hai scelto la Vergine, figlia di Sion,

quale Madre gloriosa del tuo Figlio

e immagine splendente della Chiesa;

supplici ti preghiamo:

lo Spirito che discese su Maria e gli Apostoli

illumini il nostro cammino

e ci conduca alla conoscenza piena della verità.

Per Cristo, nostro Signore.

Amen.

 

VI

LITANIA A SANTA MARIA FIGLIA DEL NOSTRO POPOLO

 

 

 

Il formulario Litanie a santa Maria, figlia del nostro popolo deriva in parte da una supplica litanica composta in Francia negli anni immediatamente seguenti il Concilio Vaticano II e ne riproduce la struttura.

Due sono i motivi conduttori del formulario:

– la gioiosa certezza che la Madre di Cristo è “figlia del nostro popolo”, “sorella dei redenti”, “compagna del nostro cammino”, partecipe quindi della nostra sorte. La Litania esprime così la dottrina perenne della Chiesa, ribadita dal Concilio Vaticano II: la Vergine se, da una parte, è la “figlia prediletta del Padre (. . .) e precede di gran lunga tutte le altre creature, celesti e terrestri”, dall’altra è “congiunta nella stirpe di Adamo con tutti gli uomini bisognosi di salvezza” (Lumen gentium, 53 ) ;

– la sicurezza, frutto di fede e di esperienza, che la Vergine è una presenza viva ed operante, vigile e materna, nella storia della salvezza, nella vita della Chiesa, nella vicenda di ogni uomo. La Litania riecheggia ancora l’insegnamento della Lumen gentium: Maria di Nazareth, “assunta in cielo, non ha deposto la sua funzione di salvezza, ma con la sua molteplice intercessione continua ad ottenerci le grazie della salute eterna. Con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata” (n. 62). Perciò la Litania invoca la Vergine come: “profezia dei tempi nuovi”, “presenza viva nella storia”, “segno della gloria futura”.

 

 

Struttura e caratteristiche

 

La struttura della Litania è rigorosamente ternaria. Le ventisette invocazioni sono disposte in nove gruppi di tre ciascuno, costituiti secondo un criterio di affinità tematica. La risposta è pure triplice: alle “terzine litaniche” prima, quarta e settima, l’assemblea risponde: “guida il nostro cammino”; alle terzine seconda, quinta e ottava, “illumina la nostra vita”; alle terzine terza, sesta e nona, “donaci tuo Figlio”.

Il linguaggio della Litania è ora biblico, ora conciliare, ora tradizionale. Ma per lo più è un linguaggio semplice, non lontano dal parlare quotidiano. Così nel formulario ricorrono invocazioni che si rivolgono alla Vergine come alla Madre che ci conosce, ci ascolta, ci comprende; oppure come a colei che è la “Sposa di Giuseppe”, o la “fiducia dei poveri”.

 

 

Uso

 

Per il carattere semplice e intenzionalmente feriale, le Litanie a santa Maria, figlia del nostro popolopossono essere usate in qualsiasi giorno che, privo di particolare solennità, non richieda un altro formulario più ampio e festivo.

 

 

 

Signore, pietà.                                                       Signore, pietà.

Cristo, pietà.                                                             Cristo, pietà.

Signore, pietà.                                                       Signore, pietà.

 

Cristo, ascoltaci.                                                Cristo, ascoltaci.

Cristo, esaudiscici.                                        Cristo, esaudiscici.

 

Padre, che sei nei cieli,                                     abbi pietà di noi.

Figlio, redentore del mondo,

Spirito Santo Paraclito,

Trinità santa, unico Dio,

 

Vergine, Madre di Cristo,

Vergine, Madre della Chiesa,

Vergine, Madre degli uomini,              guida il nostro cammino.

 

Figlia del nostro popolo,

Compagna del nostro cammino,

Sorella dei redenti,                                    illumina la nostra vita.

 

Profezia dei tempi nuovi,

Presenza viva nella storia,

Segno della gloria futura,                                 donaci tuo Figlio.

 

Vergine di Nazareth,

Sposa di Giuseppe,

Custode della Parola,                          guida il nostro cammino.

 

Vergine dal cuore semplice,

Donna dal cuore puro,

Madre dal cuore trafitto,                           illumina la nostra vita.

 

Madre che ci conosci,

Madre che ci ascolti,

Madre che ci comprendi,                                 donaci tuo Figlio.

 

Madre presso la croce,

Madre dei discepoli,

Madre di coloro che soffrono,            guida il nostro cammino.

 

Speranza degli oppressi,

Fiducia dei poveri,

Sollievo degli afflitti,                                  illumina la nostra vita.

 

Sorgente della gioia,

Fonte della luce,

Dimora della vita,                                              donaci tuo Figlio.

 

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, perdonaci, Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, ascoltaci, Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.

 

 

Preghiamo.

