• Accueil
  • > Recherche : monsignor antonio riboldi

3 mai, 2015

Monsignor Antonio Riboldi Omelia del giorno 3 Maggio 2015 V Domenica del Tempo di Pasqua Io sono la vite vera

Classé dans : Non classé — andreadicaffa02 @ 1:48

Facebook Twitter

Omelia del giorno 3 Maggio 2015

 V Domenica del Tempo di Pasqua

 Io sono la vite vera

 

C’è nel tempo in cui viviamo una grande scarsità di amore. Intimamente sentiamo che il ‘volersi bene’ è davvero il clima di ogni vita, che sia davvero tale, ma oggi è facile dire ‘ti amo’, ma spesso è solo un modo di dire e non una verità. La ragione forse è nel fatto che siamo troppo incentrati sul nostro ego, che mette sempre in primo piano noi stessi, non accorgendosi che così ci creiamo una casa senza porte e finestre, ossia viviamo al buio.

La grandezza di un uomo si misura dalla profondità con cui sa tessere i rapporti con gli altri che gli sono vicini o che si incontrano nella vita, creando così rapporti che diventano, non solo sicura condivisione in tutto, ma costituiscono solide fondamenta su cui regna la fiducia. Ed è essenziale per la vita questo modo di stare insieme o vicini: un grande dono.

Così come la fragilità o nullità di un uomo è nella superficialità o possessività dei suoi sentimenti: questi apparentemente hanno manifestazioni chiassose, che sembrano ‘esprimere’ chissà quale amore, ma in effetti sono tanto effimeri, che non sanno andare al di là delle parole o dei gesti manifestati con facilità e apparente effusione o possono condurre a violenze inaudite. Purtroppo questo nostro mondo è intriso di questo effimero o possessivo ‘abbracciarsi’, per poi altrettanto rapidamente ‘dimenticarsi’ o ‘distruggere’ la persona amata.

Ci definiamo tutti amici: in apparenza ne abbiamo tanti, forse troppi, soprattutto virtuali, ma quando ci guardiamo ‘dentro’ o cerchiamo la loro mano, o vorremmo posare il nostro capo sul loro petto, come fece l’apostolo Giovanni con Gesù nell’Ultima Cena, facilmente incontriamo un vuoto spaventoso, che rivela la misura dei nostri rapporti: un ‘girare a vuoto’, un vano egocentrismo.

Qui e proprio qui è uno dei profondi dolori che vivono in tanti: quello di sentirsi soli, non abbastanza amati, o amati senza la necessaria profondità o amati senza la libertà.

Così ci ammonisce oggi l’apostolo Giovanni: Figlioli non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa …”. (I lett. Gv. 3, 18-24)

Sono parole chiare: il comando di Dio è che amiamo tutti, senza eccezioni, tutti quanti il Signore mette sulla nostra strada, e non solo ‘con la lingua’, che sa sempre trovare bellissime – a volte ingannevoli – parole. Se le parole di amore che si dicono tutti i giorni, ovunque, diventassero nostra vita, avremmo un mondo senza nuvole e di una serenità primaverile. La realtà invece è che si ha l’impressione di viaggiare nel buio pesto.

Dobbiamo diventare capaci di ‘amare coi fatti e nella verità’.

Ma l’amore, che è ‘dare la vita’ a chi non ne ha, per noi cristiani, ha la sua origine, non solo dal comandamento: ‘Amatevi come io vi ho amati’, ma ha una sorgente nell’Amore stesso del Padre, ossia da come viviamo il nostro rapporto con Dio, che non è assente, non assiste impassibile, non è estraneo agli eventi della nostra esistenza, anzi desidera che la nostra vita sia totalmente immersa in Lui e possa così ricevere ispirazione, forza, fino all’eroismo.

È lo stesso Gesù che ce lo dice, nel Vangelo di oggi: “Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla … Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”. (Gv. 15, 1-18)

Parola impegnativa da parte di Dio nei nostri confronti. Parole che ci fanno riflettere sulla ragione di tanti nostri fallimenti o – Dio voglia – di tanti frutti.