 

Padre,

che ci hai dato nella Vergine Maria

una madre che ci conosce e ci ama,

accogli la preghiera

che ti rivolgiamo in comunione con lei:

rendici capaci di ascoltare la tua parola,

di contemplare la bellezza del creato,

di cantare la tua lode,

di compatire il dolore dell’uomo.

Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

VII

LITANIE DELLA CHIESA DI AQUILEIA ALLA VERGINE MARIA

 

 

 

La Chiesa di Aquileia, antica e fiorente comunità cristiana dell’Italia Nord-orientale, era assurta nel secolo IV a notevole importanza. Il suo rito, che oggi conosciamo meglio in seguito alla scoperta di numerosi sermoni del vescovo s. Cromazio (+ 407/408), si era diffuso nelle Chiese di un’ampia area all’intorno (Venezia, Norico, Pannonia…).[6]

L’opera unificatrice e romanizzante di Carlo Magno in campo liturgico si esercitò anche sul rito aquileiese; esso tuttavia riuscì a conservare alcune sue caratteristiche, tanto che per secoli i libri liturgici di alcune diocesi suffraganee recavano l’avvertimento “secundum consuetudinem Ecclesiae Aquileiensis”.

La scomparsa del rito aquileiese si ebbe in seguito all’azione unificatrice e livellatrice del Concilio di Trento: un sinodo di vescovi dell’antico Patriarcato riunitosi ad Aquileia nel 1596 ne decretò l’abolizione.

Ma molto prima di questi fatti e del trasferimento della sede del Patriarcato da Aquileia a Venezia, era stato composto nel territo–rio Aquileiese un tipo di litania mariana. il cui più antico testi–mone è il Mss. Paris, Nat.lat. 2882, della fine del secolo XII, comprendente quarantadue invocazioni.[7]

 

 

Struttura e caratteristiche

 

Nelle Litanie di Aquileia le invocazioni si susseguono senza un ordine rigoroso, difetto che si accentua via via che il formulario si arricchisce di nuove invocazioni: nel secolo XVI giungerà ad averne novantadue.

Caratteristiche delle invocazioni sono: l’espressione Sancta Maria con cui tutte iniziano e una certa discorsività nella formulazione (Sancta Maria, iter nostrum ad Deum) che può essere interpretata come preoccupazione di precisare e definire (Sancta Maria, mater veri gaudii, Sancta Maria nostra resurrectiovera).

Questo tipo litanico, che si concretizzò in vari formulavi, per la sua tenace persistenza nella basilica veneziana di s. Marco – dove fu in vigore fino al 1820 – è conosciuto anche con il nome di Litanie «veneziane».

Dalla vasta gamma di invocazioni dei formulari di matrice aquileiese, qui sono state scelte trentanove, disposte in gruppi di sei, raggruppate a loro volta in due «terzine».

La scelta è stata anche guidata da un criterio di rispondenza delle invocazioni a due temi che sembrano dominare nelle litanie aquileiesi; il tema della luce e quello della gioia.

Si noterà infine la particolare risposta dell’assemblea: «vieni in nostro aiuto», attestata in qualche esemplare.

 

 

 

Signore, pietà.                                             Signore, pietà.

Cristo, pietà.                                                    Cristo, pietà.

Signore, pietà.                                             Signore, pietà.

 

Cristo, ascoltaci.                                      Cristo, ascoltaci.

Cristo, esaudiscici.                              Cristo, esaudiscici.

 

Padre, che sei nei cieli,                           abbi pietà di noi.

Figlio, redentore del mondo,

Spirito Santo Paraclito,

Trinità santa, unico Dio,

 

Santa Maria, Madre di Dio,               vieni in nostro aiuto.

Madre della Luce,

Madre di Cristo,

Tempio dello Spirito,

Piena di grazia,

Ricolma di gioia,

 

Santa Maria, Donna di eterna bellezza,

Donna vestita di sole,

Donna radiosa,

Fulgida stella del mattino,

Chiara più della luna,

Splendente più del sole,

 

Santa Maria, Fonte di sapienza,

Luce di conoscenza,

Sorgente di mitezza,

Cammino sicuro a Cristo,

Scala del cielo,

Porta del paradiso,

 

Santa Maria, Madre di santità,

Madre del vero gaudio,

Madre di misericordia,

Signora nostra,

Avvocata nostra,

Madre nostra,

 

Santa Maria, Madre degli abbandonati,

Sollievo degli infelici,

Fiducia degli oppressi,

Soccorso dei peccatori,

Salute degli infermi,

Speranza dei fedeli,

 

Santa Maria, Signora degli angeli,

Gioia dei patriarchi,

Presagio dei profeti,

Gloria degli apostoli,

Coraggio dei martiri,

Onore delle vergini,

 

Santa Maria, Splendore dei beati,

Lode vivente di Dio,

Gloria del popolo cristiano,

 

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, perdonaci, Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, ascoltaci, Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.

 

 

Preghiamo.

 

Ti benediciamo, Padre, perché in Cristo tuo Figlio

hai rivelato lo splendore della tua gloria

e nella vergine Maria

ci hai dato un segno di grazia e di bellezza;

concedici di percorrere, docili alla voce dello Spirito,

la via luminosa della verità

fino a giungere a te, vita e salvezza dell’uomo.

Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

VIII

LITANIE A SANTA MARIA DI MONTE BERICO

 

 

 

Sul colle di Monte Berico, nell’immediata periferia di Vicenza, sorge un santuario dedicato a Santa Maria che, per la frequenza di visitatori e la devozione dei fedeli verso la venerata immagine della Vergine, costituisce uno dei centri di pellegrinaggio più celebri d’Italia.

Le origini del santuario sono legate alle apparizioni della Vergine a una donna devota, Vincenza Pasini, avvenute il 7 marzo 1426 e il 1 agosto 1428. Pochi anni dopo, nel 1435, i frati Servi di Maria già prestavano il loro servizio a Monte Berico.

Tra le varie espressioni di pietà mariana che fiorirono nel santuario, sono degne di attenzione le Litaniae in honorem beatae Mariae Virginis, conservate in un codice della Biblioteca Bertoliana di Vicenza (Mss.Gonzati 6-8-30, / 13-15), databile dagli ultimi decenni del secolo XV o dai primi del secolo XVI. Tuttavia il nucleo più antico delle Litanie risalirebbe al primo ventennio di vita del santuario, cioè agli anni 1430-1450.[8]

 

 

Struttura e caratteristiche

 

Il formulario, quale ci è stato tramandato dal codice della Bertoliana, consta di settanta invocazioni alla Vergine, molte delle quali riflettono circostanze che caratterizzarono il periodo storico in cui furono composte: pericolo di invasione dei Turchi (Sancta Maria, ut Christus a furore Teucrorum nos liberet), di pestilenza (Sancta Maria, ne pestis nos opprimati, o contengono un preciso riferimento alla città di Vicenza (Sancta Maria, civitatis Vincentiae solum refugium).

Dal punto di vista strutturale, il formulario vicentino, a parte le invocazioni iniziali (Sancta Maria, Sancta DeiGenitrix, Sancta Virgo virginum) desunte direttamente dalle Litanie dei Santi, presenta tre caratteristiche:

– tutte le invocazioni cominciano con Sancta Maria;

– in sette di esse all’invocazione Sancta Maria segue una proposione relativa che specifica l’atteggiamento degli oranti (Sancta Maria, ad quam genibus flexis confugimus; Sancta Maria, ad quam lacrimantesvenimus);

– quindici esprimono con ut {ne) finale l’oggetto dell’invocazione, che in dodici casi consiste in una esplicita richiesta di intercessione presso Cristo (Dio) per ottenere la grazia (Sancta Maria, ut Christussuperabundantiam aquarum et imbrium coerceat).

Nella Litania prevalgono i motivi di supplica su quelli di lode. L’orante infatti si rivolge soprattutto alla Matermisericordiae, al cui tipo iconografico risponde appunto l’immagine della Vergine venerata a Monte Berico.

Dal formulario del codice bertoliano abbiamo tratto per l’uso attuale della Litania antica, trentanove invocazioni, disponendole secondo un ritmo ternario, forse insito nell’originale.

Nonostante la mancanza di un rigoroso ordine logico, la supplica litanica si snoda con movimento armonioso. L’orante solleva lo sguardo e contempla la Vergine nel suo splendore regale (“Figlia dell’eterno Re”; “Regina dei cieli”); l’ammira nell’ornamento delle virtù che la abbellirono sulla terra (“modello di purezza”; “esempio di umiltà”); la guarda commosso nell’atteggiamento di madre misericordiosa verso i figli peccatori, ai quali infonde fede, speranza, amore; dona gioia, conforto, aiuto. Rinfrancato nel cuore, eleva la sua supplica umile e devota, chiede aiuto a Maria, le presenta la sua sofferenza e la sua piccolezza nella fiducia di essere esaudito. Nella chiusa della Litania è un’eco della celebre preghiera Sub tuum praesidium, e lo stesso tono caldo accorato fidente. Antico è il dolore dell’uomo e da sempre egli ricorre alla madre.

 

 

Uso

 

L’uso della Litania nel santuario vicentino fa parte di una tradizione cultuale e quindi ha i suoi canoni e i suoi ritmi; altrove potrebbe essere raccomandato o addirittura nascere spontaneo dal ripetersi di condizioni simili a quelle che diedero origine ad alcune invocazioni della supplica: flagelli naturali, incombenze di pericoli o, senza ipotizzare tali gravi evenienze, situazioni di particolare sofferenza pubblica o privata, cui la fragilità propria o altrui espone l’uomo, ora come un tempo.

 

 

 

Signore, pietà.                                             Signore, pietà.

Cristo, pietà.                                                    Cristo, pietà.

Signore, pietà.                                             Signore, pietà.

 

Cristo, ascoltaci.                                      Cristo, ascoltaci.

Cristo, esaudiscici.                              Cristo, esaudiscici.