È desolante vivere, affaticarsi, soffrire, ed alla fine avere la sensazione di essere a mani vuote …. come dei falliti. E di questi miseri ce ne sono tanti. Ma non sono ‘falliti’ i santi della carità e tutti i santi che hanno fatto e fanno della vita ‘nascosta in Dio’, una vita ‘colma di frutti’.

Scriveva Paolo VI, il 21 agosto 1964: “Perché lavorare? Perché amare gli altri? Perché essere buoni, essere onesti? Perché soffrire? Perché vivere, perché morire, se non c’è una speranza sopra di questa nostra vita pellegrinante sulla terra? A dare il senso, il valore, la dignità, la libertà, la gioia, l’amore al nostro passaggio sulla terra è una vita cristiana immersa nell’amore del Padre. –. Per questo l’invito: ‘Rimanete in me e io in voi’ vuol essere possente come un grido che dovrebbe rimanere come ammonimento … Essere cristiani vuol dire accorgersi, ed essere coinvolti, che siamo amati da Dio; che lassù c’è Chi ci vuol bene: una Provvidenza esiste su di noi; l’amore del Padre ci guarda, e una tenerezza infinita ci ammanta … ma per vivere questo Amore occorre sapere uscire da noi stessi, dai nostri piccoli e angusti interessi e amare in grande: ciò è possibile solo se si ‘rimane ogni giorno in Dio’.

Un’utopia? No. È la sola regola per vivere già qui la dolcezza di essere amati da Chi è l’Amore e la forza di amare come Lui.

Preghiamo ed operiamo, perchè, soprattutto i nostri fratelli cristiani perseguitati, i migranti che fuggono dalla guerra e dalla fame, e tutti coloro che non sono amati, come il Padre desidera, non si abbandonino mai allo sconforto, ma sempre sperino, sostenuti dall’Amore e dalla Forza dello Spirito, dalla tenerezza della Mamma Celeste e dalla nostra carità e solidarietà fattiva.

 

Antonio Riboldi – Vescovo

www.vescovoriboldi.it

18 avril, 2015

Omelia di Monsignor Antonio Riboldi 19 aprille 2015 Terza Domenica di Pasqua

Classé dans : Non classé — andreadicaffa02 @ 19:05

Facebook Twitter

Omelia del giorno 19 Aprile 2015

 III Domenica di Pasqua

 Sono proprio Io!

 

Quello che colpisce tutti, credo, è il pessimismo dilagante, che si nota nelle parole e sul volto di troppi, e vicino al pessimismo si respira tanta paura, di cui non si sa nemmeno spiegare le ragioni.

Una paura che mette addosso tanta, ma tanta, insicurezza in quanto facciamo e viviamo.

Pare che tutte le speranze che, nel tempo, ci eravamo costruite, lentamente si sciolgano come neve al sole. Ed abbiamo ragione, perché di nulla possiamo essere certi qui sulla terra, a volte neppure di quelli in cui si era forse posta tutta la nostra fiducia, perchè li si riteneva amici o persone care, magari familiari … Dichiara il salmista: ‘Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e felice l’uomo che confida nel Signore’, sì, perché Lui non delude. Gesù non era e non è uno che ti lascia per strada, abbandonandoti al tuo destino.

Se ti chiama e tu lo segui, Lui non ti lascia mai. Sono gli uomini che ‘scompaiono’, dandoci l’impressione di avere riposto il nostro amore nel ‘nulla’: sono i momenti del buio della vita, della speranza che pare andare in frantumi, in cui ci ritroviamo ad essere,come gli apostoli, sorpresi anche dalla Sua apparente assenza nelle nostre difficoltà, come se fosse solo ‘un fantasma’ o come se Cristo non fosse mai risorto, ma fosse rimasto sempre là, immobile e senza vita, nel sepolcro … un ‘fantasma’, appunto, senza consistenza.

È quella stessa speranza e fede che sono mancate per un momento agli Apostoli, impauriti dalla morte di Gesù. Hanno vissuto quell’incertezza che è davvero l’oscurità dell’anima, che anche noi possiamo provare, quando per qualche dura prova della vita perdiamo la serenità o viviamo il dubbio che tutto sia illusione, amareggiati dalle delusioni e dai tradimenti: una sofferenza che tutti, credo, seppur in forme forse diverse, abbiamo sperimentato.