 

Padre, che sei nei cieli,                           abbi pietà di noi.

Figlio, redentore del mondo,

Spirito Santo Paraclito,

Trinità santa, unico Dio,

 

Santa Maria,                                                 prega per noi.

Santa Maria di Dio,

Santa Vergine purissima,

 

Santa Maria, figlia dell’eterno Re,

Santa Maria, madre e sposa di Cristo,

Santa Maria, tempio dello Spirito Santo,

 

Santa Maria, regina dei cieli,

Santa Maria, signora degli angeli,

Santa Maria, attesa dei profeti,

 

Santa Maria, gloria degli apostoli,

Santa Maria, fortezza dei martiri,

Santa Maria, onore delle vergini,

 

Santa Maria, modello di purezza,

Santa Maria, esempio di umiltà,

Santa Maria, immagine di ogni virtù,

 

Santa Maria, porta del cielo,

Santa Maria, avvocata dei peccatori,

Santa Maria, porto di salvezza,

 

Santa Maria, fonte della fede,

Santa Maria, sostegno della speranza,

Santa Maria, sorgente dell’amore,

 

Santa Maria, piena di grazia,

Santa Maria, madre di tutte le grazie,

Santa Maria, madre di misericordia,

 

Santa Maria, fiducia di chi spera in te,

Santa Maria, salvezza di chi si rifugia in te,

Santa Maria, fortezza di chi confida in te,

 

Santa Maria, conforto degli infelici,

Santa Maria, gioia degli afflitti,

Santa Maria, sostegno dei deboli,

 

Santa Maria, veniamo a te nel dolore,

Santa Maria, ricorriamo a te nelle tribolazioni,

Santa Maria, imploriamo il tuo aiuto,

 

Santa Maria, ti preghiamo con fiducia,

Santa Maria, ti supplichiamo con umiltà,

Santa Maria, ti invochiamo nella sofferenza,

 

Santa Maria, perché Cristo ci esaudisca,

Santa Maria, perché Cristo accolga il nostro pregare,

Santa Maria, perché Cristo ci doni la pace,

 

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, perdonaci, Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, ascoltaci, Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.

 

 

Preghiamo.

 

Signore,

che hai mandato nel mondo

il tuo Figlio per salvare gli uomini

e hai dato loro Maria come Madre di misericordia,

ascolta benigno la preghiera dei tuoi servi,

che nelle difficoltà cui li espone la condizione umana,

si affidano alla tua clemenza.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

IX

LITANIE A SANTA MARIA, DONNA E MADRE

 

 

 

Le Litanie a Santa Maria, Donna e Madre si ispirano a un formulario pubblicato nel foglio Inter Servos,[9]curato dai frati Servi di Maria degli Stati Uniti, edito dalla Provincia USA Ovest. Si ispirano, si diceva, perché di quel formulario ripetono l’intuizione originaria e la struttura, mentre la sequenza delle invocazioni è notevolmente diversa nei due testi.

 

 

Struttura e caratteristiche

 

La struttura è lineare.

La Litania si apre con l’invocazione Santa Maria, quasi risonanza della più diffusa preghiera alla Vergine (“Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi…”) ed eco della consuetudine, inculcata soprattutto da s. Bernardo (+ 1153) e dal movimento cistercense, di invocare il nome di Maria: “Nei pericoli, nelle angustie, nelle perplessità, pensa a Maria, invoca Maria. Maria sia sempre nella tua bocca e nel tuo cuore: (. ..) invocandola, non perderai la speranza; pensando a lei non cadrai nell’errore (…) e così sperimenterai in te stesso quel che significa la frase evangelica: “E il nome della vergine era Maria”.[10]

Seguono tre serie di invocazioni: nella prima ricorre, quale elemento comune, il nome Maria; nella seconda, il termine Donna; nella terza, l’appellativo Madre. Con la triplice serie forse i redattori della Litania hanno voluto ricordarci che “la vergine si chiamava Maria” (Lc 1, 27); Donna era la sua condizione esistenziale – ma il termine è carico di connotazioni bibliche (cf. Gal 4, 4; Gv 2, 4; 19, 26; Ap 12, 1. 4-6) e teologiche (per esempio, nell’invocazione Donna nuova) –; Madre è la missione che Dio le ha assegnato nella storia della salvezza, nei confronti di Cristo, della Chiesa e di tutti gli uomini. Le serie sono intercalate da una invocazione isolata (rispettivamente: “Maria, Donna nuova” e “Donna, Madre del Figlio di Dio”), che è ad un tempo conclusione della serie ed annuncio del tema della serie successiva.

La Litania termina con la stessa invocazione con cui era iniziata: Santa Maria. Così, nel nome della Vergine, si chiude il cerchio della supplica litanica.

Caratteristica di questo formulario è la risposta diversa per ognuna delle tre serie di invocazioni: “prega per noi”, “ricordati di noi”, “intercedi per noi”.

Il linguaggio della Litania è semplice; il tono, affettuoso e familiare; di immediata comprensione il contenuto delle invocazioni, le cui fonti, di volta in volta bibliche patristiche liturgiche, sono facilmente reperibili. Ma la novità, o meglio la modernità della Litania consiste nell’offrire all’orante un’immagine della Vergine alta eppur vicina, sublime eppure accessibile.

 

 

Uso

 

Il contenuto e l’indole della supplica non postulano, per la recitazione, giorni particolarmente solenni. Essa potrà essere fruttuosamente pregata in giorni feriali, in cui la comunità orante voglia, variando il formulario, rendere a santa Maria l’omaggio di una supplica litanica.

 

 

 

Signore, pietà.                                             Signore, pietà.

Cristo, pietà.                                                    Cristo, pietà.

Signore, pietà.                                             Signore, pietà.

 

Cristo, ascoltaci.                                      Cristo, ascoltaci.

Cristo, esaudiscici.                              Cristo, esaudiscici.

 

Padre, che sei nei cieli,                           abbi pietà di noi.

Figlio, redentore del mondo,

Spirito Santo Paraclito,

Trinità santa, unico Dio,

 

Santa Maria,                                                 prega per noi.

 

Maria, benedetta dell’Altissimo,

Maria, piena di grazia,

Maria, sempre vergine,

 

Maria di Nazareth,

Maria, sposa di Giuseppe,

Maria, madre del Signore,

 

Maria, fedele presso la croce,

Maria, orante nel cenacolo,

Maria, assunta in cielo,

 

Maria, donna nuova,                                  ricordati di noi.

 

Donna povera,

Donna umile,

Donna obbediente,

 

Donna in attesa,

Donna in esilio,

Donna in cammino,

 

Donna di fede,

Donna di speranza,

Donna di carità,

 

Donna forte,

Donna saggia,

Donna intrepida,

 

Donna del silenzio,

Donna dell’ascolto,

Donna della preghiera,

 

Donna, madre del Figlio di Dio,             intercedi per noi.

 

Madre, feconda dello Spirito

Madre al servizio del Figlio

Madre, custode della Parola

 

Madre della luce

Madre della vita

Madre della grazia

 

Madre del Salvatore

Madre della Chiesa

Madre degli uomini

 

Santa Maria,                                                 prega per noi.

 

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, perdonaci, Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, ascoltaci, Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.

 

 

Preghiamo.

 

Eterno Padre,

che nella beata Vergine Maria ci hai dato

la donna dei tempi nuovi

e la madre della grazia,

rivestici, ti preghiamo, della novità di Cristo

e rendici docili all’azione dello Spirito.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

 

X

LITANIE A SANTA MARIA REGINA

 

 

 

Il 25 marzo 1981, solennità dell’Annunciazione del Signore, la S. Congregazione per i Sacramenti e il Culto Divino promulgava il nuovo Rito per l’incoronazione dell’immagine della beata Vergine Maria. In esso figura un elemento veramente innovatore: un nuovo formulario di Litanie a santa Maria, che qui è proposto nella traduzione liturgica italiana.

 

 

Struttura

 

Il formulario ricalca il modulo litanico lauretano, quale fu codificato nel secolo XVI, ma le invocazioni si susseguono, salvo un’eccezione, a gruppi di tre, quasi “terzine litaniche”. La prima terzina è desunta direttamente dalle Litanie dei Santi: “Santa Maria”, “Santa Madre di Dio”, “Santa Vergine delle vergini”; la seconda esprime i rapporti della Vergine con il Padre, il Figlio e lo Spirito: “Figlia prediletta del Padre”, “Madre di Cristo re dei secoli”, “Gloria dello Spirito Santo”; altre terzine sono articolate rispettivamente sugli appellativi di Vergine, Donna, Signora; una terzina considera i popoli – Israele, la Chiesa, l’Umanità – ai quali la Vergine appartiene: “Letizia di Israele”, “Splendore della santa Chiesa”, “Onore del genere umano”; un ‘altra ricorda gli uffici o servizi che la Vergine compie in favore dei fedeli: “Avvocata di grazia”, “Ministra della pietà divina”, “Aiuto del popolo di Dio”; un’altra ancora definisce l’ambito specifico della regalità di Maria: “Regina dell’amore”, “Regina della misericordia”, “Regina della pace”. E così via.

 

 

 Caratteristiche

 

La Litania ha carattere tematico. Il susseguirsi stesso delle invocazioni delinea l’itinerario della regalità di Nostra Signora: lei, la serva obbediente e la perfetta discepola, è stata costituita regina non solo per la sua condizione e missione di Madre del Re dei secoli, ma anche per la radicalità del suo servizio e la purezza della sua testimonianza di amore. Maria regina è l’avveramento della parola evangelica: “chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14, 11).

Il tono della Litania, che pure è intessuta di epiteti ed attributi designanti regalità e somma eccellenza, non è trionfalistico, ma caldo, compiaciuto, affettuoso. Nella trama delle invocazioni si percepisce la voce commossa e fiera dei figli che esaltano la Madre, e sanno che la sua grandezza non la allontana da loro.