È la prova della nostra fede ed è in quei momenti che, a volte, si spalanca poi all’improvviso il Cielo di una gioia inattesa, come narra il Vangelo di oggi.

“In quel tempo di due discepoli che erano ritornati da Emmaus narravano agli Undici ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: ‘Pace a voi!’. Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: ‘Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate: un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che ho io.’

Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: ‘Avete qui qualche cosa da mangiare?’. Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: ‘Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi’. Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: ‘Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni’”. (Lc. 24, 35-48)

VederseLo lì davanti, Glorioso, Lui, che credevano sepolto per sempre, certamente deve averli sconvolti. Quell’irrompere improvvisamente nella loro vita, Risorto, ha ‘cambiato’ la loro esistenza!

Niente è stato più come prima! Gesù li ha portati in ‘un altro mondo’, dove non esistono il tradimento, la finzione, il male: la morte non ha più posto, c’è posto solo per la Gioia, la Vita.

Viene da chiederci se anche noi crediamo davvero nell’inaspettato e atteso Dio che vuole ogni giorno farci rinascere a questa vita nuova: ‘Pace a voi!’, camminando con noi, nella nostra quotidianità.

È vero che il vivere è a volte un viaggio duro, pericoloso, insidiato da difficoltà e delusioni di ogni genere, ma non lo è più, se siamo sorretti dalla fede di chi cammina con e verso Gesù Risorto.

Per questo stupisce e disorienta il rendersi conto di quanti, troppi, vivano come se il Cielo non ci fosse e, quindi, neppure una vita nuova dopo la morte. Viviamo un tempo di tale consumismo, che lascia poco posto al desiderio del divino….come se fossimo ben ‘sepolti’ alla gioia, preferendo il buio delle creature senza vita: successo, potere, denaro, che diventano davvero il veleno della vita, magari ingannando e tradendo persino gli affetti più cari!

Eppure non possiamo non sentire la nostalgia di un amore più grande, che non può avere casa quaggiù, dove, se siamo fortunati, possiamo al massimo godere di qualche sprazzo, che è come un raggio di sole, che si affaccia al mattino e scompare al tramonto. Basta un briciolo di verità nella nostra coscienza spesso sopita, se non ottenebrata, un barlume di desiderio … Se in noi, come negli Apostoli, c’è almeno una ricerca, una voglia di seguirLo, un vago desiderio di vederLo e quindi di stare con Lui, allora Lui fa il primo passo verso di noi.

Certamente non è cosa da poco saper accogliere Cristo, che cerca in tutti i modi di ‘apparire a noi’. Ma Lui ci sorprende, se solo glielo permettiamo, viene, toglie la pericolosa ‘nube’ che lo nascondeva, come non ci fosse, ‘apre la nostra mente’ e Lo ‘vediamo’… Lui c’è, è vivo!

E la nostra spesso spiritualmente povera vita, cambia, perché scopriamo che nella Resurrezione di Gesù, non c’è solo una conferma della nostra fede, ma vi è qualcosa di infinitamente più grande: l’aver ritrovato ‘la vera Via, Verità e Vita’. Quella Via che non solo non porta ad una negazione del domani, che è la nostra resurrezione con Cristo, ma dà senso di futuro anche al presente! Vivere è così avere un piede su questa esperienza terrena ed un piede nell’eternità. E vivere con gli occhi fissi al Paradiso, credetemi, è il motivo della Gioia che è in tanti, che sono con noi e tra di noi.

È quello che prego per tutti voi, miei amici, sempre e voi chiedetelo per me.

 

Antonio Riboldi – Vescovo

www.vescovoriboldi.itRiboldi terza domenica di pasqua

14 janvier, 2013

L’indimenticabile Monsignor Antonio Riboldi festeggia il 16 gennaio 2013 i suoi 90 anni di vita.Auguri sinceri.

Classé dans : Non classé — andreadicaffa02 @ 8:25

Il giorno 16 Gennaio 2013 mons. Antonio Riboldi compirà 90 anni et Domenica 20 gennaio 2013 per l’occasione il Vescovo di Acerra Mons. Giovanni Rinaldi invita alla Concelebrazione Eucaristica nella Cattedrale di Acerra (Piazza Duomo).