 

 

Uso

 

Questo formulario troverà opportuna applicazione nei giorni che celebrano la regalità di Maria: nell’ottava dell’Assunta che culmina nella memoria di Maria Regina (22 agosto); nella solennità dell’Epifania e nelle altre memorie in cui la trama celebrativa mette in luce la gloria regale della Vergine; nel giorno anniversario dell’incoronazione di un’immagine di santa Maria; e in tutte le occasioni di letizia del popolo di Dio, in cui la lode alla Vergine assume spontaneamente un carattere festoso.

 

 

 

Signore, pietà.                                             Signore, pietà.

Cristo, pietà.                                                Cristo, pietà.

Signore, pietà.                                             Signore, pietà.

 

Oppure:

Kyrie, eleison.                                              Kyrie, eleison.

Christe, eleison.                                          Christe, eleison.

Kyrie, eleison.                                              Kyrie, eleison.

 

Santa Maria,                                                 prega per noi.

Santa Madre di Dio,

Santa Vergine delle vergini,

 

Figlia prediletta del Padre,

Madre di Cristo re dei secoli,

Gloria dello Spirito Santo,

 

Vergine figlia di Sion,

Vergine povera e umile,

Vergine mite e docile,

 

Serva obbediente nella fede,

Madre del Signore,

Cooperatrice del Redentore,

 

Piena di grazia,

Fonte di bellezza,

Tesoro di virtù e sapienza,

 

Frutto primo della redenzione,

Discepola perfetta di Cristo,

Immagine purissima della Chiesa,

 

Donna della nuova alleanza,

Donna vestita di sole,

Donna coronata di stelle,

 

Signora di bontà immensa,

Signora del perdono,

Signora delle nostre famiglie,

 

Letizia del nuovo Israele,

Splendore della santa Chiesa,

Onore del genere umano,

 

Avvocata di grazia,

Ministra della pietà divina,

Aiuto del popolo di Dio,

 

Regina dell’amore,

Regina di misericordia,

Regina della pace,

Regina degli angeli,

Regina dei patriarchi,

Regina dei profeti,

Regina degli Apostoli,

Regina dei martiri,

Regina dei confessori della fede,

Regina delle vergini,

Regina di tutti i santi,

Regina concepita senza peccato,

Regina assunta in cielo,

 

Regina della terra,

Regina del cielo,

Regina dell’universo,

 

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, perdonaci, Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, ascoltaci, Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.

 

 

V. Prega per noi, gloriosa Madre del Signore.

R. Rendici degni delle promesse di Cristo.

 

 

Preghiamo.

 

Dio, Padre clementissimo,

esaudisci la preghiera del tuo popolo,

che venera la beata Vergine Maria, tua serva,

e la riconosce Madre di grazia e Regina di misericordia:

concedici di servirti con amore nei nostri fratelli

per condividere con essi la gloria del tuo Regno.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

 

XI

LITANIE DI SANTA MARIA DELLA SPERANZA

 

 

Dal 27 gennaio al 13 febbraio 1979 si svolse a Puebla de los Angeles (Messico) la III Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano. L’importante assise, a cui prese parte il Santo Padre Giovanni Paolo II, che in quell’occasione compì il primo viaggio apostolico del suo pontificato, fu conferma delle scelte pastorali operate dieci anni prima, nel 1968, a Medellin (Colombia): la denuncia delle ingiustizie, la scelta preferenziale dei poveri, l’adozione delle “comunità di base” come strumento di azione pastorale, l’invito ai laici a prendere coscienza della loro dignità e del loro ruolo nella vita della Chiesa. Ma fu anche sguardo rivolto al futuro, programmazione dell’attività pastorale di un intero continente – il continente della speranza –, che sentiva l’evangelizzazione come la sua prima urgenza pastorale: L’evangelizzazione nel presente e nel futuro dell’America Latina è appunto il titolo del documento a cui vennero affidate le conclusioni programmatiche della Conferenza di Puebla.

Ma la III Conferenza dell’episcopato latinoamericano comprese pure che la Chiesa, la quale “con nuova lucidità e decisione” voleva “evangelizzare nel profondo, alla radice e nella cultura del popolo” doveva rivolgersi “a Maria perché il Vangelo” divenisse “maggiormente carne e cuore dell’America Latina” (Documento di Puebla, 303). I vescovi ricordavano infatti che tra le popolazioni dell’America Latina “il Vangelo è stato annunciato presentando la Vergine Maria come la sua più alta realizzazione”, e che “sin dalle origini – nella sua apparizione di Guadalupe e sotto questa invocazione – Maria ha costituito il grande segno, dal volto materno e misericordioso, della vicinanza del Padre e di Cristo, con i quali invita a entrare in comunione” (Documento di Puebla, 282).

Ai testi mariani del Documento di Puebla, numerosi e di alta qualità dottrinale e pastorale, si ispirano leLitanie di santa Maria della speranza. Esse furono cantate per la prima volta nel Convegno della Chiesa italiana celebrato a Loreto nell’aprile 1985, a cui intervenne anche Giovanni Paolo II nella sua qualità di Primate d’Italia. In seguito furono cantate, alla presenza del Papa, nella basilica di Pietro il 3 ottobre 1987, nel corso di una veglia di preghiera per il VII Sinodo dei vescovi sul tema “Vocazione e missione dei laici”.

 

 

Struttura e caratteristiche

 

Il formulario consta di una “terzina introduttiva”, di sette “unità tematiche”, di una “antifona litanica” e di una “terzina conclusiva”.

La “terzina introduttiva” consta a sua volta di tre invocazioni che propongono altrettanti titoli della Vergine aventi un senso dinamico (speranza, cammino, luce). Questi tre elementi ritornano, sviluppati, qua e là, nelle “unità tematiche” e ricompaiono nell’“antifona litanica”, che conclude ogni “unità tematica”.

Le “unità tematiche” sono sette e si succedono secondo una progressione che, se pure non con rigore assoluto, ripropone lo svolgimento della storia della salvezza e la missione della Vergine nella vita della Chiesa:

– la prima considera la Vergine come culmine di Israele e aurora del mondo nuovo, nonché nella sua condizione essenziale di madre di Dio e di madre degli uomini;

– la seconda guarda Maria nella sua condizione di Vergine e di Serva del Signore;

– la terza considera il rapporto di Maria con Cristo e con la Chiesa;

– la quarta presenta la Vergine Maria come la donna fedele, in cui la dignità della donna è esaltata;

– la quinta mette in luce la missione di Maria in rapporto allo sviluppo della fede e la sua presenza nella vita della Chiesa;

– la sesta ripropone l’antica immagine della Vergine, “Consolatrice degli afflitti”, in un contesto attuale (emarginati, esuli, perseguitati…);

– la settima contempla santa Maria come voce ecclesiale e come segno trinitario.

 

 

Uso

 

La particolare struttura del formulario consente di abbreviare il testo omettendo, se le circostanze lo suggeriscono, l’una o l’altra “unità tematica”, senza compromettere il senso e la coerenza della preghiera.

Per il loro contenuto le Litanie di santa Maria della speranza si possono cantare nel tempo di Avvento, tempo liturgico di attesa e di speranza; nelle ultime ferie dell’Anno liturgico, impregnate di senso escatologico; il 12 ottobre, anniversario della scoperta dell’America; il 12 dicembre, solennità della Madonna di Guadalupe; in altri giorni in cui ricorrono anniversari e feste delle Chiese dell’America Latina.

 

 

 

Signore, pietà.                                             Signore, pietà.

Cristo, pietà.                                                    Cristo, pietà.

Signore, pietà.                                             Signore, pietà.

 

Santa Maria della speranza,                       prega per noi.

Santa Maria del cammino,

Santa Maria della luce,

 

Pienezza di Israele,

Profezia dei tempi nuovi,

Aurora del mondo nuovo,

 

Madre di Dio,

Madre del Messia liberatore,

Madre dei redenti,

Madre di tutte le genti,

 

Santa Maria della speranza,

illumina il nostro cammino.

 

Vergine del silenzio,

Vergine dell’ascolto,

Vergine del canto,

 

Serva del Signore,

Serva della Parola,

Serva della redenzione,

Serva del Regno,

 

Santa Maria della speranza,

illumina il nostro cammino.

 

Discepola di Cristo,

Testimone del Vangelo,

Sorella degli uomini,

 

Inizio della Chiesa,

Madre della Chiesa,

Modello della Chiesa,

Immagine della Chiesa,

 

Santa Maria della speranza,

illumina il nostro cammino.

 

Maria, benedetta fra le donne,

Maria, dignità della donna,

Maria, grandezza della donna,

 

Donna fedele nell’attesa,

Donna fedele nell’impegno,

Donna fedele nella sequela,

Donna fedele presso la croce,

 

Santa Maria della speranza,

illumina il nostro cammino.

 

Primizia della Pasqua,

Splendore della Pentecoste,

Stella dell’evangelizzazione,

 

Presenza luminosa,

Presenza orante,

Presenza accogliente,

Presenza operante,

 

Santa Maria della speranza,

illumina il nostro cammino.

 

Speranza dei poveri,

Fiducia degli umili,

Sostegno degli emarginati,

 

Sollievo degli oppressi,

Difesa degli innocenti,

Coraggio dei perseguitati,

Conforto degli esuli,

 

Santa Maria della speranza,

illumina il nostro cammino.

 

Voce di libertà,

Voce di comunione,

Voce di pace,

 

Segno del volto materno di Dio,

Segno della vicinanza del Padre,

Segno della misericordia del Figlio,

Segno della fecondità dello Spirito,

 

Santa Maria della speranza,

illumina il nostro cammino.