 

Foto di Monsignor Antonio Riboldi

L'indimenticabile Monsignor Antonio Riboldi festeggia il 16 gennaio 2013 i suoi 90 anni di vita.Auguri sinceri. riboldi_gn2

21 avril, 2012

Omelia di Monsignor Antonio Riboldi per la III Domenica di Pasqua Santa Messa del 22 aprile 2012

Classé dans : Non classé — andreadicaffa02 @ 23:43

Omelia del giorno 22 Aprile 2012

III Domenica di Pasqua

Perché siete tristi?

 

 

Doveva davvero essere triste il cuore degli Apostoli, dopo la morte del Maestro. Avevano vissuto insieme, con quale animo è difficile immaginare. Avevano fatto un’esperienza unica con Gesù. Erano stati ammirati del suo parlare profetico, che prospettava una vita, il cui compimento era oltre questo pellegrinaggio terreno. Ma era per loro difficile, forse impossibile, anche solo pensare di poterlo rivedere Risorto. Non esisteva nessuna esperienza in proposito. Eppure, nello stesso tempo, era come se il loro cuore rifiutasse l’evidenza, ‘sperando contro ogni speranza’ che forse sarebbe accaduto davvero qualcosa che non era esperienza umana: la Resurrezione, appunto.

È lo stesso sentimento che proviamo noi, ogni volta pensiamo al nostro futuro.

Sappiamo che la nostra vita ha un termine qui, ma nello stesso tempo avvertiamo in noi ‘un germe di eternità’, la certezza, nella fede, che l’oggi è solo la vigilia di un domani senza fine.

Che senso del resto avrebbe la vita, se non avesse un domani?

È davvero vita quella che non ha prospettive nel futuro?

C’è in tutti noi – sperando che nessuno sia vittima del materialismo, tutto ingolfato nel qui, considerato come un effimero passaggio senza sbocco – la consapevolezza che la vita va al di là di questa nostra esperienza terrena, dove tutto è provvisorio, che si sbriciola giorno per giorno per fare strada alla vera Vita che non ha fine, come il seme che pare disintegrarsi, ma per lasciare spazio al germoglio che lui è.

Era il sentimento ambivalente che provavano gli Apostoli. Tristezza per il timore di essersi sbagliati e che tutto fosse finito, speranza che qualcosa di impensabile potesse accadere … Gesù non aveva forse più volte parlato della Sua Resurrezione?

La Presenza di Gesù sulla terra era dovuta al grande amore del Padre, che voleva, tramite Suo Figlio, farci tornare al vero nostro essere, quello da Lui pensato, fin dall’origine del mondo: essere Suoi figli, tutti, ma proprio tutti, perché, anche se non ce ne accorgiamo, siamo a Lui cari come figli. Troppo spesso ci scordiamo della nostra origine divina. Prima che nascessimo nel seno di mamma, eravamo già esistenti nel Cuore di Dio, come veri figli, chiamati a stare con Lui e a partecipare del Suo Amore per l’eternità.

Ma ci voleva la ‘chiave’ per riaprire la porta del Cielo: il Verbo di Dio Incarnato.

Gesù come noi e per noi è il Dono che ha cancellato ogni traccia di peccato originale, quello che ci impediva di stare con Dio, di farci ritornare a essere completamente parte della Sua Famiglia in Cielo. Dovremmo sempre avere davanti agli occhi, nella mente e nel cuore, questa nostra fondamentale ‘vocazione al Cielo’ e su di essa impostare tutta la nostra esistenza quaggiù. I cristiani saggi vivono nell’attesa della visione di Dio e su questa certezza di fede impostano la vita, come si legge nella lettera a Diogneto, che risale ai primi tempi del Cristianesimo.

Ne offro uno scorcio, che è la fotografia stupenda di come i nostri fratelli, e sicuramente anche gli Apostoli, dopo le loro incertezze e dubbi, ormai confermati nella fede dal Cristo Risorto, hanno saputo interpretare la vita.