 

 

 

Santa Maria di Guadalupe,

Madre dell’America Latina,

Regina delle Americhe,

 

 

 

Cristo, Signore della storia,                     abbi pietà di noi.

Cristo, Salvatore dell’uomo,                   abbi pietà di noi.

Cristo, speranza del creato,                  abbi pietà di noi.

 

Cristo, Signore della storia,                     abbi pietà di noi.

Cristo, Salvatore dell’uomo,                   abbi pietà di noi.

Cristo, speranza del creato,                  abbi pietà di noi.

 

 

Preghiamo.

 

Padre santo,

che nel cammino della Chiesa

hai posto quale segno luminoso

la beata Vergine Maria,

per sua intercessione sostieni la nostra fede

e ravviva la nostra speranza,

perché, condotti dall’amore,

camminiamo intrepidi sulla via del Vangelo.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

 

XII

LITANIE DELL’ADDOLORATA*

 

 

 

Signore, pietà.                                                   Signore, pietà.

Cristo, pietà.                                                          Cristo, pietà.

Signore, pietà.                                                   Signore, pietà.

 

Cristo, ascoltaci.                                            Cristo, ascoltaci.

Cristo, esaudiscici.                                    Cristo, esaudiscici.

 

Padre, che sei nei cieli,                                 abbi pietà di noi.

Figlio, redentore del mondo                          abbi pietà di noi.

Spirito Santo Paraclito                                   abbi pietà di noi.

Trinità santa, unico Dio                                 abbi pietà di noi.

 

Madre del Crocifisso,                                        prega per noi.

Madre dal cuore trafitto,

Madre del Redentore,

 

Madre dei redenti,

Madre dei viventi,

Madre dei discepoli,

 

Vergine obbediente,

Vergine offerente,

Vergine fedele,

 

Vergine del silenzio,

Vergine del perdono,

Vergine dell’attesa,

 

Donna esule,

Donna forte,

Donna intrepida,

 

Donna del dolore,

Donna della nuova alleanza,

Donna della speranza,

 

Novella Eva,

Socia del Redentore,

Serva della riconciliazione,

 

Difesa degli innocenti,

Coraggio dei perseguitati,

Fortezza degli oppressi,

 

Speranza dei peccatori,

Consolazione degli afflitti,

Rifugio dei miseri,

 

Conforto degli esuli,

Sostegno dei deboli,

Sollievo degli infermi,

 

Regina dei martiri,

Gloria della Chiesa,

Vergine della Pasqua,

 

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, perdonaci. Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, ascoltaci, Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.

 

 

Preghiamo.

O Dio, tu hai voluto che accanto al tuo Figlio,

innalzato sulla croce,

fosse presente la sua Madre addolorata:

fa’ che, associati con lei alla passione di Cristo,

partecipiamo alla gloria della risurrezione.

Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Amen.

 

Oppure:

O Dio,

tu hai voluto che la vita della Vergine

fosse segnata dal mistero del dolore;

concedici, ti preghiamo,

di camminare con lei sulla via della fede

e di unire le nostre sofferenze alla passione di Cristo

perché diventino occasione di grazia

e strumento di salvezza.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

 


[1] Cf. G.G. Meersseman, Der Hymnos Akathistos im Abendland. II Gruss-Psalter. Gruss-Orationem. Gaude-Andachten und Litaneien. FreibrugSchweiz, Universitätsverlag. 1960. Pp. 222-224 (Spicilegium Friburgense, 3).

Per le questioni storiche concernenti le Litanie lauretane si veda all’introduzione generale del Mariale Servorum 5: Suppliche Litaniche a Santa Maria.

* Per concessione dei Sommi Pontefici i frati e gli altri membri dell’Ordine dei Servi di Maria aggiungono questa invocazione al termine delle Litanie lauretane. Nelle comunità femminili: Regina delle tue Serve.

[2] Cf. Monumenta osm, IV, pp. 149-150.

[3] Cf. Monumenta osm, VIII, p. 76.

[4] Cf. Monumenta osm, VIII, p. 70.

[5] Cf. Monumenta osm, VIII, p. 70.

[6] Cf. J. Lemarié. La liturgie d’Aquilée au temps de Chromace. In Chromace D’AquiléeSermons, t. I : SCh 154, pp. 82-108.

[7] Cf. G.G. Meersseman. Der Hymnos Akathistos im Abendland, II, pp. 214-215.

[8] Cf. G. Mantese. Antiche litanie alla Vergine di Monte Berico. In Aa.Vv. Santa Maria di Monte Berico. Vicenza, Convento dei Servi di Monte Berico, 1963, pp. 72-74. (Bibliotheca Servorum Veneta, 1).

[9] Vol. XXX, n. 9, nov. 1969. Commentary, pp. I-II.

[10] In laudibus Virginis Matris. Hom. II, 16.

* Dall’opuscolo Corona dell’Addolorata. Romae, Curia Generalis osm, 1986, pp. 79-81.

 

 

 

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