« I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi. Né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche o barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri, partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è loro patria e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma la loro cittadinanza è in Cielo. Obbediscono alle leggi stabilite e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti e da tutti sono perseguitati. Non sono conosciuti e vengono condannati. Sono uccisi e riprendono a vivere. Sono poveri e fanno ricchi molti. Mancano di tutto. Sono disprezzati e nel disprezzo hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. Facendo del bene vengono puniti come malfattori. Sono condannati e gioiscono ed è come se ricevessero vita ».

Questa è la profonda trasformazione che avviene negli uomini che credono e vivono la Resurrezione. Uno stile di vita difficile, anzi impossibile, se non si pone la speranza nel Risorto. Quella speranza che è mancata per un momento agli Apostoli, impauriti dalla morte di Gesù.

Hanno vissuto quell’incertezza che è davvero l’oscurità dell’ anima, che anche noi possiamo provare, quando per qualche dura prova della vita perdiamo la serenità e viviamo il dubbio che tutto sia illusione: una sofferenza che tutti, credo, seppur in forme forse diverse, abbiamo sperimentato.

È la prova della nostra fede ed è in quei momenti che, a volte, si spalanca poi all’improvviso il Cielo di una gioia inattesa, come narra il Vangelo di oggi.

« In quel tempo di due discepoli che erano ritornati da Emmaus narravano agli Undici ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: ‘Pace a voi!’. Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: ‘Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate: un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che ho io’.

Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed

erano pieni di stupore, disse: ‘Avete qui qualche cosa da mangiare?’. Gli offrirono una porzione

di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: ‘Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosé, nei Profeti e nei Salmi’. Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: ‘Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni’. (Lc. 24, 35-48)

Chi non si sente l’inferno addosso – se non si è spenta la voce della coscienza – ripensando ai nostri dubbi o, peggio, ai rifiuti dell’immenso amore con cui Dio ci circonda?

Non siamo ancora in Cielo: lo dobbiamo ‘conquistare’. È vero che il vivere è a volte un viaggio duro, pericoloso, ma non lo è più, se siamo sorretti dalla fede di chi cammina con e verso Gesù Risorto. Per questo stupisce e disorienta il rendersi conto di quanti, troppi, vivano come se il Cielo non ci fosse e, quindi, neppure una vita nuova dopo la morte.

Eppure anche se vive in noi un solo briciolo di verità, non possiamo non sentire la nostalgia di un amore più grande, che non può avere casa quaggiù, dove, se siamo fortunati, possiamo al massimo godere di qualche sprazzo, che è come un raggio di sole, che si affaccia al mattino e scompare al tramonto.

Basterebbe stare vicino a fratelli e sorelle che vivono con la nostalgia del Cielo – una nostalgia che li fa vivi, ma come in attesa di una Gioia completa – per scoprire davvero che cosa sia l’ansia di vedere Dio e, quindi, il Paradiso.

Questa terra può solo, a volte, impaurirci, come è accaduto agli Apostoli dopo la Crocifissione del Maestro. Dobbiamo incontrare Gesù vivo, diventare testimoni della Resurrezione, sua e nostra. Dobbiamo lasciarci da Lui riempire il cuore di fede e di amore. Allora Gesù stesso ci mostrerà le Sue piaghe. Solo così, attraverso le Sue piaghe, potremo chinarci, senza paura, sui tanti crocifissi del nostro tempo: i poveri, i malati, i soli, gli emarginati, vedendo nelle piaghe dei nostri fratelli le piaghe stesse di Gesù, che è morto e risorto perché anche noi, tutti, risorgessimo.

Scriveva don Tonino Bello:

« Carissimi, coraggio! Irrompe la Pasqua.

È il giorno dei macigni che rotolano via dall’imboccatura dei sepolcri.

È il tripudio di una notizia che si temeva non potesse giungere più

e che oggi corre di bocca in bocca, ricreando rapporti nuovi tra vecchi amici. È la festa di quanti si credono delusi della vita,

ma nel cui cuore ora all’improvviso dilaga la speranza.

Che sia anche la festa, in cui il traboccamento della comunione venga a lambire le sponde della nostra isola solitaria ». (Tonino Bello)

 

Antonio Riboldi – Vescovo –
www.vescovoriboldi.it
riboldi@tin.it

riogrande |
aidoCopro |
zokafric |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | l'actue des starlette
| Pont Tracy-Lanoraie
| texia1